![]() |
| home page | archivio | documenti | album multimediale | biblioteca | links | scrivici |
|
Tra Vladimir Putin e Donald Trump è in corso una partita a scacchi di livello globale. La scacchiera non è una regione delimitata, ma l’intero pianeta; i pezzi da muovere non sono soltanto eserciti, bensì diplomazia, alleanze, pressioni economiche, offerte finanziarie e, nei casi estremi, azioni militari che possono degenerare in conflitti aperti. Accanto ai due protagonisti principali si muovono altri attori, che per ora svolgono un ruolo secondario ma non irrilevante. La Cina avanza soprattutto attraverso il commercio e l’interdipendenza economica, ma mantiene come obiettivo strategico irrinunciabile il controllo di Taiwan. L’India è una potenza demografica e tecnologica in cTra Vladimir Putin e Donald Trump è in corso una partita a scacchi di livello globale. La scacchiera non è una regione delimitata, ma l’intero pianeta; i pezzi da muovere non sono soltanto eserciti, bensì diplomazia, alleanze, pressioni economiche, offerte finanziarie e, nei casi estremi, azioni militari che possono degenerare in conflitti aperti.rescita, ma non dispone ancora di una proiezione geopolitica comparabile a quella dei grandi protagonisti. L’Iran persegue con ostinazione l’obiettivo di diventare una potenza nucleare regionale. Infine l’Europa, che appare paralizzata dalle proprie regole e dall’assenza di una vera politica estera comune: un insieme di stati che, proprio per la mancanza di una voce unica, fatica a esprimere posizioni politiche credibili. Sullo sfondo si sviluppa un processo lento ma inesorabile: il disfacimento degli antichi imperi coloniali. Francia e Regno Unito, in particolare, si ritirano progressivamente dai territori che un tempo controllavano, lasciando spazi vuoti nei quali si inseriscono nuove forme di influenza. In diversi paesi africani, come la Repubblica Centrafricana, si osserva la presenza crescente di contingenti militari russi che presidiano aree strategiche, spesso coincidenti con zone ricche di risorse minerarie. Nel confronto con Putin, Trump sembra aver tentato diverse strade. Prima la ricerca di un’intesa, poi una linea di maggiore fermezza, fino alla possibilità di minacce indirette. Un attacco militare diretto alla Russia è impensabile, soprattutto per le conseguenze catastrofiche legate all’eventuale uso di armi nucleari. Tuttavia è possibile erodere il potere di un avversario colpendone, uno alla volta, gli interessi periferici e le reti di alleanze. Sarebbe però un errore considerare Trump come un sovrano assoluto degli Stati Uniti. Il presidente americano dispone di ampi poteri esecutivi, ben superiori a quelli del presidente della Repubblica italiana, poiché è eletto direttamente dal corpo elettorale. Ciò nonostante, la democrazia statunitense è strutturata su un sistema di contrappesi solidi: Congresso, magistratura, apparati di controllo e una tradizione istituzionale che limita fortemente l’arbitrio personale. Le decisioni più delicate, soprattutto in politica estera e militare, non possono prescindere da questo complesso sistema di verifiche. In tale contesto si collocano alcune operazioni statunitensi che hanno sollevato forti polemiche. È indicativo, ad esempio, l’episodio dell’operazione denominata "Absolute Resolve", citata dalla stampa internazionale. L’operazione sarebbe stata preparata a partire dalle esigenze operative della Delta Force, reparto d’élite dell’esercito statunitense. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, la pianificazione si sarebbe svolta a bordo della nave Ocean Trader, affiancata dalla Iwo Jima, unità anfibia dei Marines dotata di un ampio ponte di volo. Proprio su quest’ultima si trovava il centro di comando dell’operazione, in una fase resa anomala dalle dimissioni dell’ammiraglio in contrasto con l’amministrazione e dalla mancata ratifica del suo successore. L’episodio viene spesso richiamato per sottolineare il grado di autonomia e, al tempo stesso, di conflittualità interna che può caratterizzare le istituzioni statunitensi. Non è certo la prima volta che gli Stati Uniti intervengono negli affari interni di altri paesi. La storia recente ne offre numerosi esempi, ampiamente discussi e criticati. Meno clamore ha invece suscitato quanto accaduto poco più di un anno fa ad Haiti, vicenda che merita di essere ricostruita. Haiti è formalmente una repubblica, ma nel corso della sua storia recente i governi che si sono succeduti raramente hanno posto al centro il benessere della popolazione, una delle più povere al mondo. Il 7 febbraio 2017 Jovenel Moïse fu eletto presidente a seguito