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Storia di minoranze

Cinquant’anni la svolta indipendentista del PSd’A
e la definitiva rottura degli storici legami con i repubblicani mazziniani e azionisti

simbolismi massonici      Negli anni della cosiddetta “prima Repubblica” si ricomprendevano sotto la denominazione di “sinistra democratica” le formazioni politiche, certamente minoritarie, che nell’area del progressismo laico e riformatore (non riformista!) si distinguevano dalla famiglia socialista (o socialcomunista): nel concreto venivano in essa annoverati i partiti Repubblicano (tanto nella componente storicamente mazziniana quanto in quella di derivazione azionista), quello Radicale (fondato da Villabruna con una scissione dal PLI nel 1955) e, in Sardegna, quello Sardo d’Azione.
     Ricorderei al riguardo, a bilanciare o assorbire le perplessità di chi del PSd’A storico –niente a che vedere con quello nazionalitario degli ultimi quarant’anni e meno che meno con l’attuale a obbrobrioso traino leghista – aveva una percezione come di formazione omnibus, trasversale e interclassista, che i due senatori sardisti presenti a Palazzo Madama nella prima legislatura repubblicana – Pietro Mastino e Luigi Oggiano cioè – erano inseriti in un gruppo denominato “Democratico di Sinistra”.
     Non si trattava di artificiose etichette, si trattava di tonnellate di idealità, di cultura politica e di esperienza storica maturata anche fra contraddizioni, ma sempre su un piano di nobiltà.
     Sulla base di una collocazione condivisa, pertanto, nell’area ideale/politica del progressismo non socialista e non classista – si ricordino al riguardo le polemiche antilussiane sul “Solco” sardista degli anni ’40 e ’50, sul perché il PSd’A non poteva ricomprendersi nelle categorie del socialismo, neppure in quello riformista – già dal 1960 aveva ripreso fiato l’alleanza politico/elettorale con i repubblicani. Con essi i sardisti avevano invero collaborato, già dai primi anni ’20, sulle pagine della “Critica Politica” di Oliviero Zuccarini e anche di “Volontà” (del turatiano, successivamente azionista, Vincenzo Torraca), avevano marciato in tandem alle elezioni del 1921 e del 1924, avevano pubblicato insieme il quotidiano “Sardegna” nel 1924 e combattuto insieme nelle stagioni dell’antifascismo prima della dittatura e in clandestinità durante (riversandosi insieme Michele Saba e Anselmo Contu e gli altri a Regina Coeli nel 1931, come già anche Cesare Pintus e Francesco Fancello, eredi delle due tradizioni incontratisi nella rete clandestina di Giustizia e Libertà); avevano marciato insieme anche nel 1946 alle elezioni della Costituente (il PRI non poté presentare la propria lista e riversò i suoi voti sui Quattro Mori), così alle regionali del 1949 –quando vennero a tener comizi, per il PSd’A, repubblicani di primo piano come Giovanni Conti (già vice presidente della Assemblea Costituente) o Giulio Andrea Belloni, come i cosegretari nazionali Franco Simonicini e Amedeo Sommovigo, come lo stesso Ferruccio Parri (già presidente del Consiglio dei ministri oltreché capo della resistenza nel nord Italia), quando anche non mancarono all’appello i dirigenti regionali dell’Edera, da Michele Saba ad Achille Bardanzellu e si mobilitarono giovani di talento come Alberto Mario Saba, Lello Puddu e Filippo Canu, giornalista amicissimo di Clelia Garibaldi. Tre furono allora i candidati repubblicani nella lista dei Quattro Mori, all’insegna di “Autonomia e Repubblica” – così come già Agostino Senes nel 1921: Azzena e Muzzetto nel Sassarese, Floris nel Cagliaritano.
simbolismi massonici      Anche alle regionali del 1953 ed a quelle del 1957 i repubblicani – pochi forse ma generosi e oblativi sempre – sostennero la lista sardista, com’era avvenuto alle amministrative (fra sardisti e “terza forza”) del 1952 e del 1956; al congresso regionale del 1957 Ugo La Malfa intervenne con Max Salvadori – fratello di Joyce ed esponente radicale – e prese la parola prefigurando una grande alleanza interpartitica appunto fra le formazioni della sinistra democratica. Si sperava di realizzare l’impresa alle politiche dell’anno successivo, ma questioni di simboli nella scheda – trattandosi per i repubblicani di non perdere i collegamenti nel collegio unico nazionale per il recupero dei resti – impedirono ai sardisti di accettare l’Edera, optando per una frazione allusiva dei Quattro Mori nel simbolo dell’alleanza con la “campana” di Olivetti e gli emblemi degli altri alleati (il Partito piemontese dei contadini e l’Avanguardia operaia).
     La condivisa opzione per il centro-sinistra tanto in sede regionale quanto in sede di maggioranza parlamentare a Roma riunì nuovamente i repubblicani ed i sardisti alle amministrative del 1960 (quando la sigla del PRI entrò nel simbolo dei Quattro Mori) ed alle regionali del 1961. Si rafforzarono nel tempo le strutture condivise, dalla AGCI – l’Associazione Generale delle Cooperative Italiane – alla UIL ed al suo patronato ITAL, sarebbe toccato poi anche all’ENDAS, e gli stessi locali avrebbero ospitato nei centri principali, cominciando da Cagliari, gli organi e le assemblee degli iscritti ai due partiti… Giovanni Battista Melis, direttore regionale del partito, che già dieci anni prima aveva accolto e accompagnato il ministro La Malfa nel suo tour isolano per la politica della liberalizzazione degli scambi con l’estero, partecipò al congresso nazionale repubblicano del 1962, dando merito in quell’occasione – ma così più volte anche sulla stampa – al determinante intervento del ministro ora titolare del Bilancio e della Programmazione Economica, per riorientare in senso autonomistico (in capo alla Regione sarda e non alla Cassa per il Mezzogiorno) la legge di Rinascita; avrebbe ripetuto i motivi dell’alleanza, che era di fraternità, nel 1965, al congresso che avrebbe eletto il leader siciliano alla segreteria politica. Avrebbe partecipato, Titino Melis, alle direzioni nazionali repubblicane, e sarebbe stato attivissimo, e abilissimo, parlamentare del gruppo repubblicano nella quarta legislatura, eletto a Montecitorio con i resti dei voti repubblicani di Romagna e Lombardia e Campania e Lazio e Puglia sommati a quelli sardisti della Sardegna per fare il quorum…
     Altre volte ho trattato la materia, qui adesso serviva soltanto un richiamo rapido a questi precedenti per portare l’attenzione ai momenti finali e deludenti, e tristi anche, di una storia nobile durata quasi mezzo secolo, e convissuta addirittura anche nelle più incredibili puntate estere, come fu nella guerra di Spagna degli ultimi anni ’30, oltreché, in patria, nella resistenza, sotto le bandiere magari di Giustizia e Libertà.
     Mi pare di poter individuare in uno scienziato e clinico di grandissima fama come Armando Businco, il mazziniano repubblicano e sardista, e azionista in continente (viaggiatore prigioniero verso i campi di concentramento burgundi, salvato in ultimo dai partigiani all’assalto del treno), che meglio riassume nel suo profilo intellettuale e di democratico i filoni diversi e convergenti, o nati da una stessa radice, della piùbella storia ideale che la politica italiana e sarda abbia mai potuto vantare nei nessi nazionale/regionale. Perché, si ricordi, nelle ascendenze della sinistra democratica repubblicano-sardista-azionista non figurava nessuno Stalin del quale potersi vergognare, e nessun Vaticano rimaneggiamento dello Stato Pontificio. Le ascendenze potevano rinvenirsi semmai in Efisio Tola, fucilato trentenne a Chambery perché aderente alla Giovine Italia, e in Goffredo Mameli, colpito da una palla di fucile e morto di cancrena a neppure ventidue anni perché difensore della Repubblica Romana, la Repubblica che nel 1849 aveva abolito la pena capitale… In quelle ascendenze non c’era Lenin e non c’era Trockij, non c’erano gli altri epigoni del marxismo, ma Mazzini esule per metà della sua vita, e patrono – centoottanta anni fa! – dell’idea europeista con la federazione delle giovani Italia, Germania e Polonia, in libertà e democrazia. Erede della tradizione di Giorgio Asproni e Giovanni Battista Tuveri, l’ogliastrino Armando Businco, iscritto alla sezione repubblicana di Cagliari negli anni in cui studiava all’Università ed esordiva giovane medico all’Ospedale civile, consigliere provinciale per i combattenti nei primi anni ’20 e candidato alla costituente per i repubblicani in quella lista che non si poté infine depositare, candidato con i fratelli sardisti in più occasioni dal 1948 e alla Camera e al Senato, mito vivente per autorevolezza e rigore morale che Ugo La Malfa, tutte le volte che ci raggiungeva in Sardegna, andava a salutare, onorandone la composta vecchiaia.
     Nei tempi passati mi sono dedicato a scrivere una storia del Partito Repubblicano sardo negli anni della “prima Repubblica” (1944-1994) e, per necessità di collegamenti, anche, in qualche misura, del Partito Sardo d’Azione. Non so se mai la pubblicherò. Però adesso, pensando proprio agli eventi che, giusto cinquant’anni fa, segnarono mestamente la rottura dell’intesa PRI-PSd’A dopo aver segnato la vita interna del Partito Sardo, ho creduto di doverne anticipare qualche pagina. Lo dico con tutta sincerità: con un sentimento che va oltre la stretta considerazione politica, o storico-politica – che ha i suoi autonomi ambiti di espressione – e si volge essenzialmente, oggi, a onorare memorie oneste e care: di Lello Puddu e Bruno Josto Anedda in primo luogo, di Alberto Mario Saba e Marco Marini con loro, e di Nino Ruju e Peppino Puligheddu, di Salvatore Ghirra e Luigino Marcello, di Tonino Uras e quanti altri, di Armandino Corona e Mario Melis, carissimo anche lui al pari di tutta la sua famiglia a cominciare da Titino, Pietro e Pasquale, Elena ed Ottavia….
     Certo è che la doppia rottura delle relazioni sardiste – quella interna con la sua componente fieramente antiseparatista e quella con gli alleati repubblicani –produsse qualcosa e in un campo e nell’altro: intendo il campo dei sardisti rimasti nella casa dei Quattro Mori, ed il campo dei repubblicani destinati ad assorbire gli scissionisti del PSd’A e a darsi dal 1968 in poi una rilevante e crescente presenza nelle istituzioni rappresentative e negli organi di governo alla Regione. Così sarebbe stato fino al 1994, fino cioè al declino della “prima Repubblica”. Se da una parte il Partito Sardo avrebbe accelerato la sua trasformazione in termini nazionalitari e indipendentisti (a mio personale avviso con grande confusione di obiettivi e di strumenti, così sciaguratamente depotenziando molte delle sacrosante istanze della sua storia programmatica), in ciò favorito anche dal passaggio generazionale che avrebbe ridotto a nulla lo spazio proprio della tradizione – quello della lotta per “l’unità vera della Patria”, secondo l’espressione tipica di Giovanni Battista Melis, e con piena lealtà costituzionale –, dall’altra il Partito Repubblicano avrebbe saputo darsi carne e sangue – autonomia organizzativa cioè – , e non soltanto intelligenza, nelle complesse avventure regionali e nazionali degli anni ’70, 80 e primi ’90.

