home page archivio documenti album multimediale biblioteca links scrivici
  
Potere, regole e obbedienza

Qualche giorno fa ho ritrovato, sulla copertina di una rivista che avevo conservato, una frase di Maurizio Cattelan che mi aveva colpito al punto da rimanermi in testa: «Il problema non è il potere. È il desiderio di obbedire». Da allora continuo a rifletterci.
la copertina della rivista di La Repubblica     In effetti, per un cittadino sapere di essere nel giusto se rispetta degli ordini potrebbe essere più tranquillizzante. Una condizione auspicata in campo politico - e parlo soprattutto delle fasce estreme, sia di destra che di sinistra - in campo militare per gli amanti della disciplina, o da chi entra in forme associative occulte dove l'obbedienza non è solo un modo di dire. Una posizione antitetica a quella che dovrebbero seguire dei veri repubblicani democratici, soprattutto quelli che, applicando il motto mazziniano di "pensiero ed azione", fanno della libertà di pensiero e del rispetto delle regole la loro bandiera.
    E proprio la vicenda di questi giorni della ripresa dei controlli da parte italiana di chi proviene dalla Spagna mi è sembrata offrire una singolare occasione per interrogarsi sul rapporto fra potere, regole e obbedienza.
    Partiamo dai fatti. Dopo l'afflusso di decine di migliaia di migranti dal Marocco verso Ceuta, enclave spagnola in territorio nordafricano, il governo italiano ha deciso di reintrodurre temporaneamente i controlli sugli arrivi dalla Spagna, motivando la scelta con esigenze di sicurezza nazionale e con il timore che parte di quelle persone potesse proseguire verso altri Paesi europei. La cifra riferita dalle autorità locali spagnole è stata nell'ordine delle 60.000 persone.
    Ora, una precisazione è doverosa. Non è corretto dire semplicemente che l'Italia abbia «violato Schengen». Il sistema di Schengen prevede infatti la possibilità, in circostanze eccezionali, di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne. Ma pone condizioni molto precise: deve esserci una minaccia grave all'ordine pubblico o alla sicurezza interna; la misura deve essere necessaria e proporzionata e deve costituire una soluzione di ultima istanza. La normativa chiede inoltre di valutare se lo stesso risultato possa essere ottenuto attraverso strumenti alternativi. Ed è proprio qui che, a mio avviso, comincia la discussione politica. Non mi interessa sostenere che un governo debba essere privo del diritto di reagire a una situazione eccezionale. Mi interessa piuttosto accertare se la situazione verificatasi a Ceuta, sulla frontiera fra Spagna e Marocco, possa giustificare, per l'Italia, il ricorso a una misura così delicata nei confronti di un altro Paese dell'Unione.
    La domanda è tanto più legittima perché Ceuta non è una frontiera italiana e perché la stessa disciplina europea prevede specifiche regole per quella particolare frontiera esterna. Insomma: se un governo ritiene che le regole europee siano insufficienti, o che un altro Stato membro non le applichi correttamente, ha tutto il diritto — anzi, direi il dovere — di contestarle. Ma dovrebbe farlo nelle sedi europee, chiedendo che le regole vengano cambiate o applicate diversamente, spiegando le ragioni della propria posizione e cercando il consenso degli altri governi.
    Quello che trovo politicamente pericoloso è invece l'idea che una regola comune possa essere rispettata quando ci conviene e temporaneamente accantonata quando ci è d'impaccio. Perché Schengen, prima ancora di essere un insieme di norme tecniche, è un patto di fiducia. Io rinuncio a controllare sistematicamente chi arriva dalla Francia, dalla Spagna o dalla Slovenia perché mi fido del sistema di controllo e di cooperazione europeo. E gli altri Paesi fanno lo stesso con me. Questa rinuncia ai controlli interni è possibile proprio perché esistono regole comuni sulle frontiere esterne, sull'asilo, sulla cooperazione di polizia e sulla sicurezza. Se quella fiducia viene meno, l'intero sistema comincia a funzionare per ritorsioni successive. Ed è esattamente ciò che è accaduto: alla decisione italiana ha fatto seguito la reazione spagnola, con Madrid pronta a introdurre a sua volta controlli nei confronti dell'Italia.
    È difficile non vedere, in questo scambio di misure, qualcosa di profondamente contrario allo spirito dell'integrazione europea.
    C'è poi una seconda questione che mi sembra ancora più importante. Molti dei migranti che arrivano in Italia non rimangono necessariamente in Italia. Il sistema europeo di asilo e il nuovo Patto sulla migrazione e l'asilo prevedono forme di responsabilità condivisa e di solidarietà fra gli Stati membri. Il principio stesso della cooperazione europea implica, dunque, che ogni Paese possa chiedere agli altri di assumersi una parte delle conseguenze di un problema che non è soltanto nazionale.
