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La nuova legge elettorale: verso liste bloccate senza preferenza
Chi ha deciso l'aggiramento silenzioso della sovranità popolare?

C'è una domanda che ogni cittadino italiano dovrebbe porsi prima di entrare in cabina elettorale: «chi sto scegliendo davvero?» Se la risposta è «nessuno», allora il voto rischia di trasformarsi in un rito formale, una procedura che legittima decisioni prese altrove. Con lo "Stabilicum" infatti — questo il nome già circolante per la nuova proposta di legge elettorale depositata in Parlamento dalla maggioranza di centrodestra nel febbraio 2026 — quella domanda rischia di restare senza risposta per un'altra generazione di italiani.

Cos'è lo Stabilicum e cosa prevede - La riforma, presentata da FdI, Lega, Forza Italia e Noi Moderati come risposta all'esigenza di «stabilità e governabilità», supererebbe l'attuale Rosatellum introducendo un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza. Chi ottiene il 40% dei voti (soglia successivamente ritoccata al 42% in un testo modificato) conquista un bonus di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. È previsto anche un ballottaggio per chi si ferma tra il 35% e il 40%. Ogni coalizione dovrà indicare un candidato premier, ma il suo nome non comparirà sulla scheda. Il punto più dirompente, quello che dovrebbe far alzare la voce a ogni democratico, sentenzia che «gli elettori non potranno esprimere alcuna preferenza per deputati e senatori». Le liste resterebbero bloccate. Sarebbero i partiti a stabilire l'ordine degli eletti e, di conseguenza, la composizione delle Camere. Al cittadino resterebbe soltanto il compito di ratificare una scelta già compiuta.

Il vero nodo: il potere dentro i partiti - Il dibattito ufficiale ruota attorno alla governabilità. Molti osservatori ritengono tuttavia che la vera partita si giochi negli equilibri interni alle segreterie di partito e nei meccanismi occulti di selezione della classe dirigente. Le preferenze, se reintrodotte, cambierebbero radicalmente la geografia del consenso all'interno delle forze politiche. Eleggerebbero chi ha radicamento territoriale, non chi è gradito alle correnti dominanti. Premierebbero il merito e il lavoro sul campo, non la fedeltà alla nomenclatura.
     Ecco perché le liste bloccate «terrorizzano mezzo Parlamento», per dirla con le parole di chi osserva da vicino quel mondo: non è un problema di sistema, è un problema di sopravvivenza personale per moltissimi parlamentari che devono la propria poltrona a chi li ha messi in cima a una lista. Non è una novità. In Italia le liste bloccate — o quasi bloccate — ci convivono da decenni, con varianti diverse. Secondo una lettura che vede nell'esistenza di strutture di potere sovraordinate e riservate un elemento costante della storia politica italiana, il rischio è che i partiti finiscano per rispondere più a questi centri di influenza che agli elettori. Una catena di comando verticale che trasforma il Parlamento in una camera di ratifica delle decisioni prese altrove.

Una questione che va oltre i partiti - A questo punto emerge una domanda che raramente viene affrontata nel dibattito pubblico: perché sistemi politici tra loro contrapposti, maggioranze e opposizioni, destra e sinistra, sembrano convergere con tanta facilità nel difendere il meccanismo delle liste bloccate? La spiegazione più immediata è quella dell'interesse personale e della conservazione delle posizioni acquisite. Ma forse non è l'unica. Esiste infatti una diversa chiave di lettura, sviluppata da numerosi studiosi, storici e osservatori della vita politica, secondo la quale il potere reale non coincide sempre con quello formalmente esercitato dalle istituzioni. Accanto ai luoghi visibili della democrazia opererebbero reti di influenza, ambienti riservati, centri di relazione e di indirizzo capaci di orientare le decisioni fondamentali senza assumersene pubblicamente la responsabilità. In questa prospettiva, il controllo delle candidature assume un'importanza decisiva. Chi controlla le liste controlla il Parlamento; chi controlla il Parlamento influenza le leggi; chi orienta le leggi esercita, direttamente o indirettamente, il potere sul Paese.
     Non è necessario immaginare un unico centro di comando. È sufficiente riconoscere l'esistenza di una trama di interessi convergenti, spesso opaca, capace di esercitare una pressione costante sui partiti e sulle loro classi dirigenti. Nel corso della storia italiana, il tema delle organizzazioni riservate e dei poteri paralleli è emerso più volte, dalle vicende note della P2 e della quasi sconosciuta loggia madre P1, fino alle molte zone d'ombra che ancora accompagnano alcuni dei principali snodi della vita nazionale. Da questa prospettiva, le liste bloccate non appaiono semplicemente uno strumento tecnico, ma un meccanismo particolarmente adatto a garantire che la selezione della classe dirigente rimanga nelle mani di un numero ristretto di decisori.