Nel 1966 e 1967, fra difficoltà della programmazione e semplicismi separatisti

     Se in apparenza l’abbinata PRI-PSd’A procede ancora mostrando il maggior volto nell’attività senza posa dell’on. Giovanni Battista Melis all’interno del gruppo parlamentare repubblicano della Camera, non mancano invece le ragioni di tensione fra le due formazioni alleate, tanto più dopo alcune scelte che i sardisti compiono sulla scena politica isolana. Ciò, in particolare, causando la crisi della giunta Dettori – apprezzata invece dai repubblicani per la sua capacità di collocare su un corretto piano istituzionale la politica contestativa verso il governo – e ponendo in termini assoluti la questione del raddoppio della propria rappresentanza in giunta, senza avvedersi, con puntuale analisi e proposta correttiva, del processo degenerativo in atto nello stesso istituto autonomistico (e forse anche con un proprio contributo di responsabilità).
     La giunta presieduta da Dettori, che conserva la gran parte dell’assetto dell’esecutivo Corrias caduto nella primavera 1966 per il conflitto interno alla DC e soprattutto per il crescente radicalismo della corrente nuorese della sinistra di Forze Nuove (di cui sono vittime sia gli equilibri interni ormai consolidati sia gli alleati sardisti), avvierà una politica contestativa del governo nazionale in anni di grande difficoltà per l’Isola, che pur si modernizza vistosamente nei centri urbani. E’ soprattutto l’ordine pubblico nelle zone interne, e lo stesso incerto destino socio-economico di queste, dato il progressivo spopolamento e i ritardi nello sviluppo sia civile che produttivo, a rendere problematica la vita isolana, ad alimentare le tensioni interne ai partiti e fra i partiti. L’insediamento delle grandi industrie di base, nei due poli estremi del territorio isolano, non dà speranze concrete di verticalizzazioni manifatturiere che potrebbero costituire il futuro della vita economica di aree depresse, né il governo centrale sembra, con le partecipazioni statali, sensibile a sufficienza alle urgenze d’investimento nell’Isola e, soprattutto, sembra non rispettoso degli impegni assunti circa la aggiuntività delle risorse del Piano di Rinascita.
     Il PSd’A, rappresentato in giunta (all’assessorato all’Agricoltura e foreste) ancora da Giuseppe Puligheddu, esponente della minoranza del partito e dunque non avvertito come rappresentativo da molti sardisti abbagliati dal nuovo carisma etnicista di Antonio Simon, è investito in pieno dalla criticità dell’ora e tende però a incrociare, non sempre lucidamente, i piani dei propri assetti interni con la più generale responsabilità politica. Fra gennaio e febbraio 1966 esso ha affrontato i suoi congressi provinciali a Nuoro ed a Cagliari, in entrambe le circostanze dividendosi verticalmente, forse anche oltre la legittima dialettica di un partito. Bruciante a Cagliari, in particolare, la sconfitta della mozione di “Democrazia Sardista”, luogo di coagulo di molti di coloro che matureranno, nel giro di poco più d’un anno, l’uscita dal partito (1).
     Anche il PRI deve affrontare questioni interne. Il 22 maggio la direzione regionale tratta del tesseramento 1966, della rete delle federazioni provinciali da riorganizzare, del prossimo congresso regionale, della diffusione del giornale del partito almeno fra i militanti (e magari fra i sodali del PSd’A), della partecipazione alla manifestazione nazionale del prossimo 2 giugno, di un convegno nazionale che si vorrebbe tenere in Sardegna sulle regioni a statuto speciale (2).
     A dicembre chiedono la tessera repubblicana alcuni esponenti della politica e del sindacato sassaresi (di provenienza socialdemocratica e comunista): Mario Era, Oliviero Verdinelli, Nino Doro e Pietro Pittalis (3).
     Presto altre adesioni seguiranno, fra le quali quella di Bruno Josto Anedda, giornalista e ricercatore storico, scopritore del monumentale diario politico di Giorgio Asproni (che, in occasione del novantesimo anniversario della morte del grande parlamentare, ne ha scritto su “La Voce Repubblicana”) (4).
     Ma è soprattutto la federazione provinciale di Sassari, in questa fase, a fare sul piano della propaganda e del proselitismo, sulla scia della richiesta della tessera da parte di Era, Verdinelli, ecc. (ma successivamente anche di Giovanni Cattrocci, un insegnante elementare che ad Olbia, dove risiede e lavora, vanta larghe relazioni soprattutto in ambiente democristiano): alla presenza del vice segretario nazionale Terrana si svolge la conferenza-dibattito su “I diciotto anni de ‘Il Mondo’: rapporti tra democrazia e stampa” e, l’indomani – il 7 maggio –, viene inaugurata la nuova sede del partito; una “lettera aperta” ad amici e simpatizzanti è diffusa per richiamare l’attenzione sugli obiettivi politici dei repubblicani e rappresentanti della militanza locale partecipano tanto al congresso del Movimento Femminile Repubblicano quanto al convegno sull’agricoltura (5).
     Intanto gli equilibri politici generali sembrano precipitare: a ondate riprende l’aggressività politica della sinistra democristiana nuorese (che sbarrando ai sardisti l’ingresso nella giunta provinciale ne provocherà le dimissioni anche da quella comunale del capoluogo) e si acuiscono i problemi interni al PSd’A, radicalizzando il confronto da cui si spera di uscire soltanto con un adempimento, invero allo stato improbabile, da parte delle altre forze di maggioranza: l’allargamento della giunta con due ulteriori assessorati, fra cui quello alla cooperazione alla cui guida guardano i sardisti, che conterebbero così su due posti nell’esecutivo (con soddisfazione di entrambe le anime del partito) (6).
     Ripetutamente i repubblicani manifestano al direttore regionale sardista (e membro del proprio gruppo parlamentare) preoccupazioni sullo scadimento generale del dibattito politico. Portatori di una sensibilità nazionale e, in quanto presenti nel governo Moro, sostanzialmente corresponsabili della sua politica, e insieme però preoccupati, nonché per il deprecabile stato socio-economico dell’Isola e la mancanza assoluta di prospettive, per la crescente inadeguatezza del PSd’A a sostenere con un dibattito alto, e non distratto da vicende di piccolo cabotaggio, la causa regionale, essi – attraverso il segretario regionale Puddu – intervengono ripetutamente sull’on. Melis, invocando un suo intervento, decisivo e super partes. Si tratterebbe anche di restituire al PSd’A, nella linea della sua tradizione e in adesione allo spirito degli accordi del 1963, un protagonismo insieme ideale e programmatico che, all’interno del centro-sinistra, l’unificazione socialista sembra aver compromesso, sottraendo spazi e affermando l’essenzialità dell’accordo DC-socialisti. Le divisioni interne depotenziano, infatti, l’interlocuzione del Partito Sardo con le altre forze di maggioranza, vanificando tutto il faticoso lavoro compiuto negli anni addietro per affermare, in termini di proposta politica (soprattutto nel nesso fra pianificazione nazionale e pianificazione regionale) la centralità dell’area repubblicano-autonomistica (7).
     Peraltro tutto si acuisce con la crisi della giunta Dettori, che comporta l’esclusione del PSd’A dal patto di maggioranza e la destabilizzazione di numerose amministrazioni locali. Ciò proprio quando la Sardegna sembra essere entrata nel suo annus horribilis, nel mezzo del disastro economico così nella agricoltura e pastorizia (denunciato anche dalla “invasione” di Cagliari da duemila pastori) come nell’industria, fra occupazioni di facoltà universitarie nei capoluoghi, grassazioni e sequestri di persone tanto più nel Nuorese, attentati ad amministratori e forze dell’ordine un po’ ovunque, sbarco di centinaia di celerini e baschi blu. Prende ancor più slancio una protesta in termini di alternatività, introducendo nel dibattito sociale le categorie del nazionalitarismo e dell’indipendenza.
     Nuovamente e in più occasioni i repubblicani evidenziano quello che ritengono costituisca un limite della politica degli alleati: il cedimento progressivo alle istanze del separatismo e la nebulosità circa l’autocritica che la classe politica regionale, quella sardista compresa, dovrebbe compiere per una Regione burocratizzata e incapace sia di programmare che di spendere. O, in altri termini, di cogliere i termini nuovi in cui una politica di piano – quella per la quale è nato in centro-sinistra in Italia – deve potersi realizzare, perdendo invece di autorevolezza nella interlocuzione istituzionale e facendosi causa essa stessa di inadempienze verso la cittadinanza.
     In altre parole, secondo i repubblicani sardi, la programmazione impone il superamento di quella politica binaria (Stato-Regione) che ha distinto finora gli interventi della mano pubblica. Non si tratta ovviamente di relegare l’istituto autonomistico in uno spazio di puro decentramento amministrativo, ma di precisare meglio il concorso di competenze e responsabilità fra l’Amministrazione centrale dello Stato e la Regione (peraltro di rango autonomistico speciale). Ma pare indubbio che la quantità di risorse da destinare alla politica programmata (per la parte corrente e per quella d’investimento) debba essere lo Stato a fissarla, dovendo esso perseguire piani di ridistribuzione territoriale a fini perequativi sul piano nazionale. Alle Regioni – alla Regione – tocca partecipare, con un contributo di conoscenza delle proprie necessità, alla volontà deliberativa e tocca poi applicare, entro il quadro delle sue competenze statutarie, le norme finanziarie, incrociando la propria programmazione con quella globale. Insomma, la dialettica istituzionale vale ad ottenere il risultato, non ad imporre o a contrastare.
     Quel che ai repubblicani sembra manchi nell’alleato sardista è lo sforzo di aggiornamento politico-istituzionale in rapporto alla nuova stagione della programmazione economico-sociale che deve e vuole qualificare il centro-sinistra. E tutto deve nascere da una salutare revisione dei comportamenti non corretti invalsi e ormai radicati nella vita ordinaria della Regione autonoma: con i costi della sua burocrazia in permanente implementazione, con giacenze di tesoreria e residui passivi che superano i livelli di guardia.
     Quel che il Partito Sardo sembra faticare a comprendere, secondo l’opinione dei repubblicani, è la necessità di un ammodernamento ed efficientamento della struttura politico-istituzionale dell’Autonomia speciale e, come seconda fase, il riversamento della sua cultura regionalista per la riforma radicale dello Stato.
     Raffaello (Lello) Puddu, come esponente più qualificato del PRI sardo, tutto questo più volte rappresenta agli amici del Partito Sardo. Alle pur evidenti trasformazioni per i nuovi insediamenti industriali e lo sviluppo turistico che investe alcune aree costiere fa da contrappeso la sofferenza di sempre delle Barbagie, del Goceano, della Gallura, di ampie zone della valle del Tirso e dello stesso medio Campidano e del Gerrei così come del Sulcis-Iglesiente; taluni di questi territori presentano il più basso reddito procapite d’Italia e saggi di mortalità infantile e di miseria, così come di mancanza di servizi pubblici, che impongono soluzioni e non astruserie dottrinarie. Le dimensioni del territorio sottosviluppato – quello che presenta il più basso indice di consumi alimentari e di dotazione di servizi igienici, e, per contro, il più alto indice di affezioni tubercolari e di spopolamento, quello anche che è tormentato dai fenomeni dei sequestri di persona e dell’abigeato – sono enormi per poterne concludere, con gli ottimisti, che comunque, al netto delle sue tabelle, l’Isola migliora, né con i pessimisti che soltanto con l’opzione separatista tutto migliorerebbe.      Di qui anche la volontà della dirigenza repubblicana di convocare il proprio congresso a Nuoro. Per riflettere sullo stato e sulle tendenze sociali ed economiche della Sardegna nella sua interezza, e così sull’adeguatezza o meno delle forze politiche a guidarne la emancipazione, e sulla persistenza o meno delle condizioni che nel 1963 hanno determinato l’alleanza politico-elettorale con i sardisti. Dato anche che ormai è imminente la convocazione dei comizi che giudicheranno il primo quinquennio di esperienza governativa del centro-sinistra (8).
     La tempesta che schiaccia il PSd’A nelle sue debolezze e rende per alcuni aspetti problematica – e per propria scelta e per scelta altrui – la conferma del patto unitario con il PRI ritarda di un anno anche il congresso regionale dei Quattro Mori. Non mancano per intanto ancora le affermazioni di principio di prossimità con i repubblicani, come fa Anselmo Contu confermando, non a caso, la lealtà costituzionale del Partito Sardo (9) o partecipando ad attività promosse, a livello nazionale, dal PRI, come fa Giuseppe Puligheddu al convegno agricolo svoltosi a Roma nell’aprile (10) o ancora aderendo alle campagne di abbonamento a “La Voce Repubblicana”. Rientra in questo ambito anche la disponibilità data dall’on. Melis di partecipare alla campagna elettorale, a giugno, per il rinnovo della assemblea regionale siciliana (egli parla a Caltanisetta) (11), così come la partecipazione alle commissioni di lavoro istituite attorno alla direzione nazionale: Puligheddu è nella commissione Agricoltura, Ruiu in quella Enti locali. Alla commissione Problemi dello Stato partecipa, espresso dai repubblicani sardi, Marcello Capurso (12).

