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“Un’altra resistenza. La diplomazia italiana dopo l’8 settembre 1943“ |
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Per lungo tempo gli avvenimenti bellici successivi all’8 settembre del 1943 sono stati inquadrati come episodi della lotta fascismo/antifascismo e a questo ha contribuito la lettura che, per motivi opposti, ma coincidenti nei risultati, davano le forze estreme dello schieramento politico, comunisti e neofascisti. Per i primi ciò significava esaltare la lotta partigiana, nella quale avevano avuto indubbiamente un ruolo molto importante, anche se non predominante, come cercavano di far credere; per i secondi era possibile sostenere, anche alla luce di quanto avveniva nelle cosiddette democrazie popolari, la legittimità della loro adesione al regime fantoccio della Repubblica Sociale, nel quadro di una lotta contro il pericolo comunista. Considerato che la lotta partigiana aveva interessato solo una parte del territorio nazionale, questa narrazione finiva per giustificare l’atteggiamento di chi riteneva che si trattasse di episodi da lasciarsi alle spalle; di conseguenza le cerimonie celebrative del 25 aprile finivano per assumere un aspetto sempre più ripetitivo, quasi obbligato, senza, in molti casi, una partecipazione veramente sentita.
Ricordo che nel 1965, ventennale della liberazione, scandalizzai la supplente di storia, che non era certo di destra, perché giustificai nel tema che ci era stato assegnato sia l’attentato di Via Rasella che l’uccisione di Giovanni Gentile.Questa ricostruzione, inoltre, permetteva sia ai comunisti che ai neofascisti di attaccare il comportamento del Re e del Governo, rei di aver abbandonato la capitale, lasciando le forze armate senza precisi ordini. Premesso che indubbiamente il comportamento delle massime autorità nel condurre le trattative per una pace separata e nell’organizzare la resistenza alla prevedibile reazione tedesca non può non essere giudicata con molta severità, va chiarito quanto, ormai da qualche tempo, è emerso in maniera inequivocabile. Ci furono da parte delle forze armate resistenze nei confronti dell’aggressione tedesca, Porta San Paolo a Roma e Cefalonia, ne sono gli esempi più fulgidi, ma non mancarono altri episodi, tra i quali vanno ricordati, ad esempio, i soldati stanziati in Corsica, agli ordini del generale Magli. Non parliamo, poi, dell’atteggiamento della Marina, che obbedì compatta al più triste ordine che si possa impartire a un marinaio: arrendersi senza combattere a quello che sino al giorno prima era il nemico. Del resto che le forze armate avrebbero combattuto senza problemi se fossero state guidate in modo opportuno lo dimostra il gran numero di soldati che, una volta fatti prigionieri dai tedeschi, rifiutarono di aderire alla RSI, nonostante ciò significasse per loro dover subire un trattamento contrario alle convenzioni internazionali, in quanto non venivano considerati prigionieri di guerra. Importante fu la partecipazione del ricostituito esercito regio, che partecipò alla battaglia di Montecassino, nella quale morì il figlio del ministro liberale della guerra, il liberale Casati, non avendo voluto il padre cedere alle insistenze della moglie perché lo spostasse dal fronte. Anche gli studi sulla guerra partigiana hanno messo in rilievo come accanto ai partigiani comunisti, di cui nessuno nega il valore, ci fossero bande che facevano riferimento ad altri movimenti politici, in primo luogo gli azionisti di Giustizia e Libertà, i socialisti delle Brigate Matteotti, i cattolici, senza tener conto che fuori del CLN operavano i repubblicani delle Brigate Mazzini e, a Roma, i trotzkisti di Bandiera Rossa. Non dimentichiamo, infine, le cosiddette formazioni autonome, costituite in gran parte da soldati che, dopo l’8 settembre, fedeli al giuramento al capo dello stato e al legittimo governo, avevano deciso di continuare la lotta contro l’invasore tedesco e contro quelli che consideravano traditori, perché per loro la strada dell’onore, a cui si richiamavano i repubblichini, non poteva essere disgiunta da quella della disciplina, che imponeva di obbedire agli ordini del legittimo governo; neppure vanno dimenticati i partigiani