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Comunismo contro Capitalismo: lotta continua

Mi è capitato, tempo fa, di discettar di politica con una signora. La quale, in risposta alle mie argomentazioni, espresse in qualità di persona che si riteneva collocata nell’ambito della sinistra democratica, per chiudere il discorso sentenziò: «visto che sei comunista, perché non li tiri fuori tu i soldi per darli a quelli più poveri?»
     Non ho mai dimenticato quella provocazione, dimostratasi soprattutto utile per ragionaci sopra. Intanto perché sentendomi parte del lato sinistro dello schieramento democratico voleva significare, lamalfianamente parlando, non appartenere all’ideologia socialista/comunista, come a fine secolo scorso chiarì un apposito dibattito a più mani che arrivò a negare l’esistenza di una componente poitica "laicosocialista". Poi perché, alla signora, avrei dovuto rispondere a tono: sostenendo che nel nostro paese la Costituzione prevede già che deve dare di più chi ha di più.
     Sono infatti i più ricchi a pagare più tasse rispetto a quelli meno abbienti, grazie al meccanismo delle curve progressive di pagamento dei tributi. Un sistema istituito per rispettare il sacrosanto dovere costituzionale, di cui all’art. 53, Sezione I - Diritti e doveri dei cittadini, Titolo IV - Rapporti politici, il quale recita: "Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività".
     Sistema sacrosanto, dicevamo, ma congegnato in maniera perfida per far crescere contemporaneamente ed automaticamente la pressione fiscale in un paese ad inflazione positiva come il nostro, secondo il ben noto fenomeno del "fiscal drag", il drenaggio fiscale (vedasi Wikipedia: il drenaggio fiscale).
     È il raggiro utilizzato da Tremonti, il ministro dell’Economia dei governi Berlusconi, per far quadrare i bilanci statali mentre aumentava la spesa pubblica. Da una parte garantiva di non mettere le mani nelle tasche degli italiani, dall’altra, mentre il presidente del Consiglio parlava di diminuzione delle tasse, lasciava che la pressione fiscale aumentasse a dismisura, portando l’Italia al non invidiabile secondo posto nella classifica dei paesi maggiormente tartassati fiscalmente. Al “metodo Tremonti”, neanche a dirlo, si sono subito adeguati tutti i governi successivi, anche quelli issanti vessilli di colore diverso.
     Ai politici italiani sembra quasi faccia piacere mantenere intatto il proprio benessere spellando letteralmente vivi i propri sudditi. La spiegazione del fenomeno della perdita di produzione, causata da esagerata richiesta di tributi, utili solo a garantire prosperità a favore del parassitario Stato italiano, è stata data da Ugo La Malfa, quando ha messo in guardia dagli impulsi contraddittori in un sistema capitalistico (vedasi Ugo La Malfa: Non è in crisi il capitalismo).
     Non c’è da aspettarsi nulla di buono se chi ha il compito di governare con giudizio i processi economici e finanziari pubblici ne fa una questione di proprio tornaconto. Ma chiediamoci: esistono metodi per impedire l’aumento automatico delle tasse? Sì: ci sono. Oltre alla “rimodulazione delle curve” che nessuno applica (l’ultimo, bisogna dirlo, fu Romano Prodi nel 1998), è il sistema capitalistico stesso, come ha mirabilmente illustrato Ugo La Malfa, con i suoi automatismi impliciti a prendersi la responsabilità di bloccare l’aumento della tassazione, che, come chiunque può capire, non può estendersi all’infinito: semplicemente mandando il paese in stagnazione o in recessione, con l’azzeramento dell’inflazione o con deflazione, situazione che fa il paio, schematicamente, con l'arresto o la diminuzione dei prezzi.
     Stagnazione o recessione sono anche il prodotto del blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici, a far data dal 2009, per i quali la quasi mancanza di inflazione rappresenta una buona notizia, in quanto il valore effettivo dello stipendio bloccato non subisce grosse perdite. Per contro, in questo quadro deprimente, far crescere il PIL, il Prodotto interno lordo, appare solo una pratica ipoteticamente relegata a chi sappia compiere miracoli.
     Bisogna dirlo. Il governo giallo-verde, formato da ministri Leghisti e del Movimento 5stelle, ha trovato nel marzo del 2018, al proprio arrivo, tutti i cassetti vuoti ed una valanga di debiti da onorare. Le ricette che sta utilizzando, per raddrizzare un paese che fa acqua da tutte le parti, lasciano perplessi i più. Soprattutto non è chiaro se il previsto "Reddito di cittadinanza" potrà rimettere in moto energie fresche attualmente inutilizzate, e se l’anticipo del pensionamento, previsto dalla "Quota 100", porterà un effettivo dimagrimento del numero dei dipendenti pubblici. In ogni caso anche da questo governo nazionale viene ventilata la solita ricetta "comunista", che prevede di togliere ai ricchi per dare ai poveri.
     Su quest'ultimo punto bisogna far chiarezza. Innanzitutto perché, come è facile intuire, ognuno di noi quando parla di levare ai ricchi si considera facente parte della schiera dei poveri, senza capire che si è sempre nel mezzo, con più ricchi se si guarda in alto, e più poveri se si guarda verso il basso.
     Poi, come hanno purtroppo ben dimostrato i paesi del socialismo reale, levare ai ricchi per dare ai poveri significa in pratica livellare economicamente la popolazione verso il basso, eliminando, certo, i ricchi, generando le società delle uguaglianze, ma rendendo tutti poveri.
     Esiste allora un altro sistema economico che possa evitare di impoverire tutti? Ancora una volta ci viene in aiuto Ugo La Malfa, quando sostiene che quel sistema c'è, e corrisponde al "capitalismo". Un metodo da gestire correttamente, a suo dire, in grado di produrre beni e ricchezze, in maniera tale, questa volta, da arricchire sempre di più il povero, emancipandolo e migliorandone la sua condizione sociale ed economica, tendendo ad un livellamento del benessere verso l’alto. Forse non saremmo in presenza, in quest’ultimo caso, di una utopica uguaglianza, peraltro non insita nei caratteri fondanti del genere umano: ma sicuramente godremmo di un benessere superiore, tutti! Quando si parla di uguaglianza, non è da ricercare quella dei portafogli, ma quella dei diritti e dei doveri.
     Come diceva Giuseppe Mazzini, i principi politici vanno insegnati e propagandati, educando la popolazione, diffondendo i concetti su base morale per amministrare correttamente la cosa pubblica. Quella Repubblica italiana, tanto agognata dal pensatore del Risorgimento, quanto incompleta ancora oggi appare su troppe questioni.
Giovanni Corrao - 14/03/2019



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