    Non si può rivendicare solidarietà quando serve all'Italia e contemporaneamente mettere in discussione il principio di fiducia reciproca quando ci impone qualche sacrificio. Quindi, a mio avviso, l’Italia avrebbe forse fatto bene a mettere le proprie competenze, ed anche eventualmente i propri mezzi, a disposizione della Spagna, aiutandola se possibile a risolvere il problema.
    Ma è soprattutto sul terreno politico che questa vicenda mi lascia perplesso. Ho l'impressione che una parte della destra europea — e soprattutto quella italiana — abbia sviluppato un rapporto particolare con il concetto di regola. Le regole vengono spesso presentate come un ostacolo quando limitano la libertà d'azione del governo, mentre vengono invocate con grande fermezza quando servono a disciplinare i comportamenti dei cittadini. Non sostengo che questo equivalga automaticamente ad autoritarismo. Sarebbe una conclusione troppo facile e, soprattutto, troppo generica. Ma penso che sia legittimo interrogarsi su un certo sottofondo autoritario quando il potere politico manifesta insofferenza verso i vincoli che esso stesso è tenuto a rispettare. La democrazia liberale non consiste soltanto nel fatto che i cittadini eleggano un governo. Consiste anche nel fatto che il governo accetti di essere sottoposto alle regole. La vera forza di un governo democratico, del resto, non si misura dalla sua capacità di sottrarsi ai vincoli, ma dalla sua capacità di governare dentro i vincoli e, quando li ritiene sbagliati, di battersi per cambiarli.
    E qui si rende necessario ritornare alla frase di Cattelan. Forse il problema non è soltanto il desiderio del cittadino di obbedire al potere. È anche il desiderio del potere di essere obbedito senza essere a sua volta vincolato. E forse la democrazia comincia proprio quando questo desiderio incontra un limite.
    Mi sorprende poi, al riguardo, la debolezza della risposta del centrosinistra italiano. Avrebbe potuto cogliere l'occasione per fare una critica politica assai più profonda di quella, rituale, secondo cui «Meloni sbaglia». Avrebbe potuto dire: se le regole di Schengen non funzionano, cambiamole; se la distribuzione dei migranti è ingiusta, cambiamo il sistema; se uno Stato membro non protegge adeguatamente una frontiera esterna, chiediamo all'Unione di intervenire. Ma non distruggiamo la fiducia reciproca sulla quale l'Europa è costruita.
    Sarebbe stata una critica europeista, certo, ma non ingenua. Avrebbe riconosciuto che il problema migratorio esiste e che le regole europee possono essere insufficienti, senza però accettare che la risposta sia il progressivo ritorno a un'Europa nella quale ciascuno Stato pensa anzitutto a sé.
    E c'è infine una cosa che appare ancora più triste. Vedere il presidente del governo socialista spagnolo e la presidente del governo italiano scambiarsi accuse come se fossero i leader di due partiti contrapposti è uno spettacolo che non mi piace. Quando Pedro Sánchez parla con Giorgia Meloni non dovrebbe essere, prima di tutto, il socialista spagnolo che discute con la leader della destra italiana. Sono due capi di governo che rappresentano due Paesi e, nello stesso tempo, due Stati membri di una stessa Unione. La differenza non è formale. Un governo rappresenta tutti i cittadini del proprio Paese, non soltanto quelli che lo hanno votato. E quando tratta con un altro governo dovrebbe ricordarsi di rappresentare un'istituzione, non una tifoseria.
    Forse è proprio questo che stiamo perdendo: il senso del limite, il rispetto delle istituzioni, la consapevolezza che una regola comune non è un'umiliazione imposta da qualcuno, ma una rinuncia reciproca che rende possibile una libertà più grande.
    Schengen, in fondo, è questo. È accettare di non controllare ogni confine perché ci fidiamo gli uni degli altri. E se quella fiducia non ci piace più, abbiamo il diritto di chiedere di cambiarla, giustificando e motivando. Ma dobbiamo avere anche il coraggio di dirlo apertamente, nelle sedi appropriate, assumendoci la responsabilità politica di proporre un'alternativa.
    Altrimenti il rischio non è soltanto quello di avere governi che vogliono obbedienza. È quello, molto più sottile, di avere cittadini che finiscono per considerare normale che il potere possa scegliere, di volta in volta, quali regole meritino di essere rispettate.

di Giovanni Corrao - 9/08/2026



Edere repubblicane - Copyright © 2026 WebMaster: Giovanni Corrao