Scontri d’autunno, movimenti di parabola

     L’autunno del 1967 vede una accelerazione della crisi interna al PSd’A. Coscientemente o meno, le contraddizioni sviluppatesi nell’ultimo biennio esplodono deflagranti materializzando progressivamente quello sbocco politico che segnerà la storia del sardismo, marcando un prima – il ventennio che ha superato la scissione lussiana del 1948 – e un dopo a evoluzione nazionalitaria e indipendentista.
     In estrema sintesi, i passaggi sono i seguenti, anticipati da una sorta di tavola valoriale che Antonio Simon Mossa pubblica su “La Nuova Sardegna” del 10 ottobre e che si conclude con categoricità nazionalitaria: «Non crediamo certo allo slogan “Sardegna Nazione mancata”, coniato dai rinunciatari di ogni tempo e di ogni colore. Noi crediamo nella “Sardegna-Nazione”, e non accettiamo compromessi, perché abbiamo le mani pulite».
     Al termine di una fase molto tribolata, di contatti personali ed epistolari fra i massimi dirigenti, per sostenere ciascuno la propria posizione e contrastare l’altrui, nel consiglio regionale del PSd’A convocato ad Oristano il 27 novembre si fronteggiano l’area del sardismo tradizionale o “autonomista”, facente capo ai nuoresi Mastino-Puligheddu-Maccioni-Marcello, ai sassaresi Ruiu-Mele ed ai cagliaritani/oristanesi Corona-Tuveri-Uras, e quella del sardismo innovatore e contestativo – per semplicità indicato “separatista” – che individua in Antonio Simon Mossa il nuovo leader; la segreteria di Giovanni Battista Melis (e con essa sono i tre consiglieri regionali Anselmo Contu, Pietro Melis e Carlo Sanna), preoccupata di salvaguardare l’unità del partito e non esprimendo alcuna ripulsa della suggestione nazionalitaria, di fatto fa maggioranza con gli innovatori, determinando la reazione degli sconfitti che, con Pietro Mastino e Giuseppe Puligheddu in testa, abbandonano i lavori.
     Si tratta di decidere circa la eventualità di confermare l’alleanza politico-elettorale con il PRI, ma in una cornice di estrema chiarezza sul piano dei riferimenti ideali e politici, che l’opzione separatista, invece, obiettivamente confonde.
     L’interesse che entrambe le parti mostrano alla proposta repubblicana non è lo stesso: infatti, da parte dell’area Melis (e con essa quella degli” innovatori”) si ritiene compatibile la prosecuzione dell’intesa con le novità di prospettiva nazionalitaria intervenute in casa sardista. Da parte della minoranza ciò è, invece, considerato assolutamente impossibile.
     Sono dunque le linee politiche repubblicane che, intrecciandosi alle relazioni personali (buone) di Melis con La Malfa, delimitano il campo delle scelte cui il PSd’A è chiamato a dare unitariamente una risposta. Tanto la direzione regionale quanto lo stesso segretario nazionale del PRI ripetutamente interpellano il Partito Sardo: il 12 novembre la direzione repubblicana sarda ha formalizzato le condizioni politico-programmatiche che, sole, potrebbero sostenere la replica, alle elezioni parlamentari, di una scheda unitaria, e fra l’alto batte sul tasto, per molti aspetti preliminare, della lealtà costituzionale del PSd’A rispetto alla Repubblica «una e indivisibile». Appena nove giorni dopo Ugo La Malfa esprime a Melis la sua preoccupazione: «Sono rammaricato della situazione che continua ad esistere col PRI locale. Seguo attentamente la questione e spero di trovare il bandolo di questa aggrovigliata, e per me assai spiacevole, matassa».
     Il documento sardista, votato dai consiglieri rimasti ai lavori dopo l’abbandono da parte della minoranza, contesta la legittimazione della direzione regionale a rappresentare il PRI nella sua ufficialità e così anche le condizioni politico-programmatiche da essa enunciate nel documento del 12 novembre, asserendo che «l’accordo dovrebbe soprattutto riguardare esigenze e impostazioni di politica nazionale, le sole idonee a stabilire una piattaforma comune prima per la lotta e poi per l’azione in campo nazionale» ed offrendo comunque la disponibilità ad attivare «un organo di coordinamento permanente che studi e proponga decisioni comuni».
     Sul merito del «così detto “separatismo” o “indipendentismo” che sembra preoccupare la Segreteria Regionale del PRI, al di là del reale significato del fenomeno che va inserito, con la responsabile sensibilità delle forze politiche verso gli irrisolti problemi della comunità sarda», la mozione sardista sostiene trattarsi di istanze da ricomprendersi «nel grande solco democratico del federalismo italiano ed europeo del Partito Sardo d’Azione e del Partito Repubblicano Italiano». Chiarisce quindi come sia stata «la indifferenza nazionale rispetto ai problemi sardi» ad aver «fatto riaffiorare nella coscienza dei sardi una totale sfiducia nella presenza rinnovatrice dello Stato in Sardegna», riaffermando la «profonda fede» sardista «nell’autonomia delle comunità locali e dell’istituto Regionale, potenziato mediante una radicale riforma dello Statuto Sardo che dia più precisi e concreti poteri alla Regione, inteso come nucleo originario e primo avviamento alla riforma dello Stato in senso federalistico con l’abolizione dell’antistorica e superata struttura provinciale, e come preparazione a quella più vasta unità federativa di Stati nazionali a livello europeo».
     La nuova riunione del “parlamentino” sardista, convocata ad Oristano per il 3 dicembre in vista di un incontro (fissato per il 7, ma poi rinviato) di Melis con La Malfa, è disertata dalla minoranza ed ancor più si presta ad rinfocolare le polemiche interne che hanno ampia eco anche sulla stampa regionale oltreché nei precongressi sezionali che preparano l’assise regionale fissata per il prossimo febbraio alla Fiera di Cagliari.
     Al congresso sardista non partecipa la minoranza, che declassa l’assemblea dei delegati al rango di “convegno” e ancor più marca così il suo distacco dal partito. I repubblicani sono presenti con il segretario regionale Puddu ed un messaggio di saluto del ministro Reale. La relazione di Giovanni Battista Melis è lunghissima e, come sempre, appassionata, ben consapevole essendo l’oratore della criticità del momento. L’ampio dibattito che segue, la discussione intorno ai temi portati dalle quattro mozioni depositate alla presidenza che soltanto incidentalmente riprendono il tema del patto unitario con il PRI (dando forse per scontato che sarà la minoranza autoesclusasi a confluire nel partito alleato o ex alleato) e la risoluzione finale prospettano uno scenario assolutamente nuovo per il PSd’A. L’art. 1 del nuovo statuto, approvato dallo stesso congresso, definisce quale obiettivo finale del partito «l’autonomia statuale della Sardegna, ben precisata costituzionalmente nell’ambito dello Stato italiano concepito come Repubblica Federale […] nella prospettiva della Confederazione Europea e Mediterranea».
     Naturalmente le conseguenze sono immediate: un comunicato della corrente autonomista del PSd’A, rimproverando al «convegno» sardista il rifiuto di dare la parola al rappresentante della minoranza, nella persona di Armando Corona, e diverse irregolarità statutarie, rileva come nella risoluzione finale siano stati «trasfusi concetti e posizioni in contraddizione gli uni con gli altri, nel tentativo di conciliare l’inconciliabile e di offrire uno spettro di prospettive buono per tutte le occasioni e tutte le alleanze», deprecando «la convergenza del gruppo Melis sulle posizioni separatiste approdate ormai alla richiesta di una non ben identificata “autonomia statuale”».
     A fronte di una disponibilità soltanto generica del segretario nazionale del PRI a riprendere da dove si è lasciato, contano il rigetto netto che la direzione regionale del PRI oppone alle tesi sardiste ed i contatti che si infittiscono della minoranza “autonomista” del PSd’A con la dirigenza repubblicana per una partecipazione di propri esponenti alla lista che sarà presentata alle ormai imminenti elezioni politiche (13).
     Una sorta di “diario” insieme temporale e tematico della crisi interna al PSd’A e della rottura dell’accordo con il PRI, fino alla vigilia dell’epilogo elettorale del maggio 1968, sviluppando in particolare i diversi aspetti della questione separatista (anche con una serie di inserti speciali curati da Michelangelo Pira) è rappresentato dal quindicinale “Tribuna della Sardegna”, nato nel 1966 con la direzione dello scrittore Marcello Serra e passato, nell’estate 1967, al giornalista e saggista storico Bruno Josto Anedda, collocatosi da un anno circa – come detto – nell’area ideale e politica repubblicana.

La “Tribuna della Sardegna” a direzione Anedda

     Il periodico costituisce un originale modello giornalistico che Anedda, professionalmente ancora legato alla agenzia giornalistica “Italia” e con uno stabile rapporto di collaborazione con “Il Sole 24 ore”, in parallelo alla sua attività di ricercatore presso la facoltà di Scienze Politiche di Cagliari, trasforma in uno spazio di ampio e libero dibattito civile e politico. Pur mantenendo questi tratti neutri o trasversali, la “Tribuna” accoglie in progressione contributi di cui è evidente la matrice repubblicana per il che, può dirsi, si fa inevitabilmente parte, essa stessa, del confronto di opinioni. Nella testata, con sobrietà ed eleganza, Anedda accosta e fonde fra loro il filone democratico risorgimentale sardo di derivazione asproniana e quello contemporaneo di taglio azionista e lamalfiano. Lo fa anche coinvolgendo nelle collaborazioni non soltanto alcuni repubblicani “storici” dell’Isola, ma anche nuove personalità di recente accostatesi alla vita politica ed alla militanza, nonché autonomisti inseriti nelle istituzioni o già con responsabilità nel PSd’A (14).
     Con lui aderiscono adesso al PRI diverse personalità che caratterizzeranno il partito nella cruciale fase dell’incontro (destinato a sfociare nella unificazione) con la corrente minoritaria del PSd’A: il pubblicista Pietro Bulla, l’economista Giovanni Satta, i sindacalisti Marco Marini e Carlo Usai ed altri ancora come il giurista Luigi Concas. Dalla loro collaborazione verranno, in crescendo, iniziative capaci di attivare meglio anche quegli enti collaterali che faticano ancora ad entrare in gioco – dalla FGR all’ENDAS, dall’AGCI alla corrente repubblicana della UIL (con il patronato ITAL), ecc. – raggiungendo e fidelizzando così aree di simpatizzanti pronti al voto. I contatti con l’Università e gli studi risorgimentali che Anedda dà alle stampe favoriscono inoltre un risveglio delle radici storiche del repubblicanesimo italiano e sardo, singolarmente ponendosi come elemento dialettico rispetto alla modernità della impostazione lamalfiana, integralmente sposata dalla militanza. Ciò evidenzia un profilo assolutamente originale del “nuovo” PRI, sviluppando quelle premesse che la prolungata segreteria di Lello Puddu hanno gettato in situazioni sovente difficili.
     Domenica 11 febbraio 1968 i repubblicani celebrano a Nuoro, nei locali del Museo del Costume, il loro congresso, forse il più importante della lunga serie: perché è quello che delinea il partito finalmente emancipato, anche dal punto di vista organizzativo, dalla propria storica minorità e dal vassallaggio obiettivo al PSd’A. Esso precede di quasi un mese quello convocato dal PSd’A e si pone il centrale problema del se (e come) darsi disponibile alla prospettiva di confermare o no l’alleanza. E comunque, ove quelle certe condizioni non siano date e resti la sola possibilità di un accordo con la minoranza autonomista – quella decisa ormai a farsi carico in toto dell’eredità ideale sardista (e forse a proporsi al PRI come partner esclusivo nell’ormai prossima scadenza elettorale) –, il congresso repubblicano avverte anche l’urgenza di una revisione complessiva della propria struttura organizzativa tale da poter reggere, su un piano di parità sostanziale, la partnership.
     All’appuntamento nuorese – e la sede nuorese risponde in pieno alla centralità che quella provincia ha nella battaglia interna ai Quattro Mori – è attesa la partecipazione dello stesso Ugo La Malfa, infine trattenuto nella penisola dalla morte improvvisa di Mario Pannunzio. Inviato della direzione nazionale è quindi Vittorio Frenquellucci (che di Pannunzio traccia un commosso profilo umano e politico).
     Copresiedono i lavori, con Alberto Mario Saba, Antonio Oliva e Arturo Frediani. Il primo ad intervenire, per il saluto di amicizia, è l’on. Melis, che brevemente riporta gli orientamenti emergenti nel dibattito interno al suo partito, auspicando che l’alleanza politico-elettorale con i repubblicani abbia fruttuosa replica a maggio.

