![]() |
| home page | archivio | documenti | album multimediale | biblioteca | links | scrivici |
|
La stampa locale sarda pubblica in continuazione le notizie di manifestazioni in onore di Emilio Lussu, Enrico Berlinguer e Antonio Gramsci; i cattolici, invece, disponendo evidentemente di fondi consistenti, dedicano molto tempo a ricordare con associazioni e fondazioni a loro intestate parlamentari di cui si conosce l’esistenza solo dagli annuari. Molto ridotta, al contrario, l’attività concernente le personalità del mondo liberale e democratico. In questo campo operano, in pratica, solo la Fondazione Asproni e le sezioni locali dell’Associazione Mazziniana Italiana, in collaborazione con l’Associazione Cesare Pintus e l’Istituto per lo studio del Risorgimento, nonché l’ANVRG, con iniziative che non sempre trovano riscontro nell’informativa della stampa. Ma non è di questo che mi voglio lamentare; evidentemente è un nostro difetto il non essere più presenti e di questo non possiamo incolpare chi si è formato in altri ambienti culturali, facendo loro carico delle nostre carenze. Quello che non posso accettare sono le strumentalizzazioni che troppo spesso si verificano con la creazione di collegamenti tra persone che non hanno tra loro nessuna affinità. Ad esempio, all’inizio dell’estate scorsa, in occasione di una manifestazione svoltasi presso il Museo Archeologico di Cagliari, si è voluto creare un parallelismo tra l’antifascismo di Francesco Cocco Ortu e quello di Antonio Gramsci. Nulla di più errato. Cocco Ortu, decano del Parlamento e tra i pochi superstiti dell’epopea risorgimentale, si schiera contro la violenza fascista, perché vede leso il principio fondamentale del monopolio della forza in capo allo Stato e, di conseguenza, non può accettare che sussista un partito che la eserciti, indipendentemente dal e, anche, contro il potere legittimo; per Gramsci il fascismo è la naturale evoluzione dello stato liberale, che, ormai in crisi, ricorre alla violenza. In altri termini per Cocco Ortu fermare il fascismo significava salvare lo stato liberale; per Gramsci il fascismo sarebbe stato sconfitto solo al momento dell’esplosione delle contraddizioni interne al blocco sociale che lo sosteneva, causando in tal modo anche la fine dello stato liberale. Gramsci non è un liberale e tanto meno un democratico; come giustamente ricordò Claudio Martelli a Brandt il suo concetto di egemonia non è altro che la dittatura del proletariato di stampo leninista adattata all’Europa occidentale, anche se non è riducibile alla sola forza bruta, ma prevede anche il ricorso al consenso. Con tutto il rispetto per la levatura intellettuale dell’uomo non possiamo non dimenticare la definizione di Luciano Pellicani: Gramsci cattivo maestro della sinistra. Personalmente i miei maestri sono Croce, Einaudi, Giovanni Amendola, Gobetti, Salvemini e Mazzini.
di Antonello Mascia - 24/04/2026
|
| Edere repubblicane - Copyright © 2026 | WebMaster: Giovanni Corrao |