Un problema antico, una ferita mai rimarginata - La possibilità di esprimere una preferenza ha una storia lunga nella Repubblica italiana. Era prevista dalla legge elettorale proporzionale che governò il Paese per quasi mezzo secolo, fino alla riforma del 1993. In quel sistema, con tutti i suoi difetti, il cittadino poteva scrivere un nome sulla scheda. Poteva scegliere una persona, non solo il simbolo e lo schieramento! La Corte Costituzionale, nelle note sentenze sul Porcellum e sull'Italicum, ha richiamato l'esigenza che il sistema elettorale garantisca un rapporto effettivo tra elettori ed eletti, censurando meccanismi che comprimono eccessivamente la scelta del cittadino. Un voto che non consente di indicare chi si vuole mandare in Parlamento è un voto monco. Le preferenze non sono un capriccio populista: sono uno strumento di responsabilità. Chi sa di dover rispondere ai propri elettori tende a fare diversamente da chi sa di dipendere soltanto dalla benevolenza del segretario di partito.
     Oltretutto questa mancanza di attenzione alle esigenze della società civile, che porta alla carenza di applicazione del principio di sovranità popolare, sta probabilmente costringendo alla diserzione delle urne: siamo al 50% di cittadini che trascurano il momento fondamentale di applicazione della democrazia repubblicana: quella della compilazione della scheda elettorale.

L'obiezione: i brogli - C'è un argomento che viene ciclicamente usato per scoraggiare il ritorno alle preferenze: il rischio di brogli, di voto di scambio, di infiltrazioni camorristiche e mafiose nella raccolta del consenso. È un argomento serio, che non va liquidato con un gesto della mano. Ma è anche un argomento che non regge a un esame onesto. I brogli elettorali non nascono dalla preferenza: nascono dall'assenza di controlli, dalla debolezza delle istituzioni, dall'impunità. In molti Paesi europei il voto di preferenza esiste senza che questo porti a derive criminali sistematiche. In Italia, il problema della corruzione politica ha attraversato indenne tutte le leggi elettorali, con le preferenze e senza. Anzi, c'è chi sostiene il contrario: che il meccanismo delle liste bloccate, concentrando il potere di selezione nelle mani di pochi dirigenti, sia paradossalmente più esposto alla corruzione del potere interno — quella meno visibile, quella che non si vede sulla scheda ma si consuma nei retroscena delle candidature, con l'obbedienza al Dominio senza volto.
     La soluzione ai brogli non è togliere la scelta agli elettori. È rafforzare i controlli, rendere trasparenti i finanziamenti, inasprire le pene. È costruire uno Stato più capace di difendere le sue stesse regole.

Il condizionamento che viene dall'alto - C'è qualcosa di più profondo, però, dietro la difesa ostinata delle liste bloccate da parte di una classe politica che abbraccia trasversalmente destra e sinistra, centrodestra e centrosinistra. Qualcosa che non si spiega soltanto con l'interesse personale dei singoli parlamentari. La difesa trasversale delle liste bloccate suggerisce che la questione non sia soltanto organizzativa. Il problema investe il rapporto stesso tra potere visibile e potere invisibile. Le grandi democrazie contemporanee conservano certamente gli strumenti della partecipazione popolare: il voto, i Parlamenti, il pluralismo dei partiti. Ma questi strumenti rischiano di trasformarsi in semplici forme esteriori se la selezione della rappresentanza viene sottratta ai cittadini e concentrata in poche mani. La storia insegna che il potere tende a organizzarsi in strutture sempre più ristrette e riservate. Il loro obiettivo non è necessariamente governare direttamente, ma orientare i processi decisionali, influenzare la scelta degli uomini e garantire la continuità di determinati equilibri.
     Non occorre sedersi al tavolo del governo: basta sedere al tavolo di chi decide i nomi. Chi controlla le candidature controlla il Parlamento. Chi controlla il Parlamento controlla le leggi. Chi controlla le leggi controlla il Paese. Questo è il meccanismo. Semplice, efficace, invisibile. E perfettamente compatibile con ogni bandiera politica, di qualunque colore essa sia. Non stupisce, perciò, che le liste bloccate abbiano trovato sostegno trasversale: sono comode per chi comanda dentro i partiti, e sono comode per chi comanda i partiti dall'esterno.
     La democrazia rappresentativa ha senso solo se il legame tra eletto ed elettore è diretto, reale, verificabile. Se quel legame si interrompe — se il parlamentare risponde a chi lo ha candidato, non a chi lo ha votato — allora ciò che rimane è la forma della democrazia senza la sua sostanza.
     Inoltre il sistema della percentuale obbligatoriamente prelevata dallo stipendio dei parlamentari, in nome della contribuzione delle spese sostenute dal partito che gli ha consentito l'elezione, non è mai stato contestato dalla magistratura, proprio mentre i Tg si affannano a parlare di caporalato o lavoro in nero!

Una questione di civiltà politica - Restituire agli italiani il voto di preferenza non è una battaglia di destra né di sinistra. È una battaglia per la democrazia. È una questione di civiltà politica. Significa dire che il cittadino non è un numero in una proporzione, ma una persona che ha il diritto di scegliere da chi essere rappresentata. Significa che il Parlamento deve essere uno specchio della società, non un elenco stilato in qualche ufficio di una qualsiasi via romana, dove si decide ciò che il Paese poi ratifica nelle urne. Significa, in fondo, prendere sul serio l'articolo 1 della Costituzione: «La sovranità appartiene al popolo».

Non ai partiti. Non alle correnti. Non alle segreterie. E neppure a quei centri di influenza, visibili o invisibili, che aspirano a orientare dall'alto la composizione delle istituzioni rappresentative. Ma al popolo. - Finché le liste resteranno bloccate, quella frase resterà inapplicata, una semplice scritta sulle pubblicazioni della Carta costituzionale, la legge fondante della Repubblica italiana. E la sovranità resterà dov'è ora: nelle mani di chi dall'ombra seleziona i candidati prima ancora che gli elettori possano esprimersi.

di Giovanni Corrao - 10/06/2026



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