Parla Pietro Mastino e tutto si fa chiaro

     Toccante l’intervento del sen. Mastino, che combina, da grande oratore quale è stato nella sua vita di avvocato e di parlamentare, le ragioni ideali della storia e quelle della attualità politica, marcando implicitamente il percorso cui sembra destinare repubblicani e sardo-autonomisti del PSd’A: «io sono sempre stato di sensi, di spirito, di convincimento repubblicano; io ho sempre, fin da giovane, ritenuto che uno degli artefici maggiori nel campo del pensiero, il maggiore della unità d’Italia sia stato Giuseppe Mazzini, che apparentemente sconfitto, spesso vilipeso, carcerato, attraverso la sua opera assidua di pensiero e di propaganda svegliò il mondo dei dormienti e trascinò dietro di sé l’Italia fino alla unità. Fu un religioso… Sempre il Partito Sardo è stato unitario e repubblicano: io ricordo uno dei primi comizi, uno dei primi congressi fatti all’insegna dell’idea repubblicana, della forma repubblicana dello Stato. Questo è stato sempre per noi principio vivo, principio vitale…». Accenna all’assenza forzata di Ugo La Malfa, «il capo parlamentare, uno dei capi al parlamento italiano dell’idea repubblicana», e ne loda «la parola opportuna, prudente ma decisa, illuminata sempre» nei dibattiti parlamentari più complessi e insidiosi, come quello sul SIFAR, concludendo con gli auguri: «maggiori fortune al Partito Repubblicano perché queste coincidono con le fortune d’Italia».
     Espressioni parimenti amichevoli ed anche di adesione agli indirizzi repubblicani rivolge al congresso il consigliere comunale di Nuoro Pasquale Mingioni (indipendente) e, tanto più per esaltare la battaglia moralizzatrice di Ugo La Malfa, don Salvatore Fiori, già cappellano dei minatori dell’Argentiera, ora in dissenso con l’episcopato isolano.
     Inviato, tra le acclamazioni dei delegati, un telegramma di ossequio al presidente della Repubblica Saragat, e richiamati alla memoria di tutti i nomi dei militanti scomparsi negli ultimi tempi, il segretario uscente Puddu legge quindi la propria relazione integrata da una comunicazione del suo vice Marrazzi, piuttosto orientata alle strette questioni programmatiche.
     Partecipano alla discussione che segue una decina di delegati delle diverse sezioni territoriali: Anedda e Cossu di Cagliari, Batte di La Maddalena, Angius e Granata di Alghero, Augusto Capriotti (docente di microbiologia agraria) e Pietro Pittalis segretario della sezione di Sassari, Murgia di Guspini, Burrai di Nuoro, Serrenti di Assemini. Conclude Alberto Mario Saba.
     Ecco la mozione finale, votata a larghissima maggioranza dai delegati:
«Il Congresso dei Repubblicani della Sardegna, riunito in Nuoro l’11 febbraio 1968, riconferma la sua adesione alla politica generale del partito, ravvisando in essa l’occasione più importante per gli strati avanzati della società italiana di contribuire alla costruzione dello Stato democratico secondo le linee di una nuova, moderna concezione della Sinistra, libera da dogmatismi ottocenteschi e aperta alle nuove conquiste umane della cultura e della tecnica;
«Udita la relazione politica e quella sul programma del PRI in Sardegna le approva;
«Considerato che il primo dovere delle formazioni che si ispirano ai principi della democrazia autonomistica è quello di contribuire al mantenimento delle istituzioni ma anche e soprattutto di reagire ad ogni aspetto di involuzione e di degenerazione che possono distruggere la originaria carica riformatrice, ritiene che la battaglia del rilancio dell’Autonomia debba essere fondata su:
«a) blocco della spesa corrente;
«b) riduzione delle spese di funzionamento della Giunta, del Consiglio e degli Enti a partecipazione regionale;
«c) attribuzione al P.M. del potere di impugnativa amministrativa ed accentuazione del potere di controllo di legittimità da parte della Corte dei Conti;
«d) istituzione del Tribunale amministrativo regionale;
«e) definizione dei rapporti fra autorità politica e burocratica;
«f) riforma della legge regionale n. 7;
«g) attribuzione al Consiglio regionale della nomina per gli incarichi negli Enti pubblici sottraendola alle lotte fra i partiti.
«Per quanto riguarda il problema dell’agricoltura afferma la necessità di provvedere rapidamente all’utilizzo delle opere esistenti a monte dei comprensori irrigui, mentre per il settore della pastorizia ravvisa nella incidenza della proprietà assenteista, nella instabilità del mercato e nella assenza di una adeguata struttura di cooperative le maggiori strozzature della economia delle zone interne.
«Per quanto concerne il settore dell’industria, il congresso regionale del PRI mentre condanna recisamente l’attuale politica delle PP.SS. discriminatoria nei confronti della Sardegna, afferma la necessità di una revisione della politica degli incentivi, che devono essere riservati alle iniziative ad alto tasso di occupazione nell’isola.
«Per il settore dei trasporti, considerato che l’abbattimento dei costi è di vitale importanza per l’avvenire dell’isola, ravvisa l’urgenza di introdurre nei porti sardi il regime di autonomia funzionale e la rigorosa applicazione della legislazione portuale.
«Per il Nuorese e le zone interne in generale i repubblicani chiedono alle forze politiche ed alla classe dirigente dell’isola uno sforzo consapevole mirante a chiudere definitivamente un passato di arretratezza, di sottosviluppo, di sofferenze e, nella visione di un problema che deve investire l’intera comunità nazionale, ritengono che il solidale contributo del paese può essere mediante il lancio di prestito obbligazionario diretto a realizzare condizioni di vita più umane, strumenti di intervento nuovi, capaci di determinare la redenzione del mondo agro-pastorale.
«In ordine ai problemi riguardanti la prossima consultazione elettorale, il Congresso impegna gli organi eletti a predisporre immediatamente quanto necessario per assicurare un’efficace presenza del partito nella battaglia elettorale ed indica ai repubblicani il dovere di combattere con fervido slancio per un successo delle liste dell’Edera.
«Per quanto concerne infine i rapporti con altre forze politiche che si richiamano agli stessi principi repubblicani democratici ed autonomistici, il Congresso richiama le precedenti deliberazioni degli organi direttivi, riaffermando la disponibilità del partito ad accordi duraturi, non fondati su sole esigenze elettorali, ma estesi ad una piattaforma politica che accolga, senza equivoci e senza tatticismi, le linee della battaglia repubblicana nel Paese, in una visione di impegno chiaramente autonomista che respinga con fermezza qualsiasi prospettiva separatista, che i repubblicani giudicano antistorica, velleitaria e inaccettabile.
«Solo in questo quadro il Partito Repubblicano, nel rispetto delle reciproche individualità, può trovare il fondamento di una battaglia che è nella tradizione repubblicana e che ha certamente contribuito al progresso civile del popolo sardo».
     Questa è, in conclusione, la composizione della nuova direzione regionale: Bruno Josto Anedda, Dario Angius, Francesco Burrai, Raimondo Cossu, Arturo Frediani, Natalrigo Galardi, Luciano Marrazzi, Bruno Murgia, Agostino Murineddu, Antonio Oliva, Pietro Pitzalis, Lello Puddu, Alberto Mario Saba, Luigi Serrenti, Oliviero Verdinelli, nonché, in rappresentanza del Movimento Femminile Repubblicano, Santina Pinna (15).
     Come detto, a quello repubblicano segue il XVI congresso sardista che si conclude con deliberati puramente rivendicativi e tendenzialmente separatisti, i quali sono duramente riprovati dalla direzione regionale del PRI, che nella sua riunione del 4 marzo, quando anche rielegge Lello Puddu alla segreteria ed Alberto Mario Saba alla vice segreteria, li considera «incompatibili con la piattaforma politica generale del PRI» ed elusivi dei «temi espressi dai repubblicani nel congresso di Nuoro», non trovandosi in essi traccia di alcuna pur doverosa «analisi critica del processo degenerativo in atto nelle istituzioni autonomistiche».
     Preso atto pertanto della «impossibilità di ripristinare l’accordo elettorale col PSd’A» – è detto ancora nel deliberato direzionale – il PRI sardo procederà alla presentazione autonoma della lista dell’Edera, rimanendo aperto «a tutte le forze democratiche, repubblicane autonomiste disposte, senza tatticismi, a combattere la battaglia politica del Partito Repubblicano» (16).
     A tale deliberato risponde prontamente il direttivo centrale del PSd’A del 10 marzo: prendendo atto delle posizioni assunte dalla direzione regionale repubblicana e, insieme a ciò, dell’invito rivolto all’on. Melis di un incontro nella direzione nazionale del PRI, si ritiene «di dover preliminarmente conoscere l’oggetto da porre in discussione nel corso dell’eventuale incontro, richiamandosi, per quanto attiene alla piattaforma programmatica ed ai rapporti tra i due Partiti, alle posizioni deliberate dal XIV congresso del Partito Sardo d’Azione» (17).
     Per tale motivo salta, nel concreto, qualsiasi possibilità di un chiarimento e l’11 marzo la direzione nazionale repubblicana dichiara la decadenza del patto unitario. Sono esplicitamente menzionate, fra le cause di tale deliberato, le nuove opzioni programmatiche del PSd’A: «l’autonomia statuale della Sardegna nell’ambito di uno Stato italiano federale, la riforma del Senato, basata sulla rappresentatività paritetica delle regioni, la partecipazione di queste ultime alla nomina dei giudici costituzionali, la fondazione di autonomi organismi regionali tra di loro federabili».
     La Malfa comunica le decisioni della sua direzione a Giovanni Battista Melis, accompagnando all’informativa il suo personale rammarico per una conclusione così traumatica di una collaborazione che era nata su presupposti molto positivi (18)
.      Secondo le previsioni, la minoranza del PSd’A cerca nel PRI l’interlocutore e il “compagno di viaggio” che possa favorire il proprio disegno politico ed il PRI scorge negli scissionisti coloro che, forse, potrebbero un giorno dar corpo alle proprie strutture sul territorio, ancor più materializzando lo slogan del 1963 lanciato da Reale, secondo cui i sardisti erano «i repubblicani della Sardegna». Così la campagna elettorale vede il PRI convinto di poter eleggere, per la prima volta nella sua storia, un proprio esponente, grazie al significativo (ancorché non misurabile) apporto di voti dei sardo-autonomisti (19).
     Le realtà sono speculari. Il sardismo dissidente guarda ormai al PRI come alla casa in cui esso potrà esprimere compiutamente i propri valori tradizionali, nel necessario aggiornamento imposto dai tempi. E’ significativa, da questo punto di vista, la lettera datata 28 aprile 1968, dal taglio evidentemente didascalico, che l’anziano senatore Mastino diffonde nella base, soprattutto nuorese, del PSd’A. Eccone il punto centrale: «Il nostro simbolo, quello che bisogna segnare, votando per i Sardisti è quello dell’Edera. Ciò perché, nel Congresso recente di Cagliari, è stato cambiato il vecchio programma; prima eravamo solo autonomisti, adesso, secondo il cosiddetto congresso, dovremmo diventare separatisti. Noi siamo quello che eravamo, sardisti autonomisti ma non separatisti, sia perché italiani, sia perché la Sardegna, separata dal continente italiano, non potrebbe vivere.
     «I nuovi sardisti, che hanno modificato il vecchio statuto e che hanno, così, creato un nuovo partito, hanno mantenuto il vecchio simbolo dei quattro mori, per quanto abbiano cambiato le idee.
     «I nostri amici, così come cinque anni fa, sono candidati nelle liste dell’Edera, alleati con il Partito Repubblicano Italiano che da decenni conduce al nostro fianco la battaglia per l’affermazione delle idee Autonomiste» (20).

