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La tecnica del polpo
Trump e Putin i più forti

Trump entra in un bar e dice: «Un caffè e non pago perché sono il più forte». In quel momento entra Putin, che esclama: «Ma sono io il più forte!». Trump si gira verso il barman ed esclama con decisione: «Allora i caffè sono due, e non paghiamo perché siamo i più forti!».
    Era una barzelletta che circolava qualche anno fa. Ma, oltre a calzare a pennello ai due prepotenti, sintetizza bene la situazione politica internazionale. Non è un segreto che Stati Uniti e Russia abbiano sempre mantenuto canali di dialogo, anche riservati, nella consapevolezza che ciascuno dei due Paesi rivendichi una propria area d'influenza. La Russia, in particolare, considera l’Ucraina parte della propria sfera d’influenza e ne contesta, di fatto, la piena autonomia nelle scelte internazionali. Da parte sua, Trump ha messo gli Stati Uniti davanti a una realtà che per troppo tempo si è preferito ignorare: con un deficit di bilancio elevatissimo non è più possibile mantenere indefinitamente il controllo militare su un numero crescente di Paesi, soprattutto quando i vantaggi economici e strategici che ne derivano non compensano i costi.
    È per questo che l'Amministrazione Trump sembra voler ridimensionare progressivamente l'impegno americano in Europa, mettendo in discussione le garanzie che hanno sostenuto l'Alleanza Atlantica nel dopoguerra. Gli Stati Uniti non intendono più farsi carico, da soli, della difesa di un continente che non ha sviluppato un'autonoma capacità militare proporzionata alle proprie ambizioni.
    Non vedendo cedimenti da parte di Putin durante le stagioni dei colloqui, Trump ha provato ad utilizzare una tattica diversa: erodere progressivamente il terreno sotto i piedi del presidente russo. Un Venezuela qui, un Iran lì, un accordo con la Cina, poi Cuba, missili sulla Groenlandia contro il territorio russo, e via dicendo. Ma qualcosa non è andato come previsto. Dopo l'azione spettacolare contro Maduro, Trump pensava di poter fare un boccone dell'Iran. Quel Paese ha invece dimostrato di essere pronto a difendersi, mettendo in difficoltà gli Stati Uniti, destabilizzando l'intera regione.
    La sospensione delle ostilità da parte americana potrebbe essere stata condizionata anche dalle elezioni di Midterm, con il presidente intenzionato a evitare ulteriori allarmi fra cittadini già alle prese con il calo della Borsa, l'aumento dei prezzi dei carburanti e dei generi alimentari, e le conseguenze dei dazi.
    L’intervento militare non appare più come il miglior modo per controllare un paese terzo. Emergono infatti sistemi alternativi che possono produrre gli stessi effetti senza enormi spese, in termini monetari e di vittime. È ormai evidente la lezione della Cina, ad esempio, che sta estendendo la propria influenza in tutto il mondo attraverso il commercio e gli investimenti, senza ricorrere alle armi: il dominio economico può risultare assai meno costoso di quello militare e, in molti casi, anche più efficace. Risulta poi conveniente l'utilizzo di un altro sistema di sottomissione: una tecnica di dominio politico ed economico che potrebbe svilupparsi attraverso reti riservate di tipo massonico, relazioni personali e centri di potere sovranazionali. Oggetto a volte di testimonianze pubbliche e di ricostruzioni che sarebbe meglio non liquidare come semplici fantasie.
    A tal riguardo, il fatto che Magaldi, nel suo testo Massoni, abbia indicato Putin come un fratello, apre un interrogativo politico da non trascurare. Se tale appartenenza fosse reale, dimostrerebbe che le solidarietà massoniche non prevalgono necessariamente sugli interessi nazionali e che ogni fratello può convogliare l'acqua al proprio mulino. Ed il costante dialogo sopra le righe tra Putin e Trump potrebbe anche far pensare ad un confronto fra fratelli.
