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Leonardo Sciascia e "L'affaire Moro"


Per scrivere un libro storico-politico è necessario aver qualcosa di inedito da raccontare, e che ne valga la pena. Di conseguenza, prima di mettersi a scrivere, è indispensabile documentarsi per verificare se quel che si vuol fissare su carta sia già stato trattato o meno da altri autori. Nel mio caso, dopo essermi intestardito a voler redigere un testo sulla vicenda del rapimento e dell'uccisione del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, mi sono reso conto che di pubblicazioni sull'argomento ce n'erano alcune centinaia. Per giunta, una volta completata la fatica della stesura del testo, sarei dovuto passare alla composizione grafica della copertina, ed alla problematica ricerca di un editore compiacente.
     Così iniziai a leggere alcuni libri stimolanti sulla triste vicenda, per accorgermi che erano spesso infarciti di domande senza risposta, di quesiti privi di chiarimenti, di evidenti contraddizioni, tanto da non riuscire a ricavare un quadro sufficientemente chiaro degli avvenimenti. Per trarre personali conclusioni decisi per una scelta radicale: studiare accuratamente i testi vergati dallo statista durante i cinquantacinque giorni di prigionia.
     Quando ebbi tra le mani la prima lettera scritta da Moro al suo amico fidato Francesco Cossiga, ebbi un sussulto. Su quella lettera che sarebbe dovuta rimanere segreta, indirizzata da Aldo Moro ad un esponente di sua fiducia, lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia col suo "L'affaire Moro" pose una serie di intelligenti questioni. Intanto "La prima domanda da porsi" afferma Sciascia "è: perché al ministro degli Interni?"; poi, "ponendo a precetto di ogni investigazione la capacità di identificarsi, di immedesimarsi", richiama il concetto "dell'invisibilità dell'evidenza", per dipingere un Moro in qualità di "prigioniero che mandava dalla prigione messaggi da decifrare secondo quel che gli «amici» conoscevano di lui ...". Continuando con i ragionamenti lo scrittore siciliano si supera, facendo presente "...che nella lettera deve aver tentato di comunicare qualche elemento...".
stralcio della prima lettera di Moro a Cossiga      Sciascia nell'agosto del 1978, a soli tre mesi dall'evento più traumatico per la Repubblica italiana, non disponeva di molte conoscenze venute poi a galla col tempo, come ad esempio la scoperta degli elenchi della P2 avvenuta nel marzo del 1981, anche se (come illustrato nell'articolo "Uno Stato repubblicano e democratico corroso dalla massoneria occulta") gli articoli giornalistici degli anni precedenti di una stampa ancora sana e non infiltrata dalle tentazioni massoniche occulte avevano già messo in guardia contro l'illegittimo potere della loggia massonica Propaganda 2, quella P2 guidata dal maestro venerabile Licio Gelli.
     Quando lessi quel libro, oltre ad apprezzare il tentativo sincero dello scrittore di indicare soluzioni ai dilemmi che si rincorrevano, mi posi una domanda su tutte: "Come mai un libro di uno scrittore italiano relativo ad un episodio drammatico tutto italiano aveva un titolo francese"? L'indicazione riportata dai vari siti web è che il libro fu pubblicato prima in lingua transalpina in Francia, e solo successivamente nel nostro paese, sotto le insegne della rinomata casa editrice Sellerio. Il perché lo capii solo quando, una volta scritto il mio testo "Il segreto di Moro", cercai un editore disposto a pubblicarlo.
     So da me di non essere famoso, tantomeno uno scrittore noto, e che il mio nome, Giovanni Corrao, deve notorietà solo alla omonimia relativa ad un mio cugino di primo grado professore universitario di statistica a Milano, ed al generale massone garibaldino che aiutò i mille di Garibaldi alla conquista della Sicilia tra il maggio e l'ottobre del 1860, scomparso poi misteriosamente. Da ciò deducevo la sicura difficoltà che avrei trovato per la pubblicazione del libro. Invece accadde qualcosa di inaspettato: gli editori ritenevano meritevole il testo, validi i richiami, ma asserivano che "non se la sentivano di pubblicarlo per via del contenuto troppo esplicito nei confronti della massoneria". Tanto per chiarire, e senza far nomi, una casa editrice primaria, che in elenco aveva altri testi su Moro, mi ha risposto con le seguenti integrali parole: «Gentile dottor Corrao, grazie anzitutto per la bella lettera e per la fiducia da lei mostrata nei nostri confronti. Il suo saggio dal titolo "Il segreto di Moro" è indubbiamente un lavoro apprezzabile, anche per la sobrietà dello stile. Ci sembra però, nondimeno, che non possa debitamente inserirsi nei nostri programmi editoriali. Sinceramente spiacenti, la preghiamo comunque di accettare i nostri più vivi auguri e un saluto molto cordiale». Insomma, era "un lavoro apprezzabile", ma scomodo da pubblicare.
     Quando ricevetti quest'ultima lettera credetti di capire il perché del titolo francese nel testo di Sciascia. Senza la pretesa di mettere la mia penna da principiante a confronto con un grande scrittore italiano, nella mia mente si materializzò l'escamotage usato dalla casa editrice Sellerio per pubblicare "L'affaire Moro", un testo che pur mancando di nomi e riferimenti espliciti, in un certo senso cercava di rovistare nei meccanismi di potere tipici delle logge massoniche di vertice. Pubblicando il libro prima in Francia nessuno avrebbe potuto obiettare; ed una volta reso pubblico il contenuto, la versione italiana non avrebbe più avuto nessun motivo per non esistere.