liberali, che per la loro concezione che non ammetteva formazioni di partito con annessi commissari politici, preferirono militare nelle formazioni autonome. Importante, a questo proposito, il ruolo, solo recentemente rivalutato dagli studi di Rossella Pace, che svolsero le partigiane liberali, ruolo disconosciuto, sul quale non sono mancate ironie, come del resto è successo per tutta l’opposizione liberale durante il fascismo, considerata come qualcosa di snobismo, mentre invece ha prodotto quella che Giuliano Urbani definì, a suo tempo, “opposizione in camicia bianca“, troppo spesso trascurata a favore dell’ “opposizione in camicia nera”, della quale andrebbero studiati, invece, i limiti e le contraddizioni, al di là dell’opera apologetica di Ruggero Zangrandi. Rimaneva, peraltro, scoperto lo studio sistematico di un’altra forma di resistenza, quella messa in essere dai nostri diplomatici all’estero. Questa lacuna viene ora colmata dallo studio di Eugenio Di Rienzo, dal titolo “Un’altra resistenza. La diplomazia italiana dopo l’8 settembre 1943“. Per motivi facilmente comprensibili le rappresentanze diplomatiche che, a quella data, erano aperte avevano sede, oltre che nei pochi paesi rimasti neutrali, solo nelle nazioni aderenti all’Asse. Di Rienzo descrive in modo efficace le pressioni esercitate dal pseudo governo di Mussolini, pressioni che andavano dalle lusinghe alle aperte minacce messe in atto, dove era possibile, dai fasci locali prontamente ricostituiti, perché i diplomatici all’estero aderissero alla RSI, approfittando del fatto che le nostre rappresentanze all’estero erano state lasciate all’oscuro delle trattative con gli alleati e, dopo l’8 settembre, le comunicazioni erano diventate più difficili, se non impossibili. Il libro fa un esame attento della situazione differenziata venutasi a creare nei vari paesi, rilevando, comunque, che la maggioranza del corpo diplomatico, nonostante si verificassero in alcuni casi incertezze, si manifestasse leale al legittimo governo. Nei paesi neutrali, nessuno dei quali aveva riconosciuto Salò, e in Finlandia, che pur aderendo all’Asse continuava a riconoscere come legittimo solo il governo del Sud, la situazione era abbastanza tranquilla; problemi vi erano in Spagna, dove all’interno del governo franchista, si fronteggiavano la tendenza favorevole a un riconoscimento di fatto, se non di diritto, del governo repubblichino e la posizione del Ministro degli Esteri, noto per essere un dichiarato anglofilo. Anche in Argentina, dove il governo scaturito da un colpo di stato militare non aveva dato seguito alla decisione della conferenza panamericana di rompere le relazioni diplomatiche con l’Asse, il personale dell’ambasciata dovette subire pressioni perché aderisse a Salò, finché l’andamento della guerra non convinse il governo argentino a uscire dalla sua posizione attendista. Ovviamente molto diversa fu la situazione nei paesi aderenti all’Asse, anche se si possono fare delle distinzioni tra la Germania e il Giappone da un lato e i loro alleati dall’altro. Infatti in Ungheria, almeno fino al colpo di stato che spodestò Horthy, e in Romania, pur avendo questi due paesi riconosciuto il governo della repubblica sociale, continuarono, in mezzo a innumerevoli difficoltà, a operare le rappresentanze del governo del sud. In Germania e in Giappone non ci fu spazio per situazioni di compromesso e, soprattutto nel paese del Sol Levante, furono adottati provvedimenti che ledevano non solo le convenzioni diplomatiche, ma anche il più elementare senso di umanità. Di tutto ciò ne dà conto Di Rienzo, attingendo oltre che ai documenti ufficiali alle memorie dei protagonisti di vicende che smentiscono l’affermazione che l’8 settembre tutti fuggirono e che morì la patria. Rattrista, e in ciò concordiamo con l’autore, che molte di queste persone, che non esito a definire eroi, nel dopoguerra dovettero subire processi per atti rilevanti in favore del fascismo, insieme ad autentici traditori. Un appartenente a questa seconda categoria, coinvolto anche nell’assassinio dei fratelli Rosselli, finì la sua carriera come parlamentare della Repubblica.
di Antonello Mascia - 6/04/2026
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