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Il ruolo di casa Savoia nel suo rapporto con il fascismo


Nello speciale dell’Unione Sarda sugli ottanta anni della Repubblica è pubblicata una intervista al professor Enrico Sanjust, nel corso della quale viene giustificata la sua adesione alla ideologia monarchica.
    Ritengo superfluo discutere di questa sua scelta, giacché lo stesso intervistato riconosce che l’essere fedeli alla corona ha un significato prevalentemente romantico che si collega a una questione di tradizione familiare e afferma che non ritiene possibile una restaurazione monarchica. Mi sembra, invece, doveroso per rispetto alla verità storica contestare la sua narrazione riguardo il ruolo di casa Savoia nel suo rapporto con il fascismo.
    Secondo Sanjust, Vittorio Emanuele prima di affidare il governo a Mussolini avrebbe interpellato altri sei politici, dei quali non indica i nomi, che avrebbero rifiutato l’incarico. Una ricostruzione esatta degli avvenimenti di quei giorni non è possibile in quanto le diverse testimonianze in proposito sono contraddittorie.
    Di certo il Re, dopo aver sollecitato il governo affinché proclamasse lo stato d’assedio o comunque adottasse misure per contrastare il tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale, rifiutò di controfirmare il relativo decreto. Lo fece per una sua autonoma decisione a seguito del consiglio di alcuni generali e dopo aver ricevuto garanzie da Federzoni e da Costanzo Ciano sulla disponibilità di Mussolini ad accettare una soluzione Salandra? Oppure fu lo stesso Presidente in carica Facta, che sperava di trovare anche lui un accordo con il futuro dittatore, a suggerire di soprassedere alla firma?
    Facta rifiutò sempre di fornire dichiarazioni sui suoi colloqui con il Re e la figlia ha sempre affermato che il padre non influì sulla decisione del Re; però alcuni ministri, tra cui il ministro della Guerra Soleri, molto vicino a casa Savoia, hanno sempre sostenuto la seconda tesi.
    La testimonianza più attendibile è quella che risulta dal diario di Francesco Cocco Ortu, recentemente pubblicato, ma già noto per gli avvenimenti di quelle giornate sin dai primi anni cinquanta, che riporta anche la testimonianza del Presidente della Camera dei Deputati, Enrico De Nicola. Entrambi convocati dal Sovrano, De Nicola per il suo ruolo istituzionale, Cocco Ortu per il prestigio derivante dall’essere il decano del Parlamento e dal guidare un gruppo, quello demoliberale, necessario per ogni maggioranza di governo, segnalarono Giovanni Giolitti quale persona più indicata a guidare il governo e comunque da consultare in ogni caso.
    Il Re respinse il suggerimento con il pretesto che il politico piemontese non era a Roma e non era certo che sarebbe riuscito a raggiungere la capitale. Non si vede come si possa sostenere che il Re abbia interpellato altri uomini politici, quando rifiutò di aspettare l’arrivo dell’unico che, secondo la maggioranza degli storici, sarebbe stato accettato da Mussolini, se non altro per paura che Giolitti nominato Presidente del Consiglio usasse la forza contro il movimento fascista, così come aveva fatto contro la sedizione fiumana. Del resto lo stesso Vittorio Emanuele nelle confidenze rilasciate anni dopo al suo aiutante di campo generale Paolo Puntoni si lamentò di essere stato lasciato solo dal governo e di aver dovuto sostituire i ministri nel dare istruzioni alle Prefetture e ai comandi militari.
    Sanjust difende anche la firma delle leggi razziali; che Vittorio Emanuele non fosse razzista è sicuramente vero come attesta anche il diario di Galeazzo Ciano, ma ciò non impedì che le firmasse nonostante non fosse assolutamente obbligato a farlo. Infatti lo Statuto prevedeva espressamente che il potere legislativo sarebbe stato collettivamente esercitato dal Re e dalle due Camere (art. 3), che le proposte di legge dovessero essere discusse e approvate da entrambe le camere e successivamente presentate alla sanzione regia (art. 55), che i progetti rigettati da uno dei tre poteri legislativi non potesse essere più riprodotto nella stessa sessione (art. 56); è evidente che il rifiuto della sanzione regia bloccava l’iter legislativo in quanto si trattava di un veto assoluto e non di un semplice invito a un riesame, come nel sistema previsto dalla vigente Costituzione repubblicana.
    Non si capisce, infine, da quale fonte il Sanjust abbia attinto la norma secondo la quale lo Statuto avrebbe imposto al Re di firmare una proposta di legge che fosse stata adottata per tre volte.
    Ma al di là dei formalismi legali resta il fatto che il Sovrano avallò con la sua firma leggi con le quali, violando l’art. 24 dello Statuto, si abrogava il principio di eguaglianza di tutti i regnicoli, per usare il lessico del 1848. In tal modo, come giustamente notò un grande giurista quale Vezio Crisafulli, si usciva completamente dallo spirito dello Statuto, già violato ripetutamente, rompendo definitivamente ogni residuo legame con l’ordinamento liberale.
    Non a caso Mussolini avrebbe voluto sancire contemporaneamente le discriminazioni di razza e la sostituzione della Camera dei Deputati, ancora elettiva sia pure con la farsa del plebiscito su una lista unica, con quella dei Fasci e delle Corporazioni, i cui membri erano nominati dall’alto. Solo il protrarsi dei lavori del Gran Consiglio sulle leggi razziali impedì che il desiderio del dittatore si concretizzasse, costringendolo a rimandare di qualche tempo il secondo provvedimento.
    L’ultima osservazione all’intervista riguarda la difesa del comportamento del Re e del suo governo l’8 settembre; è evidente che non si critica il fatto che si sia abbandonata la capitale, anche se sarebbe stato più logico riparare in Sardegna, ma il modo in cui avvenne tale abbandono, senza che fossero fornite alle forze armate istruzioni chiare perché resistessero alle prevedibili reazioni tedesche sotto qualunque forma le stesse si fossero verificate.
    Ma questo era la conseguenza di tutta la politica tenuta dal governo Badoglio nei quarantacinque giorni dal 25 luglio all’8 settembre, incapace di assumere un atteggiamento fermo nei confronti dei tedeschi e realistico nelle trattative con gli anglosassoni, tendente a guadagnare tempo con inutili furberie.


di Antonello Mascia - Cagliari - 04/07/2026



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