Preparando una lista per le politiche del 1968

     Rispetto al 1963 il Partito Repubblicano è, in Sardegna, molto più forte, pur se sempre rimanga una formazione di estrema minoranza: ma gli apporti nuovi, in particolare nei due maggiori capoluoghi, hanno espanso la rete, al momento soltanto dei simpatizzanti e di qualche militante, fra breve anche delle sezioni, e ciò inorgoglisce la dirigenza che va all’incontro con i sardo-autonomisti con la consapevolezza di essere, in quanto partito organizzato, capace di reggere la pariteticità. Così la lista Edera per la Camera dei deputati comprende otto repubblicani (Anedda, Capurso, Cecchini, Concas, Marini, Pittalis, Puddu e Saba), un indipendente (Porqueddu) e nove dissidenti/scissionisti del PSd’A (Bellisai, Caredda, Corona, Maccioni, Marcello, Marletta, Mele, Racugno ed Uras). Quattro candidati repubblicani o da essi proposti (Marrazzi, Galardi, Porqueddu e Muzzetto) e due sardo-autonomisti (Manai e Marletta) si presentano nei sei collegi senatoriali (rispettivamente di Cagliari, Iglesias, Sassari, Tempio-Ozieri per il PRI, Oristano e Nuoro per i sardo-autonomisti) (21).
     Il segretario nazionale segue da vicino tutta l’operazione ed accompagna lo sforzo del suo partito accettando di tenere un comizio a Cagliari. L’obiettivo repubblicano – sostiene La Malfa parlando nel capoluogo il 7 maggio – è di «contribuire a creare per tutto il Paese, e non soltanto per alcune regioni, le condizioni di una avanzata civiltà del benessere e dei consumi» e di liberare, per tale scopo, tutto il settore pubblico dalle «incrostazioni burocratiche e parassitarie, ritornando a compiti di spinta economica e sociale»; per questo – sostiene – occorre «che la politica di programmazione sia integrata da una politica dei redditi, la sola capace di inserire in un sistema di economia avanzata le zone depresse del Mezzogiorno».
     Lamentando la genericità della proposta di programma degli altri partiti sia in materia di efficienza delle istituzioni – tanto più ora che si profila la riforma regionalista dello Stato – sia relativamente alla produttività della finanza pubblica ecc., dà conto delle articolate richieste avanzate dal PRI per un riequilibrio fra la spesa pubblica corrente e quella d’investimento, penalizzata quest’ultima dall’abnorme crescita dell’altra. E rivolgendosi ai giovani si dice sensibile alle esigenze di rinnovamento precisando che «un dissenso esteso fino alla formula della contestazione globale e alle invocazioni di Mao e di Castro è un non senso, perché le rivoluzioni proletarie della Russia, o di Cuba o della Cina sono maturate in un ambiente totalmente diverso da quello italiano, in una società estremamente depressa e priva di un qualunque carattere proprio della civiltà industriale moderna».
     Evita, La Malfa – forse per garbo verso il Partito Sardo d’Azione – di far polemica con l’ex alleato. La parte è riservata a Lello Puddu che illustra i motivi di dissenso e distacco fra i due partiti: «fuori dalle indicazioni dei fondatori del PSd’A, come gli onorevoli Mastino e Oggiano, i sardisti hanno portato il loro partito in posizioni vittimistiche di un antistorico separatismo ed in una sterile protesta», dal che è venuta la scissione e l’adesione dei sardo-autonomisti alla lista dell’Edera (22).
     Il segretario nazionale segue da vicino tutta l’operazione ed accompagna lo sforzo del suo partito accettando di tenere un comizio a Cagliari. L’obiettivo repubblicano – sostiene La Malfa parlando nel capoluogo il 7 maggio – è di «contribuire a creare per tutto il Paese, e non soltanto per alcune regioni, le condizioni di una avanzata civiltà del benessere e dei consumi» e di liberare, per tale scopo, tutto il settore pubblico dalle «incrostazioni burocratiche e parassitarie, ritornando a compiti di spinta economica e sociale»; per questo – sostiene – occorre «che la politica di programmazione sia integrata da una politica dei redditi, la sola capace di inserire in un sistema di economia avanzata le zone depresse del Mezzogiorno».
     Lamentando la genericità della proposta di programma degli altri partiti sia in materia di efficienza delle istituzioni – tanto più ora che si profila la riforma regionalista dello Stato – sia relativamente alla produttività della finanza pubblica ecc., dà conto delle articolate richieste avanzate dal PRI per un riequilibrio fra la spesa pubblica corrente e quella d’investimento, penalizzata quest’ultima dall’abnorme crescita dell’altra. E rivolgendosi ai giovani si dice sensibile alle esigenze di rinnovamento precisando che «un dissenso esteso fino alla formula della contestazione globale e alle invocazioni di Mao e di Castro è un non senso, perché le rivoluzioni proletarie della Russia, o di Cuba o della Cina sono maturate in un ambiente totalmente diverso da quello italiano, in una società estremamente depressa e priva di un qualunque carattere proprio della civiltà industriale moderna».
     Evita, La Malfa – forse per garbo verso il Partito Sardo d’Azione – di far polemica con l’ex alleato. La parte è riservata a Lello Puddu che illustra i motivi di dissenso e distacco fra i due partiti: «fuori dalle indicazioni dei fondatori del PSd’A, come gli onorevoli Mastino e Oggiano, i sardisti hanno portato il loro partito in posizioni vittimistiche di un antistorico separatismo ed in una sterile protesta», dal che è venuta la scissione e l’adesione dei sardo-autonomisti alla lista dell’Edera (23), ma con affermazioni molto differenziate nei territori: a fronte del 2,02 per cento della provincia di Sassari (dove i voti pareggiano quelli del 1963, quando però l’alleato PSd’A era presente “in forze”) si pone infatti il 3,39 della provincia di Nuoro (rappresentando un dimezzamento del dato precedente) e appena l’1,45 della provincia di Cagliari (24).
     Generalmente più modesto il dato nei collegi uninominali per il Senato: 1,02 per cento a Cagliari, 0,70 ad Iglesias, 1,55 ad Oristano, 2,76 a Nuoro, 7,15 a Tempio-Ozieri (un’autentica performance del repubblicano “storico” Michele Muzzetto), 2,14 a Sassari.
     Un commento all’esito delle urne è proposto da Lello Puddu su “La Voce Repubblicana” nei giorni immediatamente successivi al voto. Sottolineando di aver associato sempre, nella campagna elettorale, i temi propri del partito a livello nazionale a quelli pertinenti ai travagli sardi dell’alleanza cessata con il PSd’A, i repubblicani hanno motivato il loro giudizio sui ritardi e le inefficienze della Regione ponendo alle forze politiche isolane una esigenza di autocritica e di riforma dei comportamenti preliminare ad ogni ribaltamento di responsabilità sullo Stato. Ciò ha distinto il PRI dalle altre formazioni, affiancandolo più correttamente alla corrente autonomista entrata in conflitto con la dirigenza surrettiziamente o apertamente dichiaratasi separatista. «E’ stato tanto l’impegno che per i pochi soldi che avevamo a disposizione – scrive Puddu – sono diventati, per qualche organo di stampa, “i 300 milioni spesi dal PRI nella lotta elettorale in Sardegna”. I 15mila voti ottenuti in condizioni difficili, con una battaglia improvvisata, senza mezzi, senza apparato organizzativo, col solo slancio di tutti, repubblicani e sardisti autonomisti, premiano le nostre fatiche. Essi non rappresentano un punto d’arrivo ma la piattaforma più solida per un ulteriore balzo in avanti nelle prove future» (25).

