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Mazziniani, repubblicani, azionisti e democratici
nella storia dell'Italia contemporanea



Il 14 maggio 2026 si è tenuta a Cagliari la cerimonia di consegna alla dott.ssa Alice De Matteo dell'Università di Salerno della borsa di studio messa in palio dall'AMI, dall'Associazione Cesare Pintus e dalla Domus Mazziniana per onorare il ricordo di Lello Puddu e di Marcello Tuveri.
    Nell'impostazione originaria il premio sarebbe dovuto essere assegnato a una tesi di laurea sul tema "Mazziniani, repubblicani, azionisti e democratici nella storia dell'Italia contemporanea".
    Riscontrata la difficoltà di reperire contributi attinenti all'area isolana, si è deciso di estendere l'ambito geografico a tutto il territorio nazionale.
    Dopo un intervento introduttivo di Gianni Liguori, che ha anche illustrato l'opera di Lello Puddu e al quale va riconosciuto il merito della complessa organizzazione dell'evento, e un mio ricordo di Marcello Tuveri, la dott.ssa De Matteo ha illustrato il suo lavoro "Giuseppe Elia Benzi. Pensiero e azione di un repubblicano ligure (1802-1889)".
    Michele Finelli e Pietro Finelli hanno portato i saluti dell'AMI nazionale e della Domus Mazziniana.
    A conclusione ho consegnato, su delega del Presidente Finelli, il certificato attestante l'ottenimento del premio alla dott.ssa De Matteo.
    Allego di seguito il testo dell'intervento che avevo preparato per l'occasione.




