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Centrodestra e centrosinistra alla prova dei fatti |
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Capitolo 1° – IMU: due fratelli e due modi di vivere Due fratelli, ancora giovani, ereditano due appartamenti di proprietà dei genitori. Conducono vite diverse, pur percependo stipendi simili. Al primo piace la bella vita, vacanze, ristoranti, divertimenti, e spende tutto quello che guadagna senza mettere nulla da parte. Il secondo conduce una vita riservata, si concede pochissimi lussi e riesce, con anni di sacrifici, a realizzare il suo sogno: comprarsi una casa al mare. A questo punto entra in scena lo Stato. Al primo fratello non chiede nulla, perché non ha risparmi; al secondo, invece, chiede di pagare l'IMU sulla seconda casa. Il primo continua a godersi la vita, mentre il secondo, per sostenere il peso delle imposte e delle spese di gestione — corrente elettrica, acqua, condominio, manutenzione, spese straordinarie e quant'altro — è costretto ad affittare la casa nei mesi estivi, rinunciando proprio a godersela quando vorrebbe. Ma questa sarebbe giustizia sociale? Lo Stato non ha messo un centesimo per l'acquisto della casa al mare del secondo fratello. A quale titolo, allora, tassa il patrimonio immobiliare di chi ha risparmiato e investito il frutto del proprio lavoro? È questo il modo di premiare chi rinuncia a consumare tutto ciò che guadagna? È giusto che chi ha saputo amministrare con oculatezza i propri redditi venga penalizzato rispetto a chi li ha spesi tutti? ...o si tratta soltanto di assecondare le proposte demagogiche di chi, a sinistra, sembra gareggiare nell'inventare nuove forme di prelievo fiscale? Capitolo 2° – Extraprofitti bancari: chi paga? Lo Stato non si accontenta. Bussa alle porte delle banche per chiedere una quota dei loro profitti, presentando il prelievo come una misura di giustizia sociale. Ma attenzione: non è una questione che riguarda soltanto la sinistra. Nel 2023 fu proprio il governo Meloni a introdurre una tassa straordinaria sugli extraprofitti bancari, con un'aliquota del 40% sull'incremento del margine d'interesse rispetto a determinati livelli. Poi, di fronte alle reazioni del settore, la disciplina venne modificata, consentendo alle banche di evitare il versamento dell'imposta accantonando le somme in una riserva patrimoniale. Nel maggio 2024 Giorgetti confermò che lo Stato non aveva incassato nulla da quella tassa. Con la manovra 2026, però, il governo è tornato a chiedere un contributo maggiore al settore finanziario, introducendo nuove misure fiscali per banche e assicurazioni e stimando maggiori entrate per miliardi di euro. Insomma, anche il centrodestra è arrivato a cercare nuove risorse nel settore bancario, seppure attraverso strumenti differenti da quelli inizialmente previsti nel 2023. E qui sorge la domanda: chi paga davvero? Gli amministratori delegati possono anche dichiararsi disponibili a contribuire alle casse pubbliche. Ma una banca può reagire a un aumento dei propri oneri fiscali anche rivedendo commissioni, tariffe e condizioni applicate ai clienti. E veniamo a un fatto concreto. Chi paga le tasse tramite PagoPA, utilizzando l'app IO, nella seconda metà del 2025 si è trovato di fronte a una sorpresa: la commissione applicata dalla banca Intesa Sanpaolo per un'operazione di pagamento passa improvvisamente da 1,50 a 2,50 euro, con un aumento secco del 66,7%. Una coincidenza? Una scelta commerciale? Oppure uno dei tanti modi in cui i costi finiscono per ricadere sui clienti? Non c'è prova che questo specifico aumento sia collegato ai nuovi prelievi fiscali. Ma il problema rimane: quando lo Stato tassa gli utili di un'impresa, chi garantisce che il costo non venga trasferito sui cittadini? La domanda, dunque, non è soltanto quanto incassa lo Stato, ma chi finisce per pagare il conto. Capitolo 