Espulsioni e riposizionamenti. Nasce il Movimento Sardista Autonomista

     Il processo unificativo fra repubblicani e sardo-autonomisti che s’avvia con la comune partecipazione alle elezioni politiche del 1968 per concludersi con il congresso di confluenza il 20-21 marzo 1971 si sviluppa nel triennio essenzialmente attraverso le seguenti tre fasi: espulsione dei dissidenti dal PSd’A all’indomani del voto politico e costituzione della corrente autonomista in raggruppamento politico detto Movimento Sardista Autonomista; partecipazione alle elezioni regionali del giugno 1969 in una lista recante sovrapposta l’Edera repubblicana alla sagoma della Sardegna, simbolo del MSA, con l’elezione di Armando Corona; partecipazione con le stesse modalità alle amministrative del giugno 1970, con elezione di diversi candidati delle due componenti sia nei Consigli comunali che in quelli provinciali.
     I comprensibili ed attesi provvedimenti disciplinari assunti dal PSd’A nei confronti di chi si è candidato nella lista concorrente sono fonte di nuova polemica attorno al merito della svolta politica operata dal Partito Sardo nel suo XVI congresso. Sulla linea di Pietro Mastino – anch’egli punito in quanto sostenitore della lista Edera – gli espulsi accolgono i deliberati che li riguardano con apparente indifferenza, con l’argomento di non poter essere colpito chi non ha ritirato la tessera, confermando con ciò la mancata adesione ad un partito che ha cambiato natura.
     Il clamoroso caso di Pietro Mastino – cofondatore del PSd’A nel 1921 e parlamentare dal 1919 – si arricchisce della pubblica testimonianza di quest’ultimo e dello scambio affettuoso che ne viene con Ugo La Malfa, che al vecchio leader ha espresso la sua solidarietà. «Espulsione partito mi lascia tranquillo perché ingrata e rappresenta confessione sconfitta ex amici. Tua solidarietà affettuosa molto mi onora e ti ringrazio vivamente», è il testo del telegramma datato 31 maggio che Mastino indirizza al segretario repubblicano (26).
     Importa qui cogliere, per l’evidente valore della testimonianza personale, il testo della dichiarazione scritta (pubblicata in prima pagina da “La Nuova Sardegna” del 1° giugno 1968) con cui il leader nuorese risponde al deliberato degli organi punitivi che lo vede fra gli espulsi. Ecco alcuni passaggio centrali che fanno riferimento alla storica lealtà repubblicana del sardismo:
«Io non ho tradito il Partito Sardo e sono rimasto fedele a quel programma autonomista che nel 1963 ci ha consentito di presentare, come candidati alla Camera dei Deputati, esponenti del Partito Sardo, inclusi nella lista repubblicana, sotto il simbolo dell’Edera, e di avere, così, un rappresentante in tale assemblea.
«Non ho mai appartenuto al partito che, mantenendo lo stesso nome e lo stesso emblema, ha, nel congresso del 25 febbraio ’68, modificato il programma precedente…
«… sarebbe importante sapere se sia esatto che l’accordo raggiunto nel 1963, per la presentazione di candidati sardisti sotto il simbolo dell’Edera ed assieme ai candidati repubblicani, sia stato riproposto, dal direttore del Partito Sardo, per le recenti elezioni, e sia stato, però, respinto dalla direzione nazionale del Partito Repubblicano e dalla direzione regionale in Sardegna, per le affermazioni separatiste contenute nel programma approvato nel congresso di Cagliari.
«L’interpretazione del programma su questo punto, non è da cercare solo nella sua formulazione, appositamente nebulosa e contorta, ma principalmente in quello che i candidati sotto l’emblema dei Quattro Mori ebbero a sostenere nei comizi ed a dichiarare prima sui giornali…
«Il programma ed il proposito di una Sardegna separata dall’Italia non solo non mi sembra politicamente serio, ma non so come ci siano avvocati che tentino di sostenerlo (come è stato fatto in qualche comizio recentemente) in nome dei Sardi “caduti in guerra”…» (27).
     Le espulsioni formalizzano la frattura ormai insanabile fra le due anime del sardismo, inducendo i sardo-autonomisti a costituirsi, come detto, in movimento organizzato, al cui coordinamento è chiamato l’on. Ruiu. Va infatti considerato che, in Consiglio regionale, Ruiu con Puligheddu e Salvatore Ghirra che, in quanto indipendente, ha aderito al gruppo sardista dopo la sua uscita dal PCI nell’autunno 1965, dopo la rottura con il PSd’A ha costituito un gruppo autonomo: una formazione che, per il tratto istituzionale che la distingue, assume una sorta di patronato del neo costituito Movimento Sardista Autonomista «per una democrazia di base».
     Quest’ultimo conta su circa cinquecento iscritti e – secondo una nota passata alla agenzia giornalistica “Italia” – «intende collocarsi nella vita politica isolana come un elemento innovatore che, evitando gli aspetti negativi registrati dai partiti tradizionali, possa esprimere qualche cosa di nuovo e di concreto per la rinascita economico-sociale dell’Isola». I suoi aderenti «saranno lasciati liberi di confluire in qualità di indipendenti nelle liste dei partiti il cui programma sia ben accetto e si avvicini agli obiettivi del movimento». Naturalmente sembra questo un modo per sottolineare, nella circostanza, la piena libertà che esso rivendica nella interlocuzione e nel confronto con tutti i soggetti sulla scena politica, per quanto sia nell’ordine naturale delle cose, e già nelle attività in corso, l’intesa esclusiva con i repubblicani (28).
     Da parte repubblicana, intanto, il 2 giugno la direzione regionale, riunitasi ad Oristano, si compiace del risultato elettorale scorgendo in esso la base da cui partire «per una definitiva presenza del Partito nello schieramento politico isolano», deprecando gli attacchi personali subiti da diversi esponenti del PRI ad opera di sardisti. Elegge quindi, in sostituzione del dimissionario Lello Puddu, Bruno Josto Anedda alla carica di segretario regionale, incaricando Pietro Bulla dell’ufficio di commissario della federazione provinciale di Cagliari, con la missione di provvedere al tesseramento e al congresso da tenersi entro ottobre, così come previsto nelle altre province (29).
     Il nuovo segretario si mette subito al lavoro e poche settimane dopo, convocata ad Alghero il 23 giugno, la direzione si pronuncia circa una organizzazione della rete territoriale secondo una logica zonale: si procede quindi alla abolizione delle segreterie provinciali e si costituiscono «consociazioni organizzative zonali raggruppanti gli iscritti e le sezioni esistenti in aree geoeconomiche omogenee». Un modo per dare spazi d’autonomia organizzativa al Sulcis-Iglesiente, all’Oristanese, alla Gallura, all’Ogliastra.
     Si affaccia anche, per una prima presa d’attenzione, l’esigenza di meglio coordinare l’attività del partito con quella degli enti collaterali che, pur godendo di una propria autonomia funzionale e finanziaria, operano secondo i principi-cardine della democrazia repubblicana (30).
     Ad ottobre la direzione repubblicana si riunisce nuovamente sia per deliberare circa un documento programmatico da diffondere fra gli iscritti e «i segretari e gli esponenti degli altri partiti di sinistra» (31), sia per affrontare con il coordinatore regionale del MSA Nino Ruiu, invitato apposta, la questione dei reciproci rapporti, tanto più con riferimento alle elezioni regionali che sono in scadenza per la metà dell’entrante 1969.
     Circa la prima questione la novità consiste nel cercare di “smuovere la palude” della politica regionale, sfidando anche il PCI a un confronto politico secondo autentica cultura di governo. Sarà poi una commissione di studio presieduta da alcuni docenti universitari di area repubblicana – Marcello Capurso, Luigi Concas, Federico Perini-Bembo e Augusto Capriotti – ad approfondire alcuni temi, in vista di una stesura definitiva. In ordine ai rapporti con i sardo-autonomisti il PRI conferma il suo interesse a proseguire nel dialogo e nella collaborazione e per questo delibera di affinare la propria organizzazione, “deministerializzandola” e portandola, secondo la formula del “partito aperto”, a una maggiore prossimità alla cittadinanza. Essa sarà infatti chiamata ad intervenire con sue proposte d’interesse generale, senza alcun vincolo di tessera (32).
     Un convegno dei delegati delle sezioni del Nuorese si svolge a metà ottobre nel capoluogo barbaricino, presente il segretario regionale. Al centro del dibattito, ovviamente, lo stato di sofferenza sociale ed economica del territorio, al centro di quotidiane azioni banditesche, in una latitanza sostanziale degli organi dello Stato che non siano i carabinieri o le forze dell’ordine per la repressione della criminalità.
     In ordine alla riorganizzazione territoriale del partito, i delegati approvano l’articolazione in due consociazioni: quella nuorese e quella ogliastrina. Della prima si occuperanno, con funzioni commissariali, Lello Puddu, Giannetto Massaiu (già militante sardista, che “salta” così, insieme con i suoi amici riuniti attorno alla testata di “Nuovo Azionismo” – fra cui Annico Pau – il passaggio nel MSA) e Giovanni Sanna. Della seconda Virgilio Murreli. A Francesco Burrai, già segretario provinciale, è affidato il compito di promuovere l’attività degli organismi collaterali, in particolare dell’ENDAS e dell’AGCI (33).
     In vista della imminente celebrazione del congresso nazionale del partito, viene stampato a Cagliari un opuscolo dal titolo “La Sardegna interpella il PRI”: «Ora che esso sta introducendosi nell’Isola – spoglio finalmente del manto equivoco del sardismo massimalista e separatista – il PRI deve dire quale atteggiamento intende assumere e quale è la sua precisa posizione su quei temi che il giovane gruppo dei suoi adepti sardi va discutendo e per i quali sta cercando di individuare le soluzioni».
     Si tratta di una novità assoluta e positiva: un quaderno programmatico, rispondente anche alle logiche professionali (di pubblicista) del nuovo segretario regionale, favorisce il dibattito e ogni approfondimento ulteriore perché fissa sulla carta concetti altrimenti sfumati e accolti o respinti più per l’enfasi oratoria della occasionale proposta che per il loro merito. Questi i titoli della pubblicazione, che valgono a segnare un percorso tematico, inquadrando la questione sarda nel campo nazionale e insieme motivando specificità e urgenze autonomistiche: “I problemi nazionali”, “Il coordinamento della spesa pubblica (regionalizzare il bilancio dello Stato, strumenti ed ostacoli alla programmazione regionale, le spese correnti e il falso concetto della autonomia)”, “I modi e il controllo della spesa pubblica (passare dal bilancio di competenza a quello di cassa, l’ombudsman)”, “I problemi sardi (zone interne e pastorizia)”, “Giustizia e ordine pubblico (sfiducia nello Stato, la repressione non basta)”, “I trasporti marittimi (il principio dell’handicap dell’insularità, definire la situazione dei porti e decidere le priorità d’intervento, il piano azzurro, revisione della legislazione portuale, la Tirrenia non dimentichi i passeggeri inseguendo speculazioni mercantili)”, “Le comunicazioni interne (un secolo di ritardo nel tracciare le strade, il parassitismo delle Ferrovie in concessione)”.
     Così infine “I problemi organizzativi” interni al partito: “Incostituzionale lo Statuto del Pri che limita l’età del tesserando ai 21 anni”, “Abolizione delle Federazioni provinciali”, “Modificare le votazioni nei Congressi”.
     La conclusione del lungo testo è in termini di auspicio: «La Direzione regionale sarda del PRI e la Commissione regionale di studio per il programma auspicano che la massima assise nazionale del Partito voglia accogliere benevolmente le proposte della Sardegna e che – nel caso il Partito non si sentisse maturo per estenderle a tutta l’Italia – voglia almeno riconoscere la loro validità limitatamente alla Sardegna. Ciò anche in considerazione della particolare situazione organizzativa e obiettiva della Sardegna: unica vera regione isolata d’Italia» (34).
     Dal 7 al 10 novembre si svolgono dunque, al Teatro Lirico di Milano, i lavori del XXX congresso nazionale dell’Edera ed il documento è portato all’attenzione dei delegati, raccogliendo molti consensi, ed essendo poi formalmente approvato in alcuni ordini del giorno (35).
     I repubblicani sardi intervengono con il nuovo segretario regionale Anedda e, delegato della sezione di Nuoro, con Lello Puddu. Essi prendono entrambi la parola nella seduta antimeridiana dell’8 sul dibattito generale, ma già Anedda, il giorno prima, ha potuto esprimersi riguardo alla riforma dello statuto, proponendo l’abbassamento dell’età minima per il tesseramento, portandolo ai 18 anni (per «dare maggiore elasticità all’organizzazione del partito ed evitare che in luoghi dove il partito non ha una struttura tradizionale, esso debba privarsi dell’apporto prezioso dei giovani per semplici questioni anagrafiche»), e l’abolizione delle federazioni provinciali («noi vogliamo evitare che queste esistano dove non ce n’è necessità… l’importante è che le suddivisioni amministrative dell’organizzazione del partito rispondano a criteri politici e pratici, piuttosto che a centralismi tradizionali e aprioristici») (36).
     Di taglio pragmatico l’intervento dello stesso segretario nella discussione politica: «Bisogna avere fiducia nelle regioni, e forse cominciare a pensare di regionalizzare il bilancio dello Stato. I sardi conoscono bene questi problemi: ma altri ne conoscono, e sono quelli dell’ordine pubblico e dei trasporti. Non è sufficiente la repressione poliziesca: bisogna comprendere la realtà della Sardegna e operare per il suo sviluppo. Solo così si potrà veramente risolvere il problema del banditismo. I trasporti sono un elemento imprescindibile di questo quadro. Ma quello dei trasporti è un problema nazionale, la legislazione antiquata e deve essere adeguata alla nuova realtà del paese. Circa il controllo della spesa pubblica sarebbe opportuno istituire anche in Italia la figura del magistrato popolare ed estendere al Pubblico Ministero i poteri di impugnativa amministrativa».
     Tutto centrato sulla crisi dell’ordine pubblico nel Nuorese è l’intervento di Puddu: «Il banditismo sardo ha avuto tante interpretazioni, quella prettamente criminologica, o quella classista, entrambe dimostratesi false o insufficienti. C’è poi una interpretazione socio-economica vicina alla ideologia della sinistra democratica. Oggi si pensa di poter risolvere il problema con la repressione poliziesca: al contrario, così lo si aggrava, cresce la sfiducia nella forza pubblica dello stato democratico che adotta metodi prevaricatori e intollerabili. [La Sardegna] è un lembo di Italia lontanissimo dai livelli di civiltà del resto del paese, che è rimasto stritolato in un confronto che gli è stato imposto senza nessuna cura delle conseguenze. In Sardegna c’è l’alienazione, la frustrazione di tre mesi passati in montagna senza tornare a casa. Il PRI deve impegnarsi per riportare l’Isola sulla via della rinascita, ad una vita sociale più elevata e più giusta» (37).
     La delegazione sarda, cui partecipano anche Massaiu, Perini-Bembo, Tore Lentini, Bulla, Granata, Saba e Melis, presenta al congresso due ordini del giorno sulle materie anticipate nella discussione dal segretario Anedda (tesseramento ai 18 anni ed organizzazione territoriale su basi sub provinciali o di unioni zonali) ed un terzo – affacciato già nell’intervento di Puddu – sull’ordine pubblico in Sardegna: «Il XXX congresso del PRI preso atto delle condizioni di profonda arretratezza economica e della estrema fragilità delle strutture sociali che ancora permangono in vaste zone della Sardegna; considerato che pertanto tali zone costituiscono l’humus nel quale possono svilupparsi e prosperare le forme antiche e nuove del banditismo; respinta ogni forma di interpretazione esclusivamente criminologica del fenomeno; deplora i modi di repressione paracoloniale cui in Sardegna si è fatto e si fa tuttora ricorso e, in particolare, stigmatizza le iniziative di quegli uomini e di quelle forze politiche che hanno inteso di porre sotto accusa la magistratura, giustamente sollecita di fare scrupolosamente rispettare il dettato costituzionale e la legge da tutti gli organi di polizia; impegna [il PRI] a farsi promotore di ogni opportuna iniziativa destinata a richiamare alle proprie responsabilità gli organi del governo centrale e regionale e, in particolare, il ministero delle partecipazioni statali, per finalmente decretare la fine dell’attività pastorale “nomade” espressione di tale profonda arretratezza, dando l’avvio a quei processi di trasformazione agricola e industriale, che, soli, potranno inserire anche la Sardegna nella realtà vitale dell’Europa d’oggi» (38).
     Nella conclusiva elezione congressuale, Anedda, raccogliendo consensi fra i delegati di tutte le regioni, viene eletto membro del Consiglio nazionale (39).

Dopo il congresso nazionale, la missione Battaglia e i libri del programma

     Domenica 2 febbraio 1969 è a Cagliari Adolfo Battaglia, incaricato dalla direzione nazionale di assistere la dirigenza sarda nel lancio del libro programmatico predisposto in vista delle prossime elezioni, nonché per promuovere una maggior diffusione dell’organo ufficiale del partito “La Voce Repubblicana”. Occorre, al momento, decidere su un testo base, predisposto dal segretario Anedda e suscettivo di approfondimenti da parte di una commissione allo scopo costituita (con la partecipazione anche di Lello Puddu, Pietro Bulla, Francesco Maxia e Giovanni Satta).
     La stampa, sia quella regionale sia quella che conserva ancora la pagina sarda nella foliazione nazionale come “Il Tempo” e “Il Giornale d’Italia” –, dà grande risalto all’evento. Si tratta di un altro passo che rafforza la consapevolezza che i repubblicani isolani cominciano ad avere di se stessi e delle proprie potenzialità come formazione autonoma e autosufficiente tanto sotto il profilo politico quanto sotto gli aspetti organizzativi.
     Questi i titoli delle diverse sezioni in cui la visione repubblicana dei problemi e delle possibilità della Sardegna viene articolata, fra analisi e proposta, nel piccolo volume cui si darà il titolo di “La Sardegna può essere migliore”: “Un momento drammatico per la società sarda”, “Le carenze della conduzione politica”, “No alla politica assistenziale”, “La crisi della Regione”, “L’autonomia”, “Programma statale e regionale”, “Una scelta culturale”, “Le politiche perla via sarda al benessere”, “Gli strumenti per l’intervento”, “La sintesi politica dei processi economici”, “Impegno, programmazione, partecipazione”.
     Nel suo intervento di apertura ai lavori della direzione, Anedda sostiene essere punti irrinunciabili del PRI per una sua eventuali partecipazione a maggioranze di governo alla Regione 1) il blocco della spesa pubblica corrente, 2) la difesa dell’autonomia regionale, 3) la riforma degli istituti autonomistici, 4) la predisposizione di nuovi strumenti operativi nel comparto economico-sociale.
     I repubblicani chiedono l’abolizione dell’assessorato alla Rinascita, la diminuzione del numero dei consiglieri regionali e l’approvazione di una legge elettorale proporzionale, un piano urbanistico territoriale cui vincolare ogni tipo di provvidenza legislativa ed intervento pubblico, società finanziarie per il controllo dei trasporti e la trasformazione dell’agricoltura in “officine verdi” di alternativa alla zootecnica da latte, un programma di opere pubbliche in specie nella grande viabilità, ecc. (40).
     Il libro viene presentato in occasione di una conferenza stampa il 22 marzo. “La Voce Repubblicana” dedica una intera pagina alla sintesi dei suoi enunciati (41).
     Se la più che decennale segreteria Puddu (con le brevi interruzioni Saba e Marrazzi essa è partita dalla metà degli anni ’50) è servita per conservare “la fiaccola” della tradizione ideale, dare correntezza al rapporto con gli organi centrali del partito (anche partecipando ai congressi nazionali) ed a gestire le sempre difficili contingenze elettorali sia politiche che amministrative, ora in simbiosi col PSd’A ora in piena autonomia, quella Anedda, coincidendo con lo slancio dato al PRI dalla leadership di Ugo La Malfa, accelera il passo sfruttando utilmente le circostanze: in particolare la frattura interna al Partito Sardo. La consapevolezza di poter ora proporsi con una propria soggettività distinta non soltanto ideologicamente ma anche organizzativamente, grazie per il più alle nuove adesioni fattesi sempre più intense dal 1965 (il gruppo sassarese dei sindacalisti, il gruppo nuorese dei giovani di “Nuovo Azionismo”, diversi professionisti, manager ed accademici nel Cagliaritano), ha incoraggiato il nuovo segretario in tutta una serie di iniziative volte a far conoscere alla pubblica opinione lo specifico repubblicano sardo. Di qui i due quaderni programmatici, una incisiva presenza sulla stampa, il lancio anche di un proprio periodico – testata “L’Edera” –, una interlocuzione sovente polemica con i maggiori partiti tale anche da richiamare l’attenzione e l’interesse dei cronisti politici ecc.
     Di questo stesso periodo che ha come propri terminali le politiche del 1968 e le regionali del 1969, potrebbero ancora ricordarsi la partecipazione ad una lista civica nella ”rossa” Carbonia con Natalrigo Galardi e Piero Caredda (ex sardista passato al PRI) (42), la contestazione delle pretese democristiane circa gli assetti di giunta della prossima legislatura regionale, in logica di riequilibrio territoriale delle proprie componenti interne (43), la presa di posizione, “controcorrente” e scomoda, a favore del parco del Gennargentu, che tante polemiche ha suscitato in Barbagia (44).
     L’appuntamento che si profila nella tarda primavera 1969 per il rinnovo del Consiglio regionale mobilita tempestivamente le forze politiche chiamate a concorrervi. Così i repubblicani partono a marzo con le uscite, come accennato, de “L’Edera”, un periodico di informazioni e di “circolarità” del dibattito interno, diretto dal segretario Bruno Josto Anedda (45), ed i sardo-autonomisti convocano a Cagliari, per il 30 marzo, un convegno regionale, aperto da una relazione di Nino Ruiu (46).
     Domenica 16 marzo viene data notizia ufficiale della stipula di un «patto permanente di intesa e d’azione politica» tra la federazione sarda del PRI ed il MSA. Il comunicato diramato dai repubblicani motiva l’accordo con la «comune constatazione del progressivo scadimento delle istituzioni autonomistiche, ciò che richiede una battaglia politica vigile e costante quale può essere meglio condotta con l’unione delle due formazioni politiche, già accomunate dalla appartenenza alla stessa matrice laica e democratica della sinistra italiana». A Lello Puddu è affidato l’ufficio di coordinatore delle due componenti, tanto più in vista dell’appuntamento elettorale (47).
     E’ tempo di consuntivi: la quinta legislatura regionale ha mostrato tutti i limiti della classe dirigente sarda nell’affrontare i complessi problemi sul tappeto, indulgendo essa a scaricare – invero spesso non impropriamente – sul governo e le istituzioni nazionali le responsabilità dei mancati o scorretti provvedimenti risolutori, in materia sia economica che di amministrazione dell’ordine pubblico. In una lettera al presidente dell’Assemblea Dettori, i repubblicani ed i sardo-autonomisti chiedono, in occasione della celebrazione del ventennale dell’autonomia, un dibattito di approfondimento dei temi più direttamente riferibili alla funzionalità dell’Istituto regionale rispetto alla complessità della questione sarda come si va configurando alle soglie del nuovo decennio. Nonostante le promesse, nel concreto l’invito non viene accolto e il ventennale diventa autocelebrazione e scarico di responsabilità sulle spalle di governo e Parlamento (48).

