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L'importante affluenza alle urne fa intendere che non sono stati tutti di sinistra coloro che al referendum sulla giustizia del 22/03/2026 hanno votato il NO, vincente per 6,46 punti percentuali. Chi ha votato ci ha tenuto a far valere la propria opinione partecipando: la competizione elettorale è il cuore stesso della democrazia. D'altra parte anche nel caso del referendum proposto nel 2016 da Renzi, che era di centrosinistra, la maggioranza votò per il NO, costringendolo alle dimissioni. Anche in questa occasione dunque non paiono corrette le semplificazioni estreme, mentre le sconfitte democratiche vanno accettate senza insultare chi è stato di diverso parere. Non è da intelligenti pensare che gli italiani abbiano l'anello al naso e debbano eseguire ciò che propone il "potente" di turno. Ultimamente la gente non va a votare alle elezioni politiche intuendo che non cambierebbe nulla perché sullo sfondo, a dare ordini ai politici obbedienti, c'è un unico potere occulto dominante - per noi a trazione massonica - al quale tutti i politicanti di destra o sinistra si inchinano. Poteri invisibili soprattutto massonici i quali, per provvedere ai propri interessi, hanno necessità di sguazzare tra le maglie larghe di una solida democrazia, la quale li costringe per contro a sottostare al parere finale del popolo. Fortunatamente gli italiani, popolo intelligente che viene da lontano e dotato di intuito sopraffino, pur non riuscendo a scorgere chiaramente tali subdoli meccanismi di dominio senza volto, reagiscono in maniera corretta alle consultazioni popolari importanti. La prossima volta il centrodestra sarà costretto a proporre qualcosa che abbia un senso, senza dover attingere alle indicazioni presenti nel "Piano di rinascita democratica" attribuito a Licio Gelli e ai suoi accoliti. Chi si considera collocato nell'area della "sinistra democratica non socialista" di fede repubblicana è costretto ad ammettere che il governo della Meloni, pur con tutti i suoi limiti, sta per il momento agendo meglio di quanto appia saputo fare nel recente passato il centrosinistra, il quale alle prossime elezioni politiche si accinge giustamente a prendere un'altra sonora batosta. Illudersi sul risultato dell'ultimo referendum sarebbe un'eresia! Quelli che mancano oggi nel paese - o che non hanno la possibilità di emergere - sono i veri statisti alla Aldo Moro, che riescano ad impostare le azioni in modo da accontentare sia la gente che la massoneria, pur rispettando la Costituzione. Sembra facile, ma non lo è: soprattutto quando si rinuncia alla propria libertà di pensiero ed alla propria dignità. Pubblichiamo di seguito una approfondita analisi del voto referendario di domenica - e non solo - elaborata dal prof. Aldo Borghesi, valido storico ed analista meticoloso delle dinamiche politiche e sociali del paese, e sarde in particolare. Lo ringraziamo per la disponibilità.
(Redazionale) Mi sono preso la briga di confrontare un po' di numeri relativi alla partecipazione al voto nelle ultime occasioni politiche e referendarie; partendo dal presupposto che in una democrazia sana una bassa partecipazione al voto non è segno di salute (astenersi prego dai confronti con gli USA: la cui situazione presente dovrebbe provocare un minimo di apertura di occhi e messa in funzione del cervello prima di azionare bocca o dita sulla tastiera). E sono giunto ai risultati che seguono. I dati presi in esame si riferiscono anzitutto ai due ultimi referendum costituzionali (2020 e 2026) in quanto consultazioni della stessa natura e per le quali ha quindi maggiore senso un confronto; a quello dei referendum abrogativi giugno 2025 che ha registrato la maggiore partecipazione (quello sulla cittadinanza; gli altri quattro a livello nazionale hanno registrato percentuali di uno-due centesimi inferiori), e che in quanto referendum abrogativo ha comunque una natura già diversa da quelli costituzionali, che rende il confronto meno rappresentativo; e infine le elezioni politiche del 2022, che sono tutt'altra cosa ed è un confronto di mele con pere, ma è quello che fra ieri e oggi tutti stanno facendo per trarre dai dati di ieri previsioni per le prossime elezioni politiche fra un anno e mezzo; quindi vale la pena entrare nel merito dei dati concreti per capire di cosa realmente si sta parlando. Per le elezioni politiche ho considerato i dati del Senato, che quasi ovunque consentono un confronto fra dati a livello regionale, con l'eccezione del Trentino-AA, per il quale sono disponibili solo i dati per collegio. Ed anzitutto