    Può accadere allora che, per stabilizzare un regime come quello russo, si ritenga necessario fare qualche guerra, possibilmente vincendola. Ma se Putin perde in Ucraina, oltre alla faccia, potrebbe perdere molto altro. La guerra contro l'Ucraina potrebbe essere stata avviata anche per rafforzare il suo potere interno, rilanciando la vocazione imperialista che richiama la memoria sovietica. Un sistema, quello russo attuale, passato dalla dittatura comunista a un regime autoritario di impronta nazionalista e repressiva, senza che una gran parte dell'opinione pubblica occidentale sia stata informata sulla continuità di quella logica di potere. Una vicenda che evidenzia quanto gli opposti estremismi possano essere prossimi quando si tratta di negare le libertà e subordinare gli individui allo Stato.
    Il conflitto russo-ucraino ha radici lontane, ma la sua fase armata contemporanea inizia nel 2014, con l'annessione russa della Crimea e la guerra nel Donbass, dove una parte della popolazione si è schierata con i separatisti sostenuti da Mosca. Nel febbraio 2022 la Russia ha poi avviato l'invasione su vasta scala dell'Ucraina. Quattro anni di guerra hanno prodotto morti, distruzioni e una crescente instabilità europea.
    Tutti gli sforzi economici europei non sono serviti ad arginare o fermare il conflitto; anzi, il blocco di alcuni prodotti verso Mosca e il sostegno militare europeo all'Ucraina potrebbero aver contribuito a irrigidire i rapporti. La debolezza economica della Russia sembra evidente, anche amplificata dalle sanzioni internazionali e dalla perdita di una parte degli introiti che derivavano dalla vendita del gas all'Europa. Ma Putin rilancia, facendo temere che il prolungarsi della guerra possa portare i russi a occupare per ripicca tutta l'Ucraina. Mentre diventa sempre più seria la minaccia di allargare il conflitto al vecchio continente, con la giustificazione che la colpa sia dell'Europa che arma Zelensky.
    Trump, che appare spesso ondivago e imprevedibile nei suoi comportamenti, potrebbe in questo particolare momento essere stato consigliato di evitare l'allargamento del conflitto ucraino. La sua pretesa di mettere piede in Groenlandia potrebbe essere dovuta alla temuta possibilità di attacco russo, a lui forse ventilato da notizie di intelligence. Ed allora, dopo consultazione col suo staff, decide di utilizzare la tattica del polpo, che per sopravvivere sacrifica qualche tentacolo per saziare il nemico. In sostanza, prova a concedere qualcosa ai russi per scongiurare uno scontro militare più ampio. E per placare le loro ire, annuncia un accordo per l’importazione di gasolio russo: una sorta di ricompensa in sostituzione del blocco europeo di acquisto di gas, che aveva rappresentato per decenni una fonte di introiti considerevoli per Mosca. prendendo due piccioni con una fava.
    Da una parte invia un forte segnale a Zelensky, invitandolo a cedere alla nazione confinante parte dei territori ucraini contesi per chiudere il conflitto; dall'altra tenta di evitare uno scontro diretto tra Russia ed Europa. In fondo, quella che sta conducendo Trump potrebbe essere un'azione politicamente saggia non solo per gli Stati Uniti, anche perché, diciamolo chiaro, alla cessione di territori ucraini non si vedono soluzioni alternative possibili, data l'impossibilità per l'Ucraina di conquistare la Russia.
    Quello che lascia perplessi è che fra le forze politiche italiane non ci sia una discussione capace di affrontare seriamente la questione. La sinistra è lì che discute sul sì o sul no alla militarizzazione, facendo perno su valutazioni dottrinali, prescindendo dalle reali situazioni in essere. Il centrodestra sembra invece concentrato sulle proprie tensioni interne e sul fenomeno Vannacci, che tra l'altro si sta progressivamente sgonfiando.
    La verità è che al Paese servono statisti capaci di ragionare con la propria testa, non pseudopolitici che sembrano limitarsi a prendere ordini, senza sapere peraltro da chi provengono.
    Il tutto mentre siamo presi d’assalto da un debito pubblico intorno ai 3.000 miliardi di euro. È proprio il caso di dirlo, nel vero senso della parola: Povera Italia!

di Giovanni Corrao - (consulenza Pippo AI) - 16/10/2026



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