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Che nel cosiddetto Campo largo non si abbia tutti la stessa visione programmatica mi sembra del tutto normale. Una coalizione politica non è necessariamente una comunità ideologica e, soprattutto, quando mette insieme partiti e movimenti che hanno storie e culture politiche differenti, è inevitabile che esistano opinioni diverse. Ma un programma bisogna pur farlo! Non si può pensare di arrivare alle elezioni chiedendo agli elettori di mettere insieme, dopo lo spoglio, posizioni che prima delle elezioni non sono riuscite a trovare una sintesi. Una coalizione che aspira a governare dovrebbe almeno dire con sufficiente chiarezza quale percorso intende seguire. Anche nel centrodestra, naturalmente, le posizioni non sono sempre coincidenti. La stessa Meloni ha dovuto più volte confrontarsi con le richieste della Lega, dalla flat tax alla rottamazione delle cartelle, fino alla questione del Ponte sullo Stretto. Ma, piaccia o non piaccia, il centrodestra è riuscito finora a conservare una certa compattezza politica. È proprio questo il problema che il centrosinistra dovrebbe porsi. Quando, per esempio, una delle componenti della coalizione assume una posizione rigida sul tema degli armamenti o della politica internazionale, non è sufficiente dichiarare che le differenze esistono. Bisogna stabilire come si intende governarle. Qualcuno dovrà cedere qualcosa. Non c'è nulla di scandaloso in questo: la politica è anche compromesso. Se invece nessuno è disposto a rinunciare a una parte delle proprie posizioni, allora sarebbe più onesto presentarsi separatamente agli elettori e verificare dopo le elezioni se esistano le condizioni per una convergenza. C'è poi un'altra questione, distinta da quella programmatica. Potrebbe anche accadere che il PD decida di non ricorrere alle primarie e che, secondo una prassi interna, sia il partito più votato della coalizione a indicare il Presidente del Consiglio. Immaginiamo che il centrosinistra vinca le elezioni e che il Partito democratico ottenga più voti degli altri componenti della coalizione. È tutt'altro che scontato che la partita sulla guida del governo si chiuda velocemente.
Infatti tra l'indicazione politica di una coalizione e la formazione effettiva di un governo esiste, nel nostro ordinamento parlamentare, una differenza sostanziale. Lo abbiamo già visto nel 2013. Pier Luigi Bersani, indicato dalla coalizione di centrosinistra e designato da Giorgio Napolitano per verificare la possibilità di formare un governo, non riuscì a ottenere un sostegno parlamentare sufficiente e rinunciò all'incarico; il successivo percorso istituzionale portò all'incarico conferito a Enrico Letta. È un precedente che vale la pena ricordare oggi, soprattutto mentre si discute della futura leadership del Campo largo. Non perché sia possibile prevedere oggi ciò che accadrebbe domani, ma proprio perché non è possibile prevederlo. La competizione politica interna a una coalizione può continuare anche dopo una vittoria elettorale. Tra l’altro bisognerebbe tener conto che parallelamente alla politica visibile esistono poteri dominanti invisibili, a nostro avviso soprattutto di tipo massonico, ma anche economici, istituzionali e culturali, capaci di esercitare una notevole influenza sulle decisioni politiche. Ma sarebbe ingenuo fingere che questi poteri non esistano. Pertanto non daremmo per scontato che l'eventuale vittoria di una coalizione guidata dal PD significhi automaticamente la formazione di un governo guidato dalla sua attuale segretaria. Il Presidente del Consiglio, nella Repubblica parlamentare italiana, non viene eletto direttamente dai cittadini. È nominato dal Presidente della Repubblica e deve poi ottenere la fiducia delle Camere. Lo ricordò con particolare chiarezza lo stesso Napolitano nel 2013, quando spiegò che, in assenza di un risultato elettorale risolutivo, il Capo dello Stato dispone della necessaria discrezionalità per individuare la soluzione che possa portare alla formazione di un governo capace di ottenere la fiducia parlamentare. È dunque prudente non confondere una vittoria elettorale con la conclusione della partita politica. Ma veniamo all’oggi. Il centrodestra ha pienamente convinto? Sembra proprio di no! Un governo che è riuscito a diventare il più longevo della storia repubblicana avrebbe potuto e dovuto utilizzare questa stabilità per affrontare riforme più profonde. La durata, da sola, non costituisce una prova della qualità dell'azione di governo. E tuttavia sarebbe intellettualmente disonesto non riconoscere che il centrodestra ha mostrato, nel corso di questa legislatura, un piglio pragmatico e una capacità di tenere insieme posizioni differenti che oggi non si riesce a vedere nel Campo largo. Lontani dall’aderire alla politica del governo Meloni, constatiamo che la questione diventa più seria soprattutto per chi, come noi, continua a riconoscersi nella sinistra democratica. Il Campo largo continua spesso a vivere sulle illusioni sbiadite dei vecchi partiti socialisti e comunisti, rappresentando una sinistra senza più un’idea di sinistra. Non ci si riferisce al passato di quei partiti, che appartiene alla storia della Repubblica e che non può essere cancellata, ma alla difficoltà di elaborare oggi una visione politica che non riproponga