Ritengo doveroso prima di tutto premettere che intervengo a questa manifestazione perché incaricato dal Presidente nazionale Michele Finelli di consegnare il premio alla vincitrice, nonostante io sia dimissionario.
    Il giorno della premiazione sembra essere stato scelto per complicarmi la vita; infatti nella stessa giornata si svolgono i seguenti eventi ai quali avrei dovuto partecipare in contemporanea:
ore 16:30 presentazione di un libro di Guido Melis;
ore 17:00 conversazione presso la Domus Mazziniana;
ore 18:00 lezione della scuola di liberalismo;
ore 18:30 momento di cultura ebraica;
per concludere alle ore 21:00 con una lezione della scuola mazziniana.
    Non posso fare a meno anche di ricordare il grave lutto che ha colpito la famiglia Tuveri per la prematura improvvisa morte della figlia Annamaria.
    Quale è il motivo per il quale AMI, Associazione Cesare Pintus e Domus Mazziniana hanno deciso di promuovere questo concorso?
    In primo luogo la volontà di ricordare due grandi repubblicani, Lello Puddu e Marcello Tuveri, che tanto hanno dato al movimento mazziniano e, sul piano personale, a ognuno di noi.
    Peraltro la ragione del premio non può essere solo un momento semplicemente commemorativo, perché in questo caso saremmo come quei repubblicani che, per usare la nota espressione di Ugo La Malfa, concepivano la loro azione politica limitata all’accensione di ceri all’immagine di Giuseppe Mazzini.
    Ci sono ragioni più profonde che ci hanno spinto a un’opera che non è stata scevra di difficoltà, e per la quale mi sembra doveroso ringraziare Gianni Liguori.
    Viviamo purtroppo in un periodo nel quale si vuole delegittimare il Risorgimento e di conseguenza il pensiero democratico e quello liberale, un tempo distinti se non addirittura contrapposti, ma che oggi non possono non influenzarsi a vicenda sino a costituire un tutto unico, perché il liberalismo senza democrazia non è altro che mero conservatorismo, mentre la democrazia senza l’influenza dei principi liberali sfora inevitabilmente nell’anarchia, anticamera della tirannide.
    La corrente antirisorgimentale, peraltro, non è iniziata oggi; già negli anni sessanta del secolo scorso comparvero i romanzi di Alianello , "L’alfiere" e "L’eredità della priora", esaltanti i Borboni di Napoli, che furono commentati da Francesco Compagna con la frase: "roba da giornalisti".
    Attualmente assistiamo a un estendersi a tutto il territorio nazionale di questo fenomeno. In Sardegna il Partito sardista scivola verso posizioni indipendentistiche che faranno rivoltare nella tomba Lussu, Bellieni e Mastino, mentre gruppuscoli molto rumorosi ricevono una attenzione del tutto immotivata dalla stampa locale.
    Si instaurano legami con il movimento neoborbonico, facendo partecipare a un festival finanziato con contributi pubblici pseudo storici, che non si limitano a propagandare le riforme che effettivamente furono realizzate da Carlo III e poi da Maria Carolina, prima della reazione suscitata dal soffocamento della Repubblica Partenopea, ma affermano, senza avere il senso del ridicolo, che il Regno delle Due Sicilie era una delle grandi potenze europee e che la Gran Bretagna tremava dinnanzi alla sua potenza navale.
    In Toscana si esaltano le riforme leopoldine, dimenticandosi che esse furono realizzate nel Settecento durante il periodo del dispotismo illuminato.
    Nel Veneto si contesta l’esito del plebiscito che sancì l’unione della regione al Regno d’Italia. A Modena abbiamo avuto l’esposizione nella ex reggia di una lapide esaltante la dinastia che impiccò Ciro Menotti e lo spropositato intervento delle forze dell’ordine contro un anziano militare che protestava civilmente per l’oltraggio alla memoria del Risorgimento; a completamento una iscritta all’AMI è stata minacciata di espulsione dalla Dante Alighieri per aver pubblicamente deplorato questi avvenimenti.
    Considerata l’ondata di antisemitismo dilagante, ci si può aspettare una difesa dello Stato Pontificio per il caso Mortara e per aver mantenuto il ghetto sino alla sua caduta.
    Per dare forza a quest’opera di demolizione si fa ricorso anche a Gramsci e a Gobetti, estrapolando alcune loro affermazioni, che vengono isolate dal contesto.
    Ad esempio si tralascia il giudizio in fondo positivo di Gramsci sulle conseguenze del Risorgimento nei confronti dei residui del feudalesimo e dell’influenza del potere clericale, mentre la sua critica riguarda il fatto che non si sia utilizzata la classe contadina, critica che il grande storico Federico Chabod giudicava antistorica, considerate le condizioni nella quale si trovava quel ceto.
    Si accusa il Risorgimento di essere stato un moto elitario, trascurando il ruolo che le donne vi ebbero.
    Si mettono in risalto i molti limiti dello stato unitario, come se i Papi, i Borbone, gli Asburgo e così via fossero molto meglio dei Savoia, e trascurando il fatto che questo stato, nato tra mille difficoltà, seppe nonostante tutto rafforzarsi, contrastando i sussulti reazionari di fine secolo e attuando una serie di riforme tra cui l’abolizione della pena di morte e l’introduzione del suffragio universale, sia pure limitato agli uomini, per non parlare dei primi germi di uno stato sociale.
    Considerato il contesto europeo non si può non essere d’accordo con Benedetto Croce nella sua polemica con Ferruccio Parri sulla natura dello stato prefascista.
    Risibili appaiono pertanto gli articoli che sono comparsi sul quotidiano locale di Cagliari, riguardo i tumulti avvenuti nel 1906 in città e presentati come una presa della Bastiglia e una dimostrazione della volontà repressiva dello stato liberale, volontà messa da parte già da cinque anni dal Governo Zanardelli Giolitti.
    Così come è stato discutibile il comportamento di un Presidente del Consiglio che è andato a rendere onore alle pretese vittime della repressione del brigantaggio nel Mezzogiorno ad opera delle truppe italiane. A questo proposito si consiglia la lettura delle opere di Carmine Pinto.
    Dobbiamo peraltro riconoscere che in primo luogo c’è stata una sottovalutazione del fenomeno da parte nostra per cui non ci siamo opposti con la necessaria fermezza, limitandoci al più a considerarlo come qualcosa di folcloristico.
    Inoltre spesso abbiamo polemizzato tra di noi quasi fossero ancora presenti le motivazioni che nell’epoca risorgimentale giustificavano le divisioni; sembra in pratica di essere nella situazione irlandese nella quale per lungo tempo i due maggiori partiti si differenziavano quasi solo per il giudizio sul trattato di Londra del 1922.
    A questo proposito si possono citare le polemiche sorte in seno all’AMI quando l’allora Presidente Mario Di Napoli denunciò lo scarso interesse che veniva dato alla solennità del 17 marzo; al di là del fatto che quella data ricorda non solo la proclamazione del Regno d’Italia, ma anche la costituzione dello stato unitario.
    Contemporaneamente a ciò, e questo riguarda tutto il mondo occidentale, si parla di crisi delle democrazie liberali; è doveroso ammettere che esse possono sembrare di esserlo effettivamente, sottoposte al duplice attacco dei populismi di destra e di sinistra che si presentano divisi, ma in fondo sono le due facce della stessa medaglia.
    Però è in crisi il modello? Oppure lo stesso è l’unico a essere in grado di contrastare quella che viene chiamata "democratura" oppure "democrazia illiberale"?
    Non dobbiamo perdere la fiducia nella superiorità dei nostri valori; per quanto riguarda l’Italia non dobbiamo ripetere l’errore del 1922, scegliendo quello che sembra il male minore. Ci sia guida l’intransigenza in quei frangenti di Giovanni Amendola, Piero Gobetti e Francesco Cocco Ortu. Positivo in questa prospettiva è il recupero che si sta compiendo di Benedetto Croce.
    Il cattolico liberale Arturo Carlo Jemolo scriveva che nel XX° secolo solo due italiani erano assunti a una fama europea: Giovanni Giolitti e Benedetto Croce. Attualmente in Inghilterra vengono ristampate le opere del filosofo, mentre i giornali americani lo definiscono il più grande pensatore italiano del novecento.
    Non scoraggiamoci, dunque, per le difficoltà che alcune volte ci fanno sembrare sconfitti, ma andiamo avanti ricordando, come ci ha insegnato Croce, che la storia dell’affermazione della libertà è la storia del genere umano.


di Antonello Mascia - Cagliari - 20/07/2026



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