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una riflessione fuori dagli schemi |
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La recente polemica nata attorno alla richiesta, rivolta agli editori che intendono partecipare alla Fiera "Più Libri Più Liberi", di sottoscrivere una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti, ha dato origine a un dibattito che, per certi aspetti, appare quasi surreale. Da un lato c'è chi considera quella dichiarazione una semplice riaffermazione dei principi su cui si fonda la Repubblica; dall'altro chi la interpreta come una sorta di "patentino ideologico". Al di là delle opposte tifoserie, la questione merita una riflessione più approfondita, anche perché la stessa Costituzione italiana non richiede formalmente al cittadino una professione di fede antifascista, limitandosi a vietare la riorganizzazione del disciolto partito fascista. Il recente dibattito tra fascisti e antifascisti investe, in realtà, i principi fondanti del vivere civile nella nazione italiana. Se è vero che la sovranità appartiene al popolo, è del tutto legittimo difendere l'impostazione democratica e la forma repubblicana che gli italiani si sono dati, contro ogni possibile tentazione autoritaria o verticistica, che pure può continuare a covare nell'ombra. Sebbene la Costituzione non richieda espressamente una dichiarazione di antifascismo, una simile presa di posizione non appare in contrasto con i principi fondamentali dell'ordinamento, poiché si colloca nel solco della legalità costituzionale e della difesa delle istituzioni democratiche. Da questo punto di vista, il rifiuto di tale dichiarazione da parte della presidente del Consiglio solleva invece interrogativi di natura politica che non possono essere ignorati. Invitiamo pertanto gli italiani ad ascoltare il tenue, ma significativo, campanello d'allarme rappresentato dalle parole di Giorgia Meloni. Mentre il governo da lei guidato si adopera per dimostrare, almeno sul piano formale, di operare nel rispetto delle regole democratiche, la reazione della leader di Fratelli d'Italia lascia intravedere, secondo noi, la permanenza sullo sfondo di una certa diffidenza verso quella cultura antifascista che ha accompagnato la nascita della Repubblica. Il timore è che, un passo alla volta, possano essere favorite forme di crescente concentrazione del potere poco compatibili con il comune sentire democratico maturato dagli italiani all'indomani del secondo conflitto mondiale. Sul significato dell'antifascismo, tuttavia, riteniamo vi siano ulteriori considerazioni da svolgere, che si intrecciano con la teoria del dominio occulto di matrice soprattutto massonica, ampiamente illustrata nei precedenti articoli pubblicati su questo sito. Volendo semplificare il ragionamento, abbiamo sempre sostenuto che l'attuale assetto costituzionale italiano sia nato non soltanto come reazione al fascismo, ma anche dalla necessità, per le strutture di potere più riservate e organizzate, di operare all'interno di un ambiente democratico caratterizzato da ampi spazi di libertà. Il fascismo storico, con la sua struttura autoritaria e accentratice, avrebbe infatti dimostrato come i regimi dittatoriali limitino fortemente la capacità delle organizzazioni parallele di sviluppare le proprie attività nei meandri della società civile e delle istituzioni. In questa prospettiva, l'antifascismo non rappresenterebbe soltanto una scelta ideale o storica, ma finirebbe anche per garantire quelle condizioni di libertà e pluralismo nelle quali le stesse strutture massoniche e similari possano più agevolmente operare, e perseguire i propri interessi. Da qui la nostra convinzione che, almeno sul piano subliminale e dei rapporti di potere, la difesa dell'antifascismo coincide anche con la difesa delle organizzazioni di potere occulto che nella democrazia trovano il proprio spazio di azione. Seguendo questo ragionamento, la critica della premier alla dichiarazione di adesione ai valori antifascisti assume un significato quasi paradossale. Nello scagliarsi contro quella proposta, Giorgia Meloni rischierebbe infatti di entrare in contrasto proprio con quei poteri che, secondo la nostra lettura, avrebbero contribuito in maniera determinante alla costruzione dell'attuale sistema politico e, indirettamente, anche alla sua stessa ascesa alla guida del governo. Fascismo e massoneria, o comunque qualunque altra forma di potere occulto strutturato, appaiono infatti, nella nostra interpretazione, profondamente antitetici. Da ciò deriverebbe che la presidente del Consiglio, oltre a non avere pienamente chiaro il quadro politico entro il quale si muove, finisca per trasmettere agli italiani un messaggio ambiguo: rivendicare la democrazia come valore, ma al tempo stesso polemizzare contro un richiamo all'antifascismo che, nella storia repubblicana, è stato generalmente considerato una delle matrici culturali della democrazia stessa. Naturalmente, il giudizio sull'azione di governo non può essere ridotto a questa sola vicenda. La destra meloniana, sul piano amministrativo ed economico, non sta governando male e appare spesso guidata da un approccio pragmatico, favorito anche dalla competenza tecnica di alcuni suoi esponenti. Tuttavia, è proprio nei piccoli passi, nei segnali apparentemente secondari e nelle battaglie simboliche che talvolta si colgono gli orientamenti di lungo periodo di una classe dirigente. Per questo motivo riteniamo che la vigilanza sulla democrazia e sulla la tutela dei diritti acquisiti debba restare alta. Al tempo stesso, il nostro invito si rivolge anche al centrosinistra, oggi spesso diviso e disorientato, affinché ritrovi il contatto con il Paese reale e recuperi una guida autorevole: una figura come Romano Prodi potrebbe ancora rappresentare un punto di equilibrio e di ricomposizione. Se anche una ulteriore parte dell'elettorato tradizionalmente progressista dovesse scegliere la strada dell'astensione, il rischio sarebbe quello di consegnare definitivamente il futuro politico del Paese a una destra che, a nostro avviso, avrebbe purtroppo "campo largo" nell'applicazione dei suoi reali obiettivi poco cristallini.
di Giovanni Corrao - 15/06/2026
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