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Trump 2: la vendetta


Il presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump, sta in un certo senso sconvolgendo gli equilibri politico-economici che hanno mantenuto relativamente in pace il pianeta fino alla sua seconda elezione. E se a qualcuno le sue ultime uscite appaiono esternazioni improvvisate noi siamo costretti a contraddirlo, in quanto le sue azioni, oggi come nel passato, sembrano perfettamente coerenti con l'esigenza di rimodulare gli equilibri di potere dell'intero scacchiere mondiale.
     Il 6 giugno 2020, durante il suo primo interregno presidenziale (rimase in carica dal 20 gennaio 2017 al 20 gennaio 2021) Il Sole 24 Ore dette la seguente notizia: «Donald Trump ha ordinato il ritiro entro settembre di 9.500 soldati americani di stanza in Germania, una mossa che ridurrà la presenza militare statunitense sul territorio tedesco a 25.000 uomini. La nuova politica dell'amministrazione nei confronti dell'alleato stabilisce anche quel numero – 25.000 – quale tetto massimo per le forze americane in Germania in ogni dato momento, tra soldati assegnati in permanenza e personale a rotazione. Attualmente il dispositivo militare Usa nel Paese europeo può portare alla presenza di 52.000 soldati.». L'impressionante e costosa presenza militare statunitense nel paese che causò e perse il secondo conflitto mondiale non può essere solo attribuita a semplice "protezione" contro l'improbabile assalto comunista da parte dei Paesi dell'Est, ma rappresentava, ed ancora rappresenta una vera e propria forza di invasione, tesa ad affermare il dominio militare del paese più forte del mondo. Un dominio militare ma anche politico occulto, come spiegato nell'articolo "La vera liberazione" che ancora esiste in ambito europeo, soprattutto verso i paesi che hanno perso il secondo conflitto mondiale: Germania ed Italia.
     Ma tutta l'Europa è rimasta schiacciata dal dominio statunitense (il paradosso era la Germania trainante!), tanto che le nazioni europee non si sono riunite in una struttura giuridica agile e definita (attualmente né federale tantomeno confederale), esprimono solo una debole proposta politica, e sono inesistenti dal punto di vista militare d'insieme.
Trump+Rambo = Trambo      Se qualcuno pensava che il primo mandato fosse stato solo un trailer, il secondo sta assumendo sempre più i contorni di un film d’azione. Di quelli un po’ esagerati, stile Rambo, dove il protagonista non distingue troppo tra tattica e sceneggiatura. Solo che qui il protagonista non è John Rambo, ma Donald Trump. E dall’altra parte non c’è un esercito qualunque, ma un sistema di equilibri globali che risponde anche al nome di Vladimir Putin.
     Il copione, a grandi linee, sembra questo: se Mosca non collabora sull’Ucraina, Washington colpisce altrove. Non frontalmente, ma erodendo terreno sotto i piedi dell’avversario.
Prima il Venezuela - Un’operazione fulminea, quasi chirurgica, che ha portato alla rimozione di Nicolás Maduro, alleato storico della Russia. Non solo un cambio di regime, ma un messaggio: l’America è tornata nel suo “cortile di casa”.
Poi l’Iran. - Qui il gioco si fa più pesante. Minacce dirette, escalation militare, e un rischio concreto di allargamento del conflitto, con implicazioni globali legate anche allo stretto di Hormuz. Gli Usa hanno ancora il dente avvelenato contro quello stato considerato colpevole, ma con deboli prove, di aver stampato anni fa una marea di dollari falsi prodotti con macchinari assemblati con pezzi originali destinati alla rottamazione.
E sullo sfondo, Cuba - Non ancora presa, ma certamente nel mirino. Pressione economica, isolamento energetico, segnali di possibile “intervento indiretto”.
     Il filo conduttore è chiaro: colpire la rete degli alleati russi più che la Russia direttamente.
     A prima vista, tutto questo potrebbe sembrare il segno di una grande abilità. Mosse rapide, imprevedibili, spiazzanti. Ma è qui che nasce il dubbio. Perché una cosa è vincere un’azione, un’altra è governarne le conseguenze. Chi minaccia di bloccare o militarizzare snodi vitali come lo stretto di Hormuz, ad esempio, entra in un terreno dove le reazioni non sono lineari. Energia, mercati, alleanze: basta poco per innescare effetti a catena difficili da controllare.
     Al riguardo diversi analisti parlano di una politica estera fondata più sulla pressione immediata che su una visione di lungo periodo: una logica transazionale, quasi commerciale, più che strategica. In altre parole: il presidente degli Usa sembra essere un ottimo tattico, ma con il rischio di apparire in futuro uno stratega miope.
