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C'è una domanda che da tempo mi accompagna nei miei studi sulla recente storia politica italiana: può esistere una forma di autoritarismo che non abbia bisogno di abolire la democrazia? La domanda può sembrare un ossimoro. Eppure, se per fascismo intendiamo non soltanto il regime storico nato in Italia nel 1922, ma più genericamente la concentrazione del potere sottratta al controllo dei cittadini, la risposta potrebbe essere meno semplice di quanto sembri. Immaginiamo infatti un sistema nel quale le elezioni continuano a svolgersi, il Parlamento continua a riunirsi, i partiti continuano ad esistere, i giornali continuano a pubblicare, e i cittadini continuano apparentemente ad essere liberi. Ma immaginiamo anche che le decisioni fondamentali vengano progressivamente sottratte al controllo degli elettori e trasferite verso una rete di poteri di tipo massonico, della quale il cittadino non conosce né la struttura né i vertici. Certo: non sarebbe più il fascismo del manganello, ma, eventualmente, quello di un fascismo democratico. E dunque, per chiarire e spiegare la trasformazione del potere avvenuta nel Paese dal secondo dopoguerra, ci sia consentito di fare un ragionamento che tenga conto dei fatti, ma che potrebbe porre incertezze nella sua completa accettazione. Quanto sarà di seguito illustrato avrà valenza politica, ma non necessariamente giudiziaria, per la mancanza di dati certi che possano avvalorare la tesi esposta. L’impressione è che, una volta, il potere occulto si nascondesse dietro lo scudo crociato della Democrazia cristiana. Da lì il sistema di tipo massonico cercava di avvicinare il potere politico per trattare e trarne benefici tangibili. Una prova importante fu il fallimento della banca privata più rilevante, quel Banco Ambrosiano che ha poi portato con sé l’omicidio Ambrosoli e il mai provato suicidio Calvi: parte dei soldi spariti furono usati per pagare personalità politiche in cambio di favori. Volendo essere pragmatici, fu forse l’era dei governi Craxi a convincere il potere massonico di vertice della necessità di entrare nell’agone politico in prima persona, svincolandosi dai veri politici, tentando di accaparrarsi direttamente il potere globale del Paese in forma esclusiva – e dunque venendo meno ad uno dei principi massonici fondamentali –, seguendo le linee del Piano di Rinascita democratica attribuito a Licio Gelli. Quella che viene indicata come Prima Repubblica aveva un sistema politico nel quale il cittadino, attraverso i partiti, manteneva un rapporto diretto con la politica, grazie alle sezioni, alle assemblee, agli iscritti, ai militanti, che portavano a discussioni, ad accordi o a conflitti interni. Era un sistema imperfetto, spesso clientelare e tutt’altro che immune dalla corruzione, ma esisteva una rete politica intermedia di comunicazione fra il cittadino e il potere. Poi quel mondo è crollato. La prima operazione fu quella di far scomparire i partiti tradizionali dell’epoca, Dc, Psi, Pci, ecc., per farne nascere di nuovi strutturati su basi differenti. Una volta, se necessario, si chiedeva il favore al politico: dopo, invece, sarebbe stato il potere occulto, tramite i suoi politici, a sottomettere e pretendere obbedienza in cambio dei favori. Silvio Berlusconi, in questi cambiamenti in corso, costituisce un caso emblematico. La sua appartenenza alla P2 è documentata. Il Cavaliere entra in politica e costruisce Forza Italia, una formazione profondamente diversa dai vecchi partiti tradizionali. La televisione diventa uno strumento centrale del rapporto fra leader ed elettore. La sezione politica perde progressivamente la sua funzione. Il cittadino non ha più bisogno di recarsi nella sezione del partito. Ora, se questo cambiamento può essere interpretato come una modernizzazione della democrazia, può anche essere letto in maniera opposta: come la progressiva sostituzione della partecipazione politica con la comunicazione politica. Se la P2 rappresentava una struttura occulta inserita dentro il sistema politico ed economico, è possibile che la fine della Prima Repubblica abbia determinato non la fine di quel modello, ma la sua trasformazione: da una struttura che condiziona il potere dall'esterno a una struttura che cerca di esercitare direttamente il potere. Va ricordato in proposito che la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia P2, presieduta da Tina Anselmi, accertò l'esistenza di un’altra struttura segreta con una presenza rilevante in settori della politica, dell'economia, dell'informazione, dell'amministrazione dello Stato e delle Forze armate. A tal riguardo esiste un importante documento precedente: la Bolla di fondazione della P1, del 6 gennaio 1971, la quale stabiliva la costituzione di una «Propaganda 1», caratterizzata da particolare riservatezza, e prevedeva che non fosse tenuto alcun archivio degli appartenenti. A ricoprire l'incarico di Primo Sorvegliante veniva chiamato Licio Gelli. Nel caso della P1, l'assenza di un elenco di fratelli è coerente