soluzioni nate in un'altra epoca. Si continua a parlare soprattutto di tassazione degli extraprofitti, dei grandi patrimoni, di nuove imposte. Ma dov'è un progetto complessivo per aumentare il tenore di vita di chi sta peggio? Dov'è una politica capace di difendere il potere d'acquisto dei salari non soltanto attraverso trasferimenti e detrazioni, ma intervenendo sui meccanismi fiscali che l'inflazione rende progressivamente più gravosi? Dov'è una strategia per aumentare produttività, salari, investimenti e competitività, invece di limitarsi a creare occupazione assistita? E soprattutto: dov'è una moderna idea dello Stato nell'epoca dell'intelligenza artificiale? È qui che si avverte maggiormente la distanza da quella tradizione e dagli insegnamenti della sinistra di Ugo La Malfa. Chi proviene da un'altra storia, come i repubblicani di vecchia scuola, ha sempre considerato Ugo La Malfa uno dei riferimenti più importanti di quella particolare idea di sinistra che il Partito repubblicano seppe esprimere. Non è casuale che nel 1968 La Malfa abbia intitolato una sua opera “Ideologia e politica di una forza di sinistra, e non di centrosinistra. Il titolo del testo dice già molto. La Malfa cercava una sinistra capace di liberarsi dall'ortodossia marxista e di affrontare i problemi economici e sociali con spirito riformatore e pragmatico. La documentazione sulla sua attività politica ricorda proprio la sua critica alla vecchia impostazione marxista e la ricerca di una politica di sviluppo programmato. È questa, in fondo, la lezione dell'azionismo che ancora oggi conserva una sua attualità: libertà in senso lato, vera giustizia sociale, riforme. Ma anche responsabilità, sviluppo, merito, cultura dello Stato. Non una sinistra prigioniera delle proprie dottrine storiche, ma una sinistra capace di costruire una visione innovativa per una società nuova. Francesco Guccini, parlando della propria formazione politica, richiamava proprio la tradizione azionista e di Giustizia e Libertà. Non è difficile capire perché una simile idea possa apparire oggi particolarmente interessante a chi si posiziona politicamente dalla parte della tradizione repubblicana e nell’ambito di una sinistra democratica non dogmatica. La campagna elettorale per le elezioni politiche del prossimo anno è già iniziata, e con essa è partita la gara a promettere ciò che non si potrà mantenere. Il futuro finanziario del Paese non sarà semplice. Il PNRR ha messo a disposizione dell'Italia risorse straordinarie, ma una parte importante di quelle risorse è costituita da prestiti che dovranno essere rimborsati. Eppure, mentre tutti discutono di ciò che si dovrebbe spendere domani, si sente parlare assai meno di ciò che dovrà essere restituito. E non è una questione che riguardi soltanto una parte politica: riguarda tutti. Perché promettere nuovi benefici, nuovi bonus, nuove riduzioni fiscali e nuovi interventi pubblici è relativamente facile quando si guarda soltanto al presente. Molto più difficile è spiegare ai cittadini quali saranno gli spazi finanziari disponibili quando bisognerà fare i conti con il debito accumulato e con gli impegni assunti. Il problema, dunque, non è soltanto quanto lo Stato vuole dare: è quanto lo Stato potrà ancora permettersi di dare. E questo dovrebbe essere uno dei primi argomenti di una campagna elettorale seria. Ecco perché la nostra posizione può apparire, a prima vista, paradossale. Non crediamo nel centrodestra come prospettiva politica per il Paese, ma non possiamo nemmeno nascondere una preoccupazione per un'eventuale vittoria del centrosinistra, se arrivasse al governo senza avere prima risolto le proprie contraddizioni. Non sarebbe un problema soltanto per il centrosinistra: sarebbe un problema per l'Italia. Perché governare non significa semplicemente impedire agli altri di farlo. Governare significa sapere che cosa fare il giorno dopo avere vinto le elezioni. E significa soprattutto avere il coraggio di dire agli elettori che alcune cose non si possono fare, alcune promesse non si possono mantenere e alcune scelte, per quanto impopolari, dovranno essere affrontate. È precisamente questo che sembra mancare oggi nel dibattito politico italiano. Da una parte una destra che non convince e che potrebbe, un passo alla volta, restringere gli spazi della libertà con la scusa di privilegiare la sicurezza e l'ordine. Dall'altra una sinistra che rischia di presentarsi agli elettori con una somma di posizioni diverse, senza aver trovato una visione comune del Paese. Non ci interessano i manifesti elettorali costruiti per vincere le elezioni. Interessa invece sapere che cosa succederà al Paese il giorno dopo la consultazione elettorale. In questa situazione di indeterminatezza non ce la sentiamo di applaudire automaticamente né l'una né l'altra parte. Se il centrosinistra vuole davvero rappresentare un'alternativa di governo, deve trovare rapidamente una sintesi programmatica credibile. Altrimenti il problema non sarà soltanto quello di perdere le elezioni. Sarà quello, assai più grave, di vincerle senza sapere davvero che cosa fare. E prima di chiedere agli italiani di cambiare governo, sarebbe bene spiegare loro quale governo intendano dare all'Italia.
di Giovanni Corrao - (consulenza Pippo AI) - 05/10/2026
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