     C’è però un elemento che spesso sfugge. Trump non sembra interessato a occupare stabilmente territori, come accadeva nelle guerre del Novecento. Il modello è diverso: meno soldati, più leve indirette. Tende ad una influenza economica, a maggior pressione politica, all’intelligence. E qui entra in gioco un’ipotesi che il lettore potrà condividere o meno: l’uso di reti trasversali di potere, non sempre visibili, che operano ben oltre i governi ufficiali. Una forma di controllo occulto che non ha bisogno di bandiere piantate sul terreno.
     Il progressivo disimpegno militare da alcune aree – ad esempio dalla Germania – va letto anche in questa chiave: meno presenza diretta, più influenza mirata. Le basi costano e rendono sempre meno. Molto più efficiente è un sistema di relazioni che garantisca obbedienza senza occupazione. In questo senso, paesi come l’Italia restano strategici non tanto per la presenza militare in sé, quanto per la capacità di essere integrati in circuiti di potere più ampi, che travalicano la politica visibile.
     Un altro elemento interessante è il riferimento, emerso recentemente, al peso della lobby israeliana nei meccanismi dell’antiterrorismo Usa. Tema delicato, spesso trattato in modo superficiale o ideologico. Ma che, se letto in chiave di relazioni internazionali profonde, rimanda a sistemi di alleanze e connessioni che non sempre coincidono con i confini ufficiali degli Stati. Chiediamoci: potrebbe il dimissionario capo dell'antiterrorismo USA aver fatto un riferimento velato a rapporti massonici segreti ma molto solidi tra Usa ed Israele?
     Arriviamo così al nodo finale. Il presidente degli Stati Uniti appare, almeno formalmente, come l’uomo più potente del mondo. E in effetti dispone di strumenti enormi. Ma la domanda resta: fino a che punto? Anche negli Stati Uniti esistono equilibri, apparati, strutture permanenti che condizionano – e talvolta indirizzano – le decisioni politiche. La differenza con l’Italia è solo apparente. Da noi il limite è più evidente, più “visibile”. Negli USA è più sofisticato, più silenzioso. Ma non per questo meno reale.
     Per concludere, “Tramp 2: la vendetta” è un film ancora in corso. Le prime scene mostrano un protagonista aggressivo, deciso, capace di colpi spettacolari. Ma anche esposto al rischio classico di ogni azione troppo rapida: non vedere dove porterà. Spetterà ai cittadini statunitensi di riappropriarsi del potere che conta, dando indicazioni in sede elettorale, ma anche sulle modalità di gestione di quel potere. Per ora stanno pagando il prezzo dei dazi a loro carico, unito al rincaro dei prodotti petroliferi. Se Trump pensa di avere a che fare con persone incompetenti sarà presto servito.
     Un cenno all'utilizzo delle basi militari Nato in italia va fatto, anche se nell'articolo citato prima abbiamo gà espresso le nostre considerazioni al riguardo. Queste installazioni non sono mai servite per combattere l'arrembante comunismo dei paesi dell'est, quanto piuttosto per onorare gli accordi segretati che costringono il nostro paese ad essere uno stato obbediente, avendo perso la seconda guerra mondiale. Fare paragoni con l'Inghilterra o la Spagna, quando vietano l'utilizzo dei loro siti agli aerei Usa è un nonsenso. Germania ed Italia continuano ad essere stati a sovranità limitata, che ricevono gli ordini ad inginocchiarsi tramite le comunicazioni massoniche, tra le quali quelle italiane eccellono in obbedienza.
     Se gli Usa usciranno dalla Nato sarà un vantaggio per l'Europa unita la quale, per ristabilire gli equilibri militari globali, dovrà dotarsi di una propria armata difensiva autonoma. Cosa che potrebbe già fare adesso, collegando e centralizzando le milizie ed i mezzi che attualmente ogni nazione possiede. Divisi si perde, uniti si vince.
     Ultima riflessione, per chi contesta la evidente sudditanza del nostro paese agli Stati Uniti d'America, sempre attuata da qualsiasi coalizione abbia governato l'Italia, di destra o di sinistra. I patti, anche quelli top secret, compresi quelli firmati intorno all'8 settembre del 1943, si possono rinegoziare. Non è scritto da nessuna parte che un paese uscito perdente dal secondo conflitto mondiale debba subire a vita. Lo ha fatto Craxi, con la crisi di Sigonella; lo ha fatto Moro quando cercava un dialogo con i paesi arabi, riconoscendo i diritti del popolo palestinese, senza una posizione ideologica contro Israele, ma alla ricerca di una politica di mediazione e pragmatismo. Lo possono fare oggi dei veri statisti adducendo nuove ragioni che si riallacciano al rapporto che oggi lega l'Italia all'Europa unita.
     E come ormai avviene, la vera regia dei passaggi esposti potrebbe ancora una volta non essere visibile né sugli schermi, né sui quotidiani, mentre saremo ancora una volta inchinati alla moda del momento: la ormai proverbiale ed irrinunciabile "riservatezza".

di Giovanni Corrao - 09/04/2026



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