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Scrivo queste righe con dolore e con rabbia composta, nella piena consapevolezza di vivere in un Paese nel quale migliaia di obbedienti occulti hanno protetto con il silenzio una delle pagine più buie e sconcertanti della nostra storia repubblicana. Un Paese che, per capacità morali e intellettuali del suo popolo, non meriterebbe di essere stato guidato — e talvolta dominato — da personaggi politici che, alla resa dei conti, si sono rivelati mandanti di stragi e di omicidi. Per anni si è sussurrato che dietro la strategia della tensione vi fosse lo Stato. Oggi non siamo più nel campo dei sospetti: possiamo affermarlo. E mentre la memoria collettiva dovrebbe fermarsi in un minuto di silenzio per le centinaia di vittime innocenti, resta il dovere morale di dire che quelle morti furono il prezzo pagato alla sete di dominio di uomini senza cuore, senza anima, senza onore. Le tesi formulate da Gianfranco Sanguinetti nel 1979, nel testo "Del terrorismo e dello Stato", appaiono oggi di una lucidità quasi profetica. In quelle pagine si distinguevano due forme di terrorismo: 1. Terrorismo offensivo, tipico di gruppi che colpiscono dall’esterno — palestinesi, irlandesi, baschi, islamisti, ecc. 2. Terrorismo difensivo, praticato esclusivamente dagli Stati, a sua volta articolato in: - diretto, quando lo Stato colpisce la propria popolazione (Piazza Fontana, Italicus, Stazione di Bologna); - indiretto, quando affida l’azione a terzi, simulando un attacco contro se stesso. Alla luce di questa chiave interpretativa, la strage di Bologna del 1980 — compiuta da neofascisti nella città simbolo della sinistra italiana — rientra pienamente nel terrorismo difensivo diretto, con lo Stato italiano nel ruolo di mandante. Il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro appartengono invece alla forma più subdola: il terrorismo difensivo indiretto, affidato ad altri e solo apparentemente rivolto contro lo Stato. Perché emergesse questo quadro sono state necessarie le scomparse di uomini che più di altri operarono nell’ombra contro i propri concittadini: Giulio Andreotti e Licio Gelli. Il primo indicato da Aldo Moro, nelle sue lettere dalla prigionia, come vertice onnipotente del "suo inimitabile gruppo dirigente", riconducibile alla loggia massonica P1. Il secondo — il venerabile della loggia subordinata P2 — indicato nelle sentenze definitive sulla strage di Bologna come mandante e finanziatore. Con loro in vita, la magistratura non ha avuto la forza di andare fino in fondo. È un fatto che da solo misura l’enorme potere del sistema occulto dominante. Le sentenze sulla strage della stazione di Bologna riconoscono infatti il ruolo determinante della P2, dei servizi deviati e dei loro uomini nelle operazioni di finanziamento, depistaggio e manipolazione delle indagini. In questo contesto compare una figura solo apparentemente marginale: Domenico Catracchia. Catracchia viene condannato a quattro anni per false informazioni rese ai magistrati, con l’evidente finalità di sviare le indagini. È doveroso precisare che non esistono prove giudiziarie della sua iscrizione alla P2 né del suo ruolo come agente infiltrato. Tuttavia, la sua posizione non può essere archiviata come irrilevante. Al tempo del rapimento di Aldo Moro, Catracchia era infatti amministratore degli stabili di via Gradoli: il famigerato covo delle Brigate rosse, scoperto non grazie all’intelligence, ma per una grottesca e “provvidenziale” perdita d’acqua. Una coincidenza troppo pesante per essere liquidata come tale. Non può essere casuale che un soggetto condannato per aver mentito ai magistrati in un processo legato a P2 e apparati deviati fosse proprio l’amministratore del principale rifugio brigatista durante il sequestro Moro. Fu Valerio Morucci — membro del commando di via Fani — a prendere in affitto l’appartamento di via Gradoli dalla coppia Ferrero, per poi cederlo a Moretti e Balzerani. Lo stesso Morucci verrà successivamente arrestato in un appartamento di proprietà di una spia dei servizi, Giorgio Conforto, amico dei Ferrero. Troppe connessioni. Troppi incastri perfetti. Oggi sappiamo che l’amministratore di quello stabile è risultato coinvolto, anni dopo, in vicende giudiziarie connesse a uomini e apparati riconducibili alla P2. A questo punto la parola “coincidenza” non è più accettabile. La logica e l’evidenza conducono a una conclusione inevitabile: le Brigate rosse furono collocate in via Gradoli per essere controllate. Sergio Flamigni aveva visto giusto. Lo Stato italiano — simultaneamente visibile e occulto — era perfettamente a conoscenza dei movimenti brigatisti ben prima del rapimento di Moro. Se si controlla un luogo, si controllano anche gli uomini che lo abitano. E se si seguiva Moretti, allora si sapeva dov’era il carcere del popolo. In questa ottica, volendo dare anche uno sguardo al 9 maggio del 1978, giornata del ritrovamento del corpo di Moro, prendono consistenza, seppur non provate, le affermazioni di alcuni, tra cui Claudio Signorile, che anticipavano la consapevolezza del decesso di Moro anteriormente alle 12:13, orario della telefonata finale di Morucci con la quale si informava della morte del politico. Se le Br erano seguite, come appare ormai scontato da quanto sopra detto, è anche verosimile che negli ambienti del sistema di potere la notizia fosse arrivata in anticipo. Anche prima di una sentenza giudiziaria, qui è possibile esprimere un giudizio morale: siamo di fronte a due classici casi di terrorismo di Stato. Uno Stato che fa posizionare una bomba a Bologna, e lo stesso Stato che ha favorito il posizionamento dei brigatisti in un’area sorvegliabile. Uno Stato che monitorava, infiltrava, osservava. Uno Stato che poteva intervenire — e non lo fece. Come più volte dimostrato in articoli, libri e documenti, il sistema occulto di dominio aveva il suo vertice nella loggia “pensante” P1, mentre l’esecuzione operativa era demandata alla loggia “eseguente” P2. Logge che seguirono le Brigate rosse, le protessero, ne facilitarono i movimenti, rendendole inafferrabili. Logge che consentirono l’eliminazione di Aldo Moro — forse un loro fratello — sacrificato sull’altare dell’equilibrio politico gestite da uno Stato parallelo, e nello stesso tempo ufficiale, perché gli uomini erano gli stessi. Il terrorismo divenne così strumento di governo. Le BR furono: - utili per bloccare il compromesso storico; - utili per fermare Moro; - utili per ristabilire la disciplina interna al sistema. In questo schema perverso: - la destra eversiva colpisce nel caos; - la sinistra armata colpisce obiettivi selezionati; - i servizi occulti, a trazione massonica, gestiscono entrambe. Questa è la strategia della tensione nella sua forma completa: non frammentata, non casuale, con un unico mandante. A questo punto non resta che un dovere civile: invitare chi per decenni ha voltato lo sguardo altrove ad alzare finalmente la testa, a guardare la realtà senza paura, a rinunciare all’interesse personale. Perché il terrorismo di Stato non colpisce solo le vittime designate. Può colpire tutti. Anche chi, credendosi al sicuro, indossa il cappuccio. Moro purtroppo insegna.
di Giovanni Corrao - 21/01/2026
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