di elezioni regolari. Il suo mandato si interruppe bruscamente con l’assassinio, avvenuto nella notte tra il 6 e il 7 luglio 2021. Dopo quell’evento traumatico, il potere passò di fatto al primo ministro Ariel Henry, che assunse la guida del paese in qualità di leader ad interim. Nonostante le promesse, fino al 2024 Haiti non fu condotta a nuove elezioni. Henry giustificò il rinvio continuo con la grave situazione di insicurezza, segnata dalla presenza di numerose gang armate che controllavano ampie porzioni del territorio. Alla fine di febbraio 2024, di ritorno da una missione internazionale, Henry non riuscì a rientrare a Port-au-Prince a causa del controllo esercitato dalle bande sull’aeroporto della capitale. Gli Stati Uniti intervennero deviando il volo verso Porto Rico. Da quel momento Henry rimase di fatto isolato e, sotto una forte pressione politica internazionale, fu indotto a rassegnare le dimissioni e a trasferire i poteri a un Consiglio Presidenziale di Transizione, tuttora in carica. Il fatto che ad Haiti fossero operativi altri aeroporti, come quello di Cap-Haïtien, ha alimentato il sospetto che Washington abbia voluto deliberatamente impedire il rientro del primo ministro per forzarne l’uscita di scena. Le reali motivazioni dell’intelligence statunitense non sono mai state chiarite. Si può ipotizzare, senza prove, che vi fossero timori legati a possibili aperture del governo haitiano verso altre potenze, o intese sul traffico di droga e di armi. Resta il dato che, all’epoca dei fatti, il presidente degli Stati Uniti fosse Joe Biden e che la vicenda non abbia suscitato grande attenzione mediatica internazionale, probabilmente anche per la scarsa rilevanza economica del paese. Non del tutto dissimile, per certi aspetti, è la vicenda che ha coinvolto il Venezuela e il presidente Nicolás Maduro, sebbene in quel caso le giustificazioni ufficiali siano state legate a presunti reati e a procedimenti giudiziari. Al di là delle versioni fornite dalle parti in causa, occorre tenere presente l’antico principio secondo cui, in politica, spesso "far credere" è parte integrante dell’azione. Maduro viene generalmente descritto come un dittatore a capo di un paese potenzialmente ricco, ma impoverito da una gestione autoritaria e da forti legami con Russia e Cina. È plausibile ritenere che vi siano stati tentativi diplomatici per favorire un cambio di linea politica prima di arrivare a misure più drastiche. È inoltre significativo che nessuna forza militare statunitense sia rimasta stabilmente sul territorio venezuelano dopo l’azione. In questa prospettiva, l’operazione non appare tanto come un tentativo di occupazione, quanto come un messaggio politico indirizzato indirettamente a Mosca. Se gli Stati Uniti avessero voluto assumere il controllo del Venezuela, avrebbero potuto farlo con relativa facilità. Il fatto che ciò non sia avvenuto suggerisce l’esistenza di accordi o intese, almeno parziali, con settori interni al paese. Trump non è un folle, né il sistema statunitense consentirebbe a un presidente incapace di guidare il paese senza reagire. Il suo stile, tuttavia, è volutamente spiazzante. Anche la politica dei dazi va letta in questa chiave: una strategia che mira, nelle intenzioni dichiarate, a ridurre il debito e riequilibrare i rapporti commerciali, ma che rischia di produrre effetti negativi sui consumatori americani e di inasprire le relazioni internazionali. Non si può escludere che le tensioni esterne servano anche a distogliere temporaneamente l’attenzione dai problemi economici interni. In questo scenario complesso emerge con particolare evidenza la debolezza dell’Unione europea, rimasta a lungo in una posizione di comoda dipendenza dall’alleato americano. Alcune ipotesi, come quella di una possibile annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, appaiono oggi poco realistiche se non all’interno di eventuali accordi economici con la Danimarca. Analogamente, Cuba non rappresenta più un obiettivo strategico centrale. Ben più concrete appaiono invece le ambizioni della Cina su Taiwan. Le continue minacce e manovre militari indicano una determinazione che non va sottovalutata. In quel contesto, gli Stati Uniti si troverebbero ad affrontare una sfida complessa, lontana dal loro tradizionale "cortile di casa" e carica di rischi globali. La partita a scacchi, dunque, è tutt’altro che conclusa. E come in ogni partita di alto livello, le mosse decisive potrebbero essere preparate molto tempo prima di essere visibili sulla scacchiera.
di Giovanni Corrao - 06/01/2026
|
| Edere repubblicane - Copyright © 2026 | WebMaster: Giovanni Corrao |