stralcio della lettera di Moro ad Andreotti      Contenente intelligenti considerazioni, il libro di Sciascia su Moro fu il primo a far notare l'utilizzo della parola "famiglia" con duplice significato, tanto da riportare che «Lo Stato di cui si preoccupa, lo Stato che occupa i suoi pensieri fino all'ossessione, io credo l'abbia adombrato nella parola "famiglia". Che non è una mera sostituzione - alla parola Stato la parola famiglia - ma come un allargamento di significato: dalla propria famiglia alla famiglia del partito alla famiglia degli italiani di cui il partito rappresenta, anche di quelli che non lo votano, la "volontà generale". E in questa "volontà generale" c'è, nella concezione di Moro, un solo punto certo e fermo, da mantenere nella fluidità dei compromessi e delle contraddizioni: ed è la libertà». Grazie al campanellino d'allarme suonato dallo scrittore siciliano, e con le conoscenze odierne, per me è diventato quasi obbligato pensare ai significati della parola "famiglia" come a quella naturale ed affettiva da una parte, e quella massonica dall'altra.
     Val la pena ritornare al sussulto da me provato nel leggere la prima lettera inviata da Moro a Cossiga. Questo accadde quando lessi per la prima volta la frase seguente: «In tali circostanze ti scrivo in modo molto riservato, perché tu e gli amici con alla testa il presidente del Consiglio (informato ovviamente il presidente della Repubblica) possiate riflettere opportunamente sul da farsi, per evitare guai peggiori». Lì per lì "gli amici con alla testa il presidente del Consiglio" mi fecero pensare alla P2 di Licio Gelli, la quale avrebbe potuto avere come vero capo Giulio Andreotti: ma poi, col tempo, mi sono accorto di aver travisato il vero significato. Non di P2 stava parlando Moro, ma di qualcosa di più importante, di cui con evidenza ne facevano parte Cossiga, il presidente del Consiglio Andreotti in qualità di capo, ed il presidente della Repubblica Leone, che infatti non comparivano negli elenchi della P2. D'altro canto ci sono due elementi che devono catturare l'attenzione; il primo riguarda le parole di apertura della frase "ti scrivo in modo molto riservato", che altrimenti non avrebbero alcun senso proprio; il secondo lo si ricava dalla successiva lettera indirizzata a Cossiga, mai recapitata, che stranamente inizia nel seguente modo: «Caro Cossiga, torno su un argomento già noto e che voi avete implicitamente ed esplicitamente respinto. Eppure esso politicamente esiste e sarebbe grave errore ritenere che, essendo esso pesante e difficile, si possa fare come se non esistesse. Io ti dico di rifletterci seriamente, non di rispondermi, anche se la laconicità e impersonalità della precedente reazione mi ha, te lo dico francamente, un po’ ferito»; considerazioni che fanno intendere che fra le righe della prima lettera ci fosse qualche "argomento ...pesante e difficile", che non può essere la richiesta di scambio dei prigionieri, proposta che non allarmò alcuno.
Il segreto di Moro      Anche la RAI ha contribuito nel tempo a falsare il reale significato delle parole dello statista; si veda ad esempio la prima lettera di Moro a Cossiga letta da Luca Zingaretti a quarant'anni dalla scomparsa del politico, integralmente visionabile all'indirizzo http://youtu.be/CVPm5VJ3Ipg, oppure dal minuto 15 circa nel ritaglio video a fondo pagina, dove manca del tutto la essenziale frase degli "amici con a capo il presidente del Consiglio", e si inganna il telespettatore facendogli credere che si parla della Dc quando Moro si riferisce ad una potente quanto sconosciuta "classe dirigente".
     C'è un'ultima precisazione da fare al riguardo. Quando la RAI, gran parte delle Tv e della carta stampata, fanno di tutto per evitare che qualcuno scorga fra le righe di Moro il riferimento ad ambienti segreti, probabilmente massonici, non si stanno curando dei profani. La preoccupazione primaria di chi dall'alto tiene i fili dell'oscuro potere è invece quella di evitare che i fratelli massoni di base, le indispensabili ingenue propaggini ubbidienti, si rendano conto di essere solo strumento in balìa di poteri occulti dominanti.


di Giovanni Corrao - 26/05/2021



La bolla di fondazione della loggia massonica segreta "Propaganda 1"





Dalla prima lettera di Moro a Cossiga letta da Luca Zingaretti, a quarant'anni dall'eccidio di via Fani, è stata censurata la sibillina frase "In tali circostanze ti scrivo in modo molto riservato, perché tu e gli amici con a capo il Presidente del Consiglio (informato ovviamente il Presidente della Repubblica) possiate riflettere opportunamente sul da farsi, per evitare guai peggiori". Il presidente del Consiglio all'epoca era Giulio Andreotti, e della Repubblica Giovanni Leone.
     Poi la fondamentale frase "Devo pensare che il grave addebito che mi viene fatto, si rivolge a me in quanto esponente qualificato della D.C. nel suo insieme nella gestione della sua vita politica. In verità siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa e di cui devo rispondere" viene in parte censurata, per ingannare il telespettatore facendogli intendere che il prigioniero si riferisce alla Dc quando scrive "In verità siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa". Invece col riferimento ad un "inimitabile gruppo dirigente" Moro sembra rivolgersi a ben altro organigramma occulto, un insieme segreto di amici probabilmente dalle caratteristiche massoniche, con a capo Giulio Andreotti.

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