Un comizio di Ugo La Malfa e le questioni universitaria e scolastica

     Tutto il periodo della campagna elettorale vede presente e protagonista, al pari delle altre più robuste formazioni, il PRI (con il suo alleato MSA). Domenica 30 marzo è nel capoluogo, per un comizio all’Auditorium, Ugo La Malfa. Presentato dal segretario Anedda e da Armando Corona – l’uomo di punta dei sardo-autonomisti nella provincia di Cagliari – egli parla al termine dei lavori che i sardo-autonomisti giunti dai nuclei un po’ di tutta l’Isola hanno condotto discutendo le tesi prospettate dai consiglieri regionali uscenti Puligheddu, Ruiu e Ghirra.
Quella che vede impegnati insieme PRI e MSA – dice il leader – «è una battaglia di sinistra democratica, condotta contro ogni forma di demagogia e di faciloneria per realizzare una trasformazione profonda e seria della società italiana. Proprio in questi giorni, un grande scrittore della sinistra francese, Maurice Duverger, ha pubblicato un articolo severo contro quella che egli chiama “la malattia infantile del sinistrismo”, dimostrando come gli autori dei movimenti del maggio francese abbiano perduto rapidamente ogni presa sull’opinione pubblica. Lo stesso, prima o dopo, avverrà in Italia, dove a un sinistrismo assai diffuso, ma del tutto privo di contenuto e di obiettivi precisi, si dovrà sostituire una visione più responsabile dei problemi che si pongono alla società e una più severa e più costruttiva capacità d’azione.
     «Il Mezzogiorno e la Sardegna in particolare – prosegue – hanno bisogno di una politica riformatrice, che tenga conto delle loro speciali condizioni. Quando il sinistrismo si applica in qualunque campo, senza stabilire un qualsiasi ordine di priorità, senza saper distinguere fra i bisogni più urgenti e quelli meno urgenti, fra i bisogni vitali e quelli meno vitali, fra esigenze della popolazione che sono tuttora fuori dalla grande civiltà industriale moderna ed esigenze di popolazioni che vivono in piena società del benessere, quando non si sanno fare queste distinzioni e si dà appoggio indiscriminato ad ogni sorta di protesta non si fa una politica di sinistra, si fa una politica puramente demagogica che aggrava, non riduce, gli squilibri di cui tuttora soffre la società nazionale» (49).
     Accogliendo volentieri l’invito rivoltogli da professori incaricati ed assistenti dell’Ateneo di Cagliari, i quali hanno iniziato uno sciopero a tempo indeterminato, La Malfa partecipa in giornata anche una conferenza-dibattito (presso un albergo cittadino) sulla questione universitaria. Egli nega la validità del docente unico e, affermando che con la sua istituzione si creerebbero «tanti piccoli baroni e non si risolverebbe il problema dell’Università», ricorda di essersi interessato all’annosa e bruciante materia «fin dalla precedente legislatura» ponendo il Partito Repubblicano «all’avanguardia fra quanti volevano la riforma: il dipartimento, l’autogoverno e il pieno tempo sono una garanzia di serietà, mentre il docente unico è una componente aggiunta all’ultimo momento dalle sinistre e aggiunta male. A venticinque anni – conclude, chiedendo anche di inviargli un promemoria sui problemi specifici dell’Ateneo cagliaritano – si hanno delle speranze per l’Università: il giovane dev’essere stimolato da qualcosa che lo spinga allo studio e alla ricerca scientifica. La qualcosa non avverrebbe se questo giovane raggiungesse immediatamente il suo traguardo» (50).
     L’incontro del leader repubblicano con le diverse figure docenti precarie o gregarie dell’Università induce alcune insegnanti del locale Istituto Magistrale, dell’Università e del Comitato nazionale per l’educazione scientifica a chiedere alla sezione di Cagliari del partito di organizzare un incontro la responsabile dell’Ufficio scuola del PRI, Lia Giudice, per un confronto di opinioni sulla riforma della scuola media superiore. Così ai primi di maggio, nella sede dell’ISTAM, la sezione d’intesa con il gruppo “Giorgio Asproni” promuove un dibattito che raccoglie numerose presenze che, oltre a raggiungere lo scopo dell’approfondimento del tema, avvicina utilmente al partito una parte qualificata della società civile e di elettorato (51).
     La presenza repubblicana nel confronto politico è accolto generalmente, nonostante certe “acidità” di retaggio azionista, con simpatia nella opinione pubblica interessata alle cose della politica. Così da certa stampa, che più volte ritorna in argomento, come fa Frumentario su “La Nuova Sardegna” del 26 marzo ricollegando il partito alla memoria di Michele Saba che del quotidiano sassarese fu tra i rifondatori.
     Scrive il corsivista de “La Nuova”: «Fra i visibili [cenni della campagna elettorale] il più aperto sembra essere il movimento intorno al partito repubblicano. In Sardegna il piccolo partito ha una tradizione di élite: basta ricordare Michele Saba. Ma i suoi temi di moralità pubblica e di costume democratico hanno localmente una tradizione di massa. Due forze ausiliarie sembrano assecondare questo secondo tipo di tradizione: l’imperante malcostume e la alleanza con i sardisti autonomisti. Si tratta di due “leve” efficienti che potrebbero raccogliere la grande schiera degli scontenti o almeno attingervi in misura notevole, dotate come sono di una forte carica polemica. In più l’alleanza fra repubblicani e sardisti autonomisti dovrebbe non essere ostacolata (almeno apertamente) dall’alleanza fra democristiani e socialisti, come forza governativa. Ma questa prospettiva è meno concreta delle altre, perché quando si tratta di procacciar voti perfino tra fratelli ci si scopre cannibali…»
Le liste elettorali per le regionali

     Entro aprile sono depositate le candidature. Le tre liste presentano tutte al numero 1 degli esponenti sardo-autonomisti: nei collegi di Sassari e Nuoro si tratta dei consiglieri uscenti Ruiu e Puligheddu rispettivamente, in quello di Cagliari del consigliere (e assessore) provinciale Armando Corona, cui si associa il nominativo di Marco Marini, repubblicano. Chiaramente si tratta di liste che per i due terzi sono composte da sardo-autonomisti. Certo le aspettative sono molte: i più danno per certa la riconferma in Consiglio degli uscenti Ruiu e Puligheddu, nei rispettivi collegi (52), mentre nel Cagliaritano sembra vincente Armando Corona, direttore sanitario di una casa di cura con mille relazioni e quindi opportunità elettorali.
     Fra i più attivi oratori, nel Sassarese, è, con Nino Ruiu, Alberto Mario Saba, al quale è anche affidato il compito di coprire una delle tribune radiofoniche assegnate al PRI (53), ma non mancano gli aiuti che vengono dalla penisola: a Sassari stessa, il 28 maggio, parla Oddo Biasini, sottosegretario alla Pubblica Istruzione, che si sposta poi, per altri comizi, ad Alghero e a Cagliari (54).
     Ma nell’arco di due settimane sono una decina gli esponenti nazionali ed i parlamentari che si mettono a disposizione del partito nell’Isola, a sostegno delle sue liste. Viene Francesco Compagna, che a Sassari ed Alghero centra il suo intervento sugli strumenti legislativi ed amministrativi di sviluppo del Mezzogiorno, soffermandosi in particolare sulla contrattazione programmata, cioè sugli accordi d’investimento fra mano pubblica e mano privata. Viene Oscar Mammì, che parla a Nuoro; viene il ministro delle Finanze Reale, che tiene comizi a Sassari, Alghero, Olbia, Orani, Nuoro ed Oliena; ad Alghero ed Oristano la tribuna è per Claudio Salmoni (che a Sassari visita, insieme con Nino Ruiu e Augusto Capriotti, la redazione de “La Nuova Sardegna”, rispondendo alle domande dei giornalisti circa l’attività della Cassa per il Mezzogiorno, di cui è divenuto vice presidente). Il sottosegretario ai Trasporti Emanuele Terrana visita diversi centri della Barbagia e della Baronia. Francesco Compagna chiude la campagna elettorale a Cagliari, centrando il suo intervento sugli strumenti legislativi ed amministrativi di sviluppo del Mezzogiorno, soffermandosi in particolare, anche qui, sulla contrattazione programmata. Lo sforzo è notevole, il partito mostra di credere veramente nella “carta sarda” (55).
     Ma certo è che si conta, ancora una volta, sul carisma di Ugo La Malfa per strappare all’elettorato attenzione e consenso. Il segretario repubblicano torna in Sardegna e parla a Cagliari e a Nuoro l’11 giugno ed a Sassari, in piazza d’Italia, il 12, nella settimana che precede il voto. Nel capoluogo divide il suo tempo fra l’ascolto di quanto i dirigenti sardi hanno da dirgli circa iniziative economiche ed industriali locali, alcune istruite anche presso il CIPE, e la “missione” di proporre alla cittadinanza la sua analisi del presente e gli impegni per il futuro. Insiste in particolare a trattare della decadenza del Mezzogiorno e dei ritardi anche culturali di una classe politica chiamata ad amministrare, senza averne la statura, l’interesse generale, sia da posti di governo che da altre collocazioni di minoranza ed opposizione. «L’errore di tutte indistintamente le forze politiche – dichiara – è di avere costantemente favorito una ridistribuzione in senso verticale, fra coloro che partecipano al processo produttivo ed alle strutture pubbliche, del maggior reddito nazionale prodotto, e niente affatto in senso orizzontale, inteso come realizzazione di nuove, concrete e non fittizie possibilità economiche nelle zone arretrate e per i ceti diseredati del Paese, o almeno nel campo delle cosiddette infrastrutture sociali, di cui il Mezzogiorno è palesemente privo».
     Aggiunge poi: «Questa errata politica ha prodotto fra l’altro una diretta espansione di certi consumi individuali, a scapito dell’espansione degli investimenti e dei correlativi consumi nel Mezzogiorno nonché degli investimenti di utilità sociale e collettiva. Solo una sinistra che non voglia fingere di conciliare bisogni diversamente urgenti e che sappia fare le necessarie scelte può dare una speranza nel Mezzogiorno, prima che sia troppo tardi. In questo spirito è stata realizzata l’alleanza repubblicani-sardisti autonomisti, e in questo spirito l’alleanza opererà nel quadro regionale e nel più vasto campo nazionale, per tentare di rendere giustizia a chi, da decenni e decenni, giustizia chiede» (56).
     Questi della condizione e delle prospettive del Mezzogiorno nel quadro nazionale sono i concetti che La Malfa propone anche nei comizi che tiene a Quartu Sant’Elena, ad Oristano, a Nuoro, ad Oliena ed a Sassari: «Per la industrializzazione del Mezzogiorno – dice –, per la modernizzazione della sua agricoltura, per far sì che tale agricoltura resista all’inevitabile concorrenza che si manifesterà nell’ambito del Mercato Comune, per dotare non solo il Mezzogiorno, ma tutto il Paese dei servizi sociali e collettivi di cui esso è paurosamente carente (scuole, ospedali, centri di cultura, mezzi di comunicazione di massa, popolari), occorrono enormi capitali di investimento, capitali nell’ordine di migliaia di miliardi. Tali migliaia di miliardi investiti, non solo diffonderanno l’industrializzazione, trasformeranno l’agricoltura, diffonderanno i servizi collettivi, ma daranno posti di lavoro sufficienti a combattere la disoccupazione meridionale, ed allargheranno la possibilità di consumi in popolazioni che per mancanza di risorse e di lavoro hanno fra i consumi più bassi esistenti nel nostro Paese.
     «Tutti dicono di capire questo, – aggiunge – ma nessuno dice attraverso quali strade si possono accumulare gli enormi capitali necessari per quest’opera di trasformazione. E’ chiaro che si possono chiamare i privati imprenditori a concorrere a quest’opera di trasformazione, ma è chiaro altresì che senza un imponente concorso dello Stato, l’opera imponente di trasformazione non può essere iniziata e tantomeno portata avanti e conclusa. Ora, qual è la forza politica che spinge lo Stato, non ad aumentare la sua spesa corrente, ma ad accumulare gli imponenti capitali di investimento necessari alla trasformazione? Solo i repubblicani ammoniscono le forze di centro-sinistra e le forze di estrema sinistra che se lo Stato non viene aiutato nell’accumulazione dei capitali necessari per portare tutti gli italiani a un livello comune di civiltà, la situazione del Mezzogiorno non solo non sarà risolta ma potrà peggiorare» (57).