correggo me stesso: poiché quanto ho scritto circa il recupero di una parte dell'elettorato astensionista quale risultato positivo del voto di ieri, va preso come si vede con ampio beneficio di inventario. Realtà che dovrebbe magari essere tenuta presente anche dai molti del campo vincitore che da ieri pomeriggio hanno tirato fuori la sfera di cristallo per darsi alla predizione - ovviamente ad usum strettamente proprio - di magnifiche sorti e progressive tutte da dimostrare. Entrando nel merito: - il recupero dell'elettorato astensionista avvenuto ieri va strettamente inteso solo a livello di risultati referendari. Comparando i due referendum costituzionali, omogenei per natura, il recupero di ieri è appena sotto l'8 per cento in più. E come si vede non è nemmeno omogeneo sul territorio, perché fronte a regioni dove è stato abbastanza cospicuo (per citare solo i risultati a due cifre: Sicilia +10,74 per cento; Piemonte + 11,06; Emilia-Romagna + 11,3; Friuli-VG + 11,4; Lombardia +12,04; Lazio + 16,02; Umbria + 16,03; Sardegna + 17,14), ce ne sono altre - per quanto meno numerose - in cui il calo non è stato meno vistoso (sempre per restare sulle due cifre: Campania - 10,63 per cento; Valle d'Aosta - 14,85). Come si vede sono dati non omogenei né per aree territoriali, né per colore di amministrazioni regionali e orientamento dell'elettorato alle elezioni politiche; - il recupero è invece decisamente vistoso rispetto al (ai) referendum del 2025, rispetto a cui siamo su una media nazionale del + 29 per cento, che oltrepassa il 30 in Lombardia, Veneto, Friuli-VG, Umbria, Abruzzo (ordinate questa volta per aree territoriali; e come si vede dislocate per lo più al Nord - con due regioni numerose come Lombardia e Veneto - e al Centro), e soprattutto compattamente positiva, contrariamente a quanto si è visto per il 2020. Ora, considerato che le forze promotrici dei referendum del 2025 - ed alle quali va legittimamente intestato il clamoroso flop dei medesimi - sono le stesse schierate sul fronte del No per quello di ieri (anzi, qualcosa di più visto che per il referendum sulla magistratura una larga fetta del gruppo dirigente del PD, e a questo punto non saprei quanta parte del suo elettorato, ma certo non simbolica, si è decisamente schierata per il Sì), la conclusione verso cui sarei orientato è che l'elettorato si è mosso in modo assai, se non del tutto, indipendente dalle loro posizioni e dagli orientamenti di voto da esse indicati. Il che dovrebbe indurre, prima di intestarsi la titolarità di una vittoria e dedurre da questo la propria capacità di trasferirla dal campo referendario a quello elettorale politico, a svegliarsi dai bei sogni, scendere dal pero e rendersi conto che forse la lezione migliore da trarre da quanto è successo è uscire dalla dimensione di realtà parallela in cui buona parte delle forze medesime vive, cercare di capire le ragioni reali per cui la surra clamorosa del 2025 si è capovolta tempo nemmeno un anno, e trarne le debite conclusioni, anzitutto in termini di confronto con il mondo reale e non le proiezioni proprie o degli editorialisti di Repubblica e del Fatto o dei ciacolatori da talk show. Invece di inneggiare alla ritrovata saggezza del popolo - che un anno fa non si era dimostrato saggio per niente, anzi - e ad altre fanfaluche non meno vanvereggianti. Tra l'altro, se guardiamo ai risultati, a me può pure fare piacere che la maggioranza del popolo italiano (o meglio, dei due terzi del medesimo che ieri sono andati a votare) abbia scelto di difendere non tanto "la Costituzione", quanto forse un metodo di intervenire sulla medesima che non sia gettare sulla bilancia la spada di Brenno di maggioranze parlamentari delle quali è lecito dubitare rappresentino realmente gli orientamenti dell'elettorato. Ma mi riesce difficile dimenticare (la memoria, per di più non selettiva: che brutto guaio!) che sei anni fa quel poco più di metà di elettori di quello stesso popolo italiano si è pronunciata ad amplissima maggioranza (69 per cento) a favore di un atto di svuotamento della democrazia quale la drastica riduzione della rappresentanza parlamentare. Ed a me queste saggezze ad intermittenza hanno sempre convinto poco (non parliamo poi dei deliranti inneggiamenti alla "meglio gioventù" che sarebbe andata a votare ieri, sulla quale ci sarebbero da dire moltissime e non leggere cose, che però ci porterebbero eccessivamente fuori dal seminato). Nel 1974 ad auto-intestarsi la vittoria nel referendum sul divorzio - per il quale avevano senz'altro fatto la loro parte, così come peraltro l'avevano fatta gli