con il carattere di segretezza previsto dalla stessa Bolla, e ha consentito agli appartenenti di poter giurare di non far parte di alcun elenco massonico! La questione si fa ancora più interessante se notiamo che Licio Gelli non fu soltanto il personaggio che successivamente divenne il cardine della P2. La documentazione sulla P1 lo colloca nel ruolo di Primo Sorvegliante. La relazione della Commissione Anselmi ricostruì inoltre il progressivo controllo esercitato da Gelli sulla P2, fino alla situazione nella quale, secondo la Commissione, egli aveva acquisito il controllo completo dell'organizzazione. È dunque possibile leggere P1 e P2 come due momenti distinti di una medesima storia del potere occulto. Il grande commercio e la grande distribuzione diventano interlocutori essenziali dell'editoria e delle televisioni, anzi sono costretti a finanziarli tramite la pubblicità. E le banche, che per lungo tempo avevano rappresentato uno dei principali strumenti attraverso i quali il capitalismo finanziava l'impresa, acquisiscono una funzione ancora più decisiva nella selezione delle iniziative economiche. Il potere moderno può dunque funzionare in modo assai più semplice: chi controlla i nodi fondamentali del sistema non ha bisogno di controllare ogni singola persona, gli basta controllare le condizioni nelle quali quella persona deve operare. Formalmente potrebbe essere una distinzione comprensibile. Ma produce una domanda politica: quanto può incidere realmente il voto del cittadino se una parte crescente delle decisioni concrete viene affidata a una struttura amministrativa permanente e condizionata? C’è inoltre un altro problema: la progressiva separazione fra politica e amministrazione può produrre un trasferimento di potere verso soggetti che non vengono direttamente scelti dagli elettori. E questo problema, in una democrazia, meriterebbe di essere discusso. Negli anni della strategia della tensione, il condizionamento politico passava attraverso la paura, la violenza e la destabilizzazione. In una società moderna, invece, il controllo dell'informazione può risultare molto più efficace della violenza. Non è necessario impedire al cittadino di parlare: è sufficiente impedire che venga ascoltato. Non è necessario vietare un giornale: è sufficiente renderlo socialmente irrilevante. Non è necessario censurare un'opinione: è sufficiente sommergerla di altre opinioni fino a renderla invisibile. In una democrazia normale, maggioranza e opposizione dovrebbero combattersi politicamente. Invece oggi siamo in presenza di un'opposizione che combatte sul piano della comunicazione, ma raramente arriva a mettere in discussione i meccanismi attraverso i quali il potere viene esercitato. È possibile che sia soltanto una conseguenza della debolezza delle opposizioni, ma è anche possibile — e questa è un'altra ipotesi plausibile — che un sistema di potere particolarmente sofisticato sia capace di assorbire il conflitto politico senza lasciarsi realmente modificare: siamo nella situazione in cui una maggioranza e un'opposizione potrebbero rispondere alla medesima centrale occulta di potere. In questo caso il cittadino vede il conflitto e può persino appassionarsi ad esso. Ma il sistema rimane sostanzialmente immobile. Se la centrale di potere fosse realmente unica per tutte le credenze politiche, massoniche, religiose, economiche, ecc., acquisterebbero un senso anche la blanda opposizione di FdI al governo Draghi (quello dell'ammucchiata), la inconsistenza dei sindacati (quanto siamo distanti dagli storici Lama, Carniti, e Benvenuto!), e le ridicole controproposte del Campo largo contro il governo meloniano. L'Italia oggi non è una dittatura nei termini comuni conosciuti. Ma esiste una storia documentata di organizzazioni segrete che hanno cercato durante la Prima Repubblica di influenzare o controllare settori rilevanti dello Stato italiano. Oggi sembra che gli stessi poteri, accuratamente celati per evitare di render nota la loro esistenza, si siano posizionati in maniera tale da gestire il potere con una forma di dominio occulto esercitato direttamente sui politici di facciata. Tanto per essere chiari: prima il vertice occulto del potere massonico si celava dietro lo scudo crociato Dc, oggi si annida nella democrazia, a monte dei partiti. Se così fosse, i partiti sarebbero praticamente delle logge massoniche mascherate. Non serve la caccia alle streghe, ovvero conoscere i nomi: il problema è politico! Se il potere che conta fosse davvero quello descritto, come purtroppo in termini logici appare, combatterlo frontalmente sarebbe come agire contro qualcosa di enormemente potente e, d’altro canto, invisibile. Invece può essere importante ed utile parlare di questo “dominio senza volto” per individuare i loro metodi egemonici occulti, rivelandoli al grande pubblico. Forse chi si sente pressato e spiato da vicino potrebbe essere costretto ad autolimitare le proprie ambizioni.
di Giovanni Corrao - (consulenza Pippo AI) - 19/09/2026
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