3° – Profitti energetici: tassare i petrolieri abbassa il prezzo alla pompa? Ma il centrosinistra non è ancora contento! Vuole che vengano tassate anche le compagnie petrolifere: a loro dire stanno facendo soldi a palate! Sarà poi vero che l'aumento dei carburanti dipende necessariamente dai maggiori profitti delle compagnie energetiche, anziché dall'aumento del costo della materia prima? Il prezzo del petrolio risente delle tensioni internazionali, delle guerre e dei rischi per i trasporti marittimi, soprattutto nei passaggi strategici come lo stretto di Hormuz e il Bab el-Mandeb. Le tensioni in quelle aree hanno provocato rincari del greggio e dei costi di trasporto, ma non bastano, da sole, a spiegare ogni variazione del prezzo alla pompa. Occorre considerare anche la raffinazione, la distribuzione, le imposte e i margini dei diversi operatori. E allora, prima di accusare le compagnie energetiche di realizzare extraprofitti, non sarebbe opportuno accertare chi guadagna davvero, quanto guadagna e per quale ragione? Naturalmente, un aumento del costo della materia prima non esclude che alcune imprese possano realizzare margini maggiori. Ma nemmeno il rincaro dei carburanti dimostra automaticamente che gli extraprofitti esistano nella misura ipotizzata. Il problema, però, non finisce qui. Quando si impone una nuova tassa alle compagnie petrolifere, che cosa accade? Se le imprese riescono a trasferirne almeno una parte sui prezzi, il risultato rischia di essere un ulteriore aggravio per chi fa rifornimento. E chi sono questi ultimi? I cittadini, lavoratori ed autotrasportatori naturalmente: ma anche quelli che devono usare l'automobile per accompagnare i figli, fare la spesa o semplicemente vivere in territori dove i trasporti pubblici non costituiscono un'alternativa concreta. Non è detto che ogni nuova imposta si traduca automaticamente in un aumento dei prezzi. Ma è altrettanto sbagliato dare per scontato che a pagarla siano soltanto le imprese colpite dal provvedimento. Cambiano i destinatari delle tasse, ma il pagatore sospettato numero uno resta sempre lo stesso: il contribuente. Capitolo 4° - E allora, dov'è la giustizia sociale? Una casa acquistata con i risparmi di una vita, gli utili di una banca, i profitti di una compagnia petrolifera: tre situazioni differenti, ma una domanda comune. Le imposte servono a finanziare i servizi pubblici e a sostenere la collettività: nessuno lo mette in discussione. Il problema nasce quando si confonde la legittima esigenza di reperire risorse con la convinzione che basti individuare un patrimonio, un utile o un settore economicamente forte per risolvere ogni problema di bilancio. Non basta annunciare una tassa per dimostrare che sia giusta. Non basta chiamarla "contributo di solidarietà" o "tassa sugli extraprofitti" per sapere chi ne sopporterà realmente il costo. E soprattutto, non basta promettere che pagheranno i ricchi, le banche o le compagnie energetiche per garantire che il conto non finisca in gran parte per svuotare del tutto le già vuote tasche dei cittadini comuni. La questione dovrebbe essere affrontata con dati alla mano, valutando gli effetti reali delle misure fiscali e non soltanto gli slogan con cui vengono presentate. Perché la giustizia sociale non può consistere nel punire chi risparmia, nel tassare senza verificare le conseguenze o nel vendere ai cittadini l'illusione che a pagare debbano essere sempre e soltanto gli altri. E quando alle promesse non corrispondono i risultati, il problema non riguarda più soltanto una parte politica, riguarda tutta la classe dirigente che, troppo spesso, sembra più interessata a conquistare il consenso che a risolvere i problemi. Compriamoci le mutande di castità e mandiamoli tutti a casa, questi subdoli pifferai magici!
di Giovanni Corrao - (consulenza Pippo AI) - 12/10/2026
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