altri - erano stati i socialisti del PSI, convinti di portarsi conseguentemente a casa un pacco di voti alle amministrative dell'anno successivo; alle quali il pacco di voti a casa se l'era invece portato il PCI, ed ai socialisti così come agli altri partiti del fronte del No erano rimaste le briciole: la memoria sarà un brutto guaio, sed meminisse iuvabit; - il terreno su cui poi il confronto va completamente a rotoli, è con le elezioni politiche del 2022. Rispetto alle quali, si vede già dalle percentuali di partecipazione che - pur nei limiti insiti nel confronto di mele con pere, fra consultazioni di natura profondamente diversa - istituire relazioni e parallelismi è tutt'altro che agevole e soprattutto credibile. In primo luogo, rispetto alle ultime politiche, non solo non c'è alcun recupero dell'astensionismo, ma c'è al contrario un calo della partecipazione; ed in una misura tutt'altro che trascurabile quale il quasi 5 per cento; ancor meno trascurabile se si pensa che stiamo sempre partendo da una base di poco più che due terzi dell'elettorato (quelli che erano andati a votare nel 2022). Le variazioni sono meno vistose di quelle finora considerate (a parte il -10,49 per cento della Sicilia; dal 56 al 46 per cento; cosa rispetto alla quale i miei amici siciliani saggi sicuramente si sentono già nella testa un frastuono da campane a martello della Cattedrale), ma sopra media troviamo regioni come Lombardia e Veneto, dove pure il Sì ieri ha colto affermazioni significative e difficilmente contestabili (53,5 nell'una, 58,4 nell'altra). In definitiva, l'impressione è che la situazione del referendum di ieri sia difficilmente accostabile a quella di elezioni politiche passate e meno ancora future; che tra l'altro, non è troppo arbitrario supporre possano svolgersi in anticipo rispetto alla scadenza del 2027, come elementari capacità tattiche dovrebbero suggerire alla stessa PDCDM, così come a ogni leader politico che dopo aver subito una scoppola (poiché tale è, al di là delle chiacchiere della diretta interessata e della sua fedele canizza mediatica, oltre che dell'arroganza di un Ministro Guardasigilli che decenza vorrebbe, a 24 ore dalla scoppola medesima, fosse già dimissionario/dimissionato e già filato a riposarsi e ritemprarsi sotto il sole su qualche spiaggia delle isole Maldive) cerca di arginarne le conseguenze. Persino un politico come Emanuel Macron, ben lontano da ogni dimensione di genialità, lo fece dopo aver perso malamente le amministrative; ma si sa che i francesi ci stanno antipatici e poi ignorano cosa sia il bidet. E che di conseguenza, smaltite le comprensibili bollicine della sbronza allegra post-vittoria, anche qui un "piano Bastiano" sia d'obbligo. A scanso di non trovarsi - magari a breve - a dover digerire a propria volta il pan per focaccia della scoppola presa ieri dagli avversari, soprattutto se si persiste sulla mefitica strada del sottoscrivere sostanzialmente leggi elettorali indegne delle tribù nomadi delle steppe dell'Asia centrale. Questo è tutto, da parte mia. Ci sarebbe ancora una cosa da fare: un raffronto fra il risultato di ieri e i risultati aggregati delle forze politiche alle elezioni del 2022. Perché troppe cose non tornano: per dire quella a mio parere più vistosa, i risultati di alcune grandi regioni in cui il voto del capoluogo e della sua area metropolitana va in senso opposto a quello della regione nel suo complesso. Piemonte, dove prevale il No nella regione e in provincia di Torino, ma il Sì in tutte le altre province; idem nel Lazio; e idem in Lombardia e Friuli-VG, a parti invertite. Nel referendum del 1974 si era assistito (ho presente i risultati della Sardegna, che ho studiato più a fondo) a una prevalenza del No nei capoluoghi e nelle aree urbane, e del Sì in quelle rurali; ma a parte quella di Nuoro, in tutte le province il dato era stato omogeneo con quello regionale. Qui invece la situazione mi pare molto più articolata. Ma lascio il lavoro a qualcuno più capace e competente di me. A me basta ribadire che le analisi politiche si fanno sui numeri reali, chiudendo le orecchie al vacuo blabla di sondaggi, exit poll e simili inutilità, e prendendo con amplissimo beneficio di inventario sia le chiacchiere da bar, o da talk show che dir si voglia, sia le dichiarazioni di leader e sottoleader politici che bene farebbero a darsi more bipartisanico alla vendita di pentole, arte assai più confacentesi alle loro capacità. Poiché malgrado tutto, la politica resta pur sempre una cosa seria.
di Aldo Borghesi - 24/03/2026
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