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Sembra di essere tornati indietro nel tempo, alle promesse di Silvio Berlusconi e alla celebre rassicurazione del suo ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: «Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani». Poi, facendo i conti, molti scoprirono che la realtà era meno brillante dello slogan. Anche oggi, sempre con un governo di centrodestra, alcune misure vengono presentate con parole capaci di colpire l’immaginazione. Ma quanto valgono davvero, una volta guardate da vicino? Cento euro per la nascita di un figlio possono essere un aiuto, ma non risolvono certo le difficoltà delle famiglie. E un contributo di 300 euro agli over 75 può risultare modesto per chi deve affrontare spese sanitarie ben più elevate. Ma veniamo a una delle formule che più fanno presa: il «15% di tasse» per le partite IVA. È davvero tutto oro quel che luccica? Prima di discutere la soglia di ricavi — che può cambiare con le norme e con l’anno di riferimento — occorre chiarire che cosa significhi quel 15%. Nel regime forfettario l’imposta sostitutiva non si applica direttamente al fatturato né all’utile effettivo: il reddito imponibile si determina applicando ai ricavi o compensi un coefficiente di redditività, diverso secondo l’attività svolta. Le spese effettive, in generale, non si deducono una per una; restano specifiche deduzioni previste dalla legge, tra cui i contributi previdenziali obbligatori. La Disciplina del regime forfettario e le istruzioni dell’Agenzia delle Entrate spiegano il meccanismo. Perciò quel 15% non è una misura universale del prelievo sul guadagno reale. La convenienza rispetto al regime ordinario dipende da più fattori: il coefficiente applicabile, i costi effettivi, i contributi previdenziali e la situazione fiscale complessiva. Per chi ha poche spese il forfettario può essere vantaggioso; per chi sostiene costi elevati, il confronto può dare un risultato diverso. Dire semplicemente, come Marco Travaglio sul corsivo del Fatto quotidiano di oggi, che «la partita IVA paga il 15% e il dipendente il 43%» confonde basi imponibili e aliquote: tra l'altro il 43%, quando applicabile, è un’aliquota marginale, non la percentuale che un dipendente versa necessariamente su tutto il proprio reddito. C’è poi un risvolto che merita attenzione. Se i costi reali non vengono dedotti analiticamente, assumere personale può risultare meno conveniente: il costo del dipendente riduce il guadagno effettivo, ma non riduce nello stesso modo il reddito determinato con il coefficiente. Inoltre, la disciplina prevede un limite alle spese per lavoro dipendente e alcune collaborazioni: superarlo può far venir meno il requisito per restare nel regime. La legge indica il limite di 20.000 euro lordi per le spese considerate. Non significa che ogni contribuente rinunci ad assumere, ma il sistema può incentivare le attività a restare piccole. Se l’obiettivo dichiarato è creare occupazione e ampliare la base imponibile, è una contraddizione politica da discutere. La critica, dunque, non è che il forfettario sia sconveniente per tutti. È che un regime utile ad alcuni venga raccontato come un vantaggio indistinto per tutte le partite IVA. E quando una misura fiscale viene ridotta a uno slogan, il cittadino rischia di scambiare un’aliquota nominale per ciò che pagherà davvero. Una politica seria dovrebbe misurarsi sui risultati: quanto sostegno arriva alle famiglie, quanto spazio si lascia a chi vuole investire e assumere, quanto si semplifica davvero la vita di chi lavora. Peccato che anche questo governo di centrodestra abbia illuso gli italiani: ci vorrebbero meno annunci e più riforme strutturali. Invece sta cedendo alla tentazione di avanzare proposte per convenienze elettoralistiche che non portano nulla di buono al paese. Lo dimostrano soprattutto le spontanee manifestazioni di piazza che di fatto stanno sostituendo la carenza di opposizione competente da parte del centrosinistra. Se non è possibile, almeno per questo governo, diminuire i faraonici costi di una pubblica amministrazione che troppo spesso è d’impedimento al libero operare, e non si può aumentare ulteriormente la pressione fiscale in quanto già al limite di sopportazione economica da parte del sistema produttivo, non resta che una strada per aumentare produzione e gettito: una energica sfoltita alla burocrazia. Non ci si vuol rendere conto che ogni parola stampata suoi chilometri quadrati di Direttive europee, e le conseguenti leggi di ricezione, rappresentano elevati costi sociali che il sistema attualmente non si può permettere. Purtroppo l’accettazione incondizionata degli ordini impartiti dalle centrali massoniche invisibili sta impoverendo la preparazione della classe politica nostrana, intenta solo al proprio tornaconto. Senza capire che nell’acquario Italia, quando l’acqua si intorbidisce, soffrono tutti: i pesci piccoli, che subiscono; quelli intermedi, che obbediscono; ed i pesci grandi, che credono dall’occulto di poter dominare.
di Giovanni Corrao - (con Pippo AI) - 31/10/2026
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