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Il femminicidio di Vannacci

Roberto Vannacci ha recentemente dichiarato: «Il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri: uomini e donne sono uguali e tutti devono essere soggetti alle stesse regole». Un'affermazione che, sul piano del principio di uguaglianza, può anche apparire condivisibile.
    Ci sia tuttavia consentito riflettere sul concetto stesso di omicidio, per osservare come difficilmente tutti gli omicidi possano essere considerati uguali. Ogni delitto presenta infatti motivazioni, circostanze e finalità proprie. Esistono certamente categorie di reati accomunate da caratteristiche simili, ma ciascun caso conserva una sua specificità. Del resto, la stessa diversità delle pene previste dall'ordinamento dimostra quanto il movente, le modalità e il contesto assumano rilievo nella valutazione del reato.
    Perché esiste allora la categoria del femminicidio? Non certo perché la vita di una donna abbia un valore superiore a quella di un uomo, bensì perché il legislatore ha ritenuto che quella particolare tipologia di omicidio presenti caratteristiche specifiche, riconducibili alla violenza esercitata nei confronti della donna proprio in quanto donna. La qualificazione giuridica nasce quindi dall'individuazione di un fenomeno sociale ritenuto meritevole di una particolare attenzione, non dalla negazione del principio di uguaglianza.
    Eppure, proprio sul tema delle differenze, in un suo libro Vannacci è stato interpretato come sostenitore di un criterio secondo cui ciò che è statisticamente minoritario potrebbe essere considerato "anormale" rispetto a ciò che rappresenta la maggioranza. Se il parametro fosse davvero quello della semplice consistenza numerica, si potrebbe giungere a conclusioni paradossali. Seguendo i sondaggi, gli elettori di Fratelli d'Italia, attestati intorno al 28%, rappresenterebbero la "normalità", mentre chi scegliesse una forza politica accreditata del 4 o del 5 per cento sarebbe, per definizione, "anormale".
    È il limite di ogni ragionamento che confonde la frequenza con il valore. In una democrazia liberale, la dignità delle persone, la legittimità delle idee e il diritto di professarle non dipendono dalla loro consistenza numerica. Se così fosse, ogni minoranza sarebbe destinata, per definizione, a essere considerata anomala.
    In politica, soprattutto quando si affrontano temi che incidono sulla cultura civile e giuridica del Paese, il peso delle parole non dovrebbe mai essere sottovalutato. Ogni affermazione merita di essere valutata non per la notorietà di chi la pronuncia, ma per la sua coerenza logica e per le conseguenze culturali che può produrre.
    Alla lunga, è proprio questo il criterio con cui gli elettori finiscono per giudicare la qualità di una proposta politica: non l'enfasi del momento, ma la solidità delle idee che la sostengono.

di Giovanni Corrao - 15/06/2026



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