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Quando l'inflazione diventa una tassa

Ricordo che mio padre, molti anni fa, mi spiegò la nascita dell'IRPEF in maniera molto semplice. Prima della grande riforma tributaria degli anni Settanta esisteva un sistema formato da numerose imposte sui redditi, con regole e adempimenti differenti. La riforma del 1973-74 ne abolì diverse e introdusse, fra le altre cose, l'IRPEF, l'Imposta sul reddito delle persone fisiche. L'obiettivo era razionalizzare il sistema, rendendo più organico il prelievo e, almeno nelle intenzioni, più semplice la vita del contribuente.
    Era un'idea moderna. Peccato che, con il trascorrere dei decenni, il sistema tributario italiano abbia preso una direzione piuttosto diversa. Oggi, accanto all'IRPEF, esistono numerosi altri tributi, imposte sostitutive, addizionali, tasse e contributi. Il cittadino, spesso, non riesce più a percepire con chiarezza quanto paga realmente e perché. Ma c'è un problema ancora più sottile, che riguarda proprio l'IRPEF: il fiscal drag, o drenaggio fiscale.
    La Costituzione stabilisce che il sistema tributario debba essere informato a criteri di progressività. È un principio condivisibile: chi ha una maggiore capacità contributiva deve concorrere maggiormente alle spese pubbliche. Ma la progressività non dovrebbe trasformarsi in un aumento automatico del prelievo semplicemente perché aumentano i prezzi.
    Facciamo un esempio. Un lavoratore riceve un aumento dello stipendio del 5 per cento, ma nello stesso periodo l'inflazione è del 5 per cento. Il suo reddito nominale è aumentato, ma il suo potere d'acquisto è rimasto sostanzialmente invariato. Se però gli scaglioni IRPEF e le detrazioni rimangono fermi, una parte maggiore del suo reddito può essere tassata alle aliquote più elevate. In altre parole, il contribuente non è diventato realmente più ricco, ma può finire per pagare più imposte.
    Il fenomeno non è nuovo. Già alla fine degli anni Ottanta furono introdotti meccanismi destinati a neutralizzare il drenaggio fiscale attraverso l'adeguamento degli scaglioni, delle detrazioni e dei limiti di reddito. Nel corso degli anni Novanta, tuttavia, la restituzione fu più volte limitata, sospesa o utilizzata attraverso altre forme di sostegno alle famiglie. Nel 1998, ad esempio, la legge finanziaria stanziò somme specificamente destinate alla restituzione del drenaggio fiscale.

Perché abbassare un'aliquota non basta
Forse per la paura di essere giunti ad una tassazione esagerata, la legge di bilancio 2026 ha ridotto dal 35 al 33 per cento l'aliquota relativa al secondo scaglione, quello compreso fra 28.000 e 50.000 euro. È una riduzione reale e strutturale e sarebbe ingiusto negarne l'effetto positivo per chi ne beneficia. Ma non risolve il problema del fiscal drag.
    Se fra qualche anno i redditi nominali continueranno a crescere per effetto dell'inflazione e gli scaglioni resteranno fermi, il problema si ripresenterà. Saremo allora nuovamente costretti a discutere se abbassare un'aliquota, aumentare una detrazione o modificare uno scaglione. E così il sistema fiscale finisce per essere sottoposto continuamente a correzioni politiche, anziché funzionare secondo un criterio stabile.
    Anche il gettito racconta qualcosa. Nei primi sei mesi del 2026 le entrate tributarie erariali sono aumentate rispetto allo stesso periodo del 2025. Naturalmente non si può attribuire automaticamente questo aumento al fiscal drag: il gettito dipende da moltissimi fattori. Ma bisognerebbe chiedersi quanto dell'aumento delle entrate derivi da una reale crescita della capacità contributiva e quanto, invece, dall'aumento nominale dei redditi provocato dall'inflazione. Se un lavoratore guadagna il 4 per cento in più perché il costo della vita è aumentato del 4 per cento, non è diventato più ricco. E se su quell'aumento nominale lo Stato incassa più imposte, una parte di quel maggior gettito deriva semplicemente dall'inflazione.

Indicizzare l'IRPEF all'inflazione
La soluzione, almeno in linea di principio, sarebbe semplice: scaglioni IRPEF, detrazioni e principali parametri monetari dovrebbero essere automaticamente rivalutati in base all'inflazione. Se i prezzi aumentano del 3 per cento, anche i limiti monetari dell'IRPEF aumenterebbero del 3 per cento. Chi vede aumentare il proprio stipendio soltanto per compensare l'inflazione rimarrebbe, dal punto di vista fiscale, nella stessa posizione reale. Se invece il suo reddito aumentasse più dell'inflazione, la progressività continuerebbe a operare normalmente: sarebbe realmente diventato più ricco e sarebbe quindi ragionevole che contribuisse maggiormente.
    L'indicizzazione dovrebbe naturalmente essere studiata con attenzione, ma il principio è semplice: l'inflazione non dovrebbe produrre automaticamente un aumento della pressione fiscale. Se il Parlamento vuole aumentare le imposte, è libero di farlo. Ma dovrebbe dichiararlo apertamente, modificando aliquote o altri parametri. Non dovrebbe ottenere lo stesso risultato lasciando semplicemente fermi valori monetari che l'inflazione rende progressivamente più onerosi.
    Ne guadagnerebbe anche la trasparenza del rapporto fra cittadino e Stato. Se il Governo decidesse di aumentare il prelievo, dovrebbe dirlo e assumersene la responsabilità. Se decidesse di ridurlo, il beneficio sarebbe altrettanto evidente. In definitiva, l'IRPEF dovrebbe tassare la capacità contributiva, non l'inflazione.

E la politica?
Guardando al passato, viene in mente il comportamento tenuto da Tremonti durante i governi Berlusconi. Mentre affermava di «non mettere le mani nelle tasche degli italiani», chissà intanto cosa infilava posizionandosi silenziosamente alle loro spalle! Ma non fu il solo: nel corso degli anni, governi di centrodestra e centrosinistra finirono sostanzialmente per comportarsi allo stesso modo, lasciando che una parte del fiscal drag si trasformasse in maggiore gettito per lo Stato.
    Va detto però, per verità storica, che negli anni dell'Ulivo il problema fu almeno affrontato concretamente: la finanziaria 1998 di un certo Romano Prodi previde stanziamenti per la restituzione del drenaggio fiscale e la finanziaria 2001 stabilì che le riduzioni delle aliquote e le nuove detrazioni IRPEF valessero anche ai fini della restituzione del fiscal drag.
    Poi arrivò il governo Berlusconi. E mentre prometteva di abbassare le tasse, il meccanismo di recupero del fiscal drag non venne più applicato: secondo una successiva ricostruzione parlamentare, dal 2001 non fu adottato alcun ulteriore intervento di recupero, neppure quando si ripresentarono le condizioni previste dalla disciplina.
    Quanto sopra per dire che, se il centrosinistra vuole rappresentare un'aspettativa di modernità, dovrebbe avanzare proposte concrete che riguardino direttamente la vita della gente. I poveri hanno ben capito che quando si tassano i ricchi non arriva niente nelle loro tasche! Parlare poi soltanto di riforme costituzionali o di legge elettorale interessa poco a chi non riesce ad arrivare a fine mese con le somme disponibili.
    Riflettiamo, onorevoli, riflettiamo!

contenuti di Giovanni Corrao - (revisione di Pippo AI) - 26/08/2026



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