La prima elezione di Armandino Corona

     L’esito delle urne conforta e delude ad un tempo: nei collegi di Sassari e Nuoro più che soddisfacente è il risultato in termini assoluti, ma non sufficiente alla conferma degli uscenti Ruiu e Puligheddu. Solo eletto è Armando Corona, capolista a Cagliari.
     La lista Edera (sovrapposta alla Sardegna) raccoglie 22.186 consensi, sfiorando il 3 per cento dei voti validi. Nel collegio di Cagliari il risultato, più che doppio rispetto a quello delle politiche del 1968, è di 12.273 voti e la percentuale del 3,12. In quello di Sassari di 4.861 (lievemente migliore del risultato del 1968) pari al 2,33 per cento. In quello di Nuoro di 5.052 (anch’esso lievemente superiore a quello delle politiche) pari al 3,61 per cento.
     E’ evidente che la legge elettorale vigente, che contraddice la proporzionale, penalizza la lista repubblicana-sardoautonomista, perché confina nel nulla addirittura tredicimila voti, tanto quanto cumulano i resti dei tre collegi. Scrive Anedda su “L’Edera” n. 7-8: «Se si considera che il Psd’A ha perso, rispetto al 1965, ben 11.314 voti si deve concludere che questi voti sono quelli che costituiscono il nucleo su cui basa la sua forza il Movimento Sardista Autonomista alleato del PRI. Ma la lista PRI+MSA ha riportato un numero di voti doppio – cioè oltre 22.0000 – e ciò sta a significare che lo sganciamento dalla vecchia tematica sardista e l’innesto nella politica nazionale repubblicana ha dato nuova linfa ed è riuscito a moltiplicarli. Il discorso sardista tradizionale, come dimostra il calo avuto nel Nuorese, non fa più presa. Occorre svecchiare la politica in favore dell’Isola. Il discorso repubblicano dimostra di avere notevoli possibilità di sviluppo. I sardisti autonomisti hanno capito che solo con il PRI si può andare avanti» (58).
     In quanto alle preferenze, dopo l’eletto Corona, che ne raccoglie 4.980 (1.383 nella città capoluogo), si piazzano – nel collegio di Cagliari – il repubblicano Marini con 2.612 e i sardo-autonomisti Racugno con 1.479 e Frongia con 1.141. Nel collegio di Sassari i migliori risultati sono del capolista Ruiu con 1.973 preferenze (569 a Sassari città) e, a seguire, di due repubblicani: l’algherese Cecchini con 943 e l’olbiese Cattrocci con 864. In quello di Nuoro, alle spalle del capolista Puligheddu che raccoglie 2.912 preferenze (559 a Nuoro città), si posizionano i sardo-autonomisti Marcello e Marletta rispettivamente con 1.972 e 1.069 (59).
     I risultati elettorali sono esaminati, il 20 giugno, dalla direzione nazionale i cui lavori sono aperti, con una sua relazione, dal segretario Bruno Josto Anedda, che proprio partendo dai riscontri delle urne motiva le circostanze per le quali, a suo avviso, esistano concrete possibilità di espansione della rete organizzativa e della dimensione elettorale del partito nell’Isola. Questa è la stessa opinione della segreteria nazionale, tant’è che La Malfa incarica il vice segretario nazionale Claudio Salmoni di seguire direttamente e assistere il partito in Sardegna in tale delicata fase di rilancio.
     Alla fine della stessa settimana – il 26 giugno – Salmoni è quindi a Cagliari per incontrare, oltreché i dirigenti del PRI anche quelli del Movimento Sardista Autonomista, fra i quali il neoconsigliere regionale Armando Corona ed il nuovo coordinatore Salvatore Ghirra. Con tutti Salmoni affronta la questione delle modalità operative del patto unitario e di quelle politiche di difesa del centro-sinistra nella nuova legislatura (60).

    Note

1 – Ad entrambe le assise porta il saluto del PRI il segretario Puddu. Sull’andamento e le conclusioni dei congressi cf. L’Unione Sarda, 25, 31 gennaio, 1° febbraio 1966. La Voce Repubblicana riferisce diffusamente del congresso provinciale cagliaritano – conclusosi con la sconfitta della linea della segreteria Corona – nel numero dell’11.12 febbraio 1966.
2 – La Voce Repubblicana, 21.22 maggio 1966.
3 – «Come militanti del movimento operaio – essi scrivono a La Malfa – abbiamo sempre perseguito l’affrancamento dei lavoratori da ogni e qualsiasi soggezione di casta o di gruppi di potere; nella nostra attività politica e amministrativa, abbiamo avuto di mira la tutela dell’interesse della collettività. Questi concetti, a cui ci siamo ispirati, ritroviamo nella azione del PRI che Ella così degnamente rappresenta.
«Il significato della Sua battaglia per una politica di piano, al successo della quale debbono concorrere tutte le categorie produttive della Nazione, al fine di favorire il superamento dei cronici squilibri del Paese, è da noi ben compreso in quanto sardi e meridionali».
Ugo La Malfa così risponde, indirizzando al consigliere comunale Era: «Nell’apprendere vostra decisione di aderire al nostro Partito, pregoti comunicare amici Verdinelli, Doro, Pittalis et amici tutti espressione mio vivo compiacimento et cordiale fraterno benvenuto. Direzione Consiglio Nazionale et repubblicani tutti nella speranza di ulteriori comuni battaglie per progresso civile e democratico popolo italiano».
Questo invece dichiara il segretario regionale Puddu: «Il processo di rafforzamento e di ulteriore espansione del Partito Repubblicano, che è documentato dall’adesione in tutta Italia di centinaia di rappresentanti politici, sindacali e di amministratori pubblici e che ha avuto i suoi primi risultati nel successo conseguito nelle recenti elezioni amministrative, ha toccato anche la nostra isola, dove pure il PRI non possiede una notevole struttura organizzativa. Ciò è estremamente importante perché significa anzitutto che le nuove concezioni che i repubblicani portano nella battaglia politica interessano fortemente a tutti i livelli la pubblica opinione e inoltre perché dimostra che le grosse forze politiche, nonostante il richiamo del forte apparato e l’indubbia attrazione clientelare, hanno perduto la capacità di interpretare concretamente le aspirazioni profonde di una società sempre più articolata.
«Le adesioni al Partito, che non riguardano soltanto Sassari, ma tutta la Regione, postulano naturalmente un nuovo impegno dei repubblicani perché sia meglio configurato il loro ruolo fra le forze politiche in Sardegna». Cf. La Voce Repubblicana, 13.14 dicembre 1966 (“Nuove adesioni in Sardegna alla battaglia politica del PRI”).
Verdinelli sarà inserito nella Commissione Lavoro, Cooperazione e Artigianato in capo alla direzione nazionale del PRI, coordinata da Raffaele Vanni. Il suo sforzo sarà quello di organizzare all’interno della UIL sarda la presenza dei repubblicani.
A fronte dei nuovi ingressi vanno i lutti. A marzo è caduta una delle colonne storiche del repubblicanesimo maddalenino, Pippetto Scotto. Lo ricorda il periodico sardista Sardegna Libera, 10 marzo 1966 scrivendo, nel numero di marzo: «I sardisti, repubblicani e tutti gli abitanti di La Maddalena hanno appreso con dolore la quasi improvvisa scomparsa del prof. Pippetto Scotto, figura esemplare di integerrimo cittadino, insegnante valentissimo di lingua francese e maestro di vita. Pippetto Scotto fu un uomo libero, che non cedette mai alla Dittatura ma la combatté sempre con tutte le sue forze e con ogni mezzo. Perciò egli fu sempre rispettato anche dagli avversari politici che ne apprezzavano la dirittura morale, l’intransigenza e soprattutto la sua grande bontà Militò sin da giovane nel Partito Repubblicano e accettò, dopo lunga insistenza degli amici, di capeggiare la lista dei Quattro Mori alle ultime elezioni comunali de La Maddalena».

4 – La Voce Repubblicana, 3.4 giugno 1966 (“Un messaggio da riscoprire”).
5 – La Voce Repubblicana, 5.6 maggio 1967.
6 – Questi passaggi sono molto bene ricostruiti in Salvatore Cubeddu, Sardisti, vol. II, cit., pp. 532-541, 677-682.
7 – Nei giorni della crisi politica regionale corre voce di passi dell’on. Puligheddu verso il PRI onde averne diretto appoggio per la conservazione dell’assessorato all’Agricoltura e foreste. Egli smentisce formalmente («mai ho pensato di cambiare partito politico per assicurarmi l’incarico di un assessorato»), ma anche tale circostanza è motivo di uno scambio epistolare fra Puddu e Melis. Al centro del carteggio è l’informativa, se piena o parziale, che da parte dei due corrispondenti si è data al segretario nazionale repubblicano. Ne riferisce ampiamente Salvatore Cubeddu, Sardisti, vol. II, cit., pp. 544-545, 683.
8 – La relazione del segretario regionale Raffaello Puddu motiva la scelta di Nuoro come sede congressuale proprio per la centralità che la questione delle zone interne ha assunto nell’agenda politica regionale. In essa sono ripresi i temi della analisi socio-economica dell’Isola e quelli delle riserve verso taluni approcci ora settoriali ora dottrinari (polemiche sul neocolonialismo, opzione indipendentista, ecc.) del PSd’A alla complessità dei problemi sul tappeto.
9 – Il Solco, nuova serie, gennaio 1967 (“Verso il congresso”): «… gli ideali di fondo del credo sardista che si identificano con la difesa intransigente dei diritti e degli interessi dell’Isola, delle particolari esigenze del popolo sardo, della sua particolare fisionomia etnica e storica, sia pure nel quadro dell’accettata e sofferta appartenenza alla nazione e allo stato Italiano».
Di un qualche speciale interesse, anche per l’acutezza e innovazione della analisi, è l’articolo che Marcello Tuveri, giovane dirigente sardista, pubblica su La Voce Repubblicana, 29.30 dicembre 1966 (“I due tempi dell’autonomia sarda”). Queste le proposizioni finali del lungo elaborato: «Sussistono interrelazioni col Mezzogiorno, sia in ordine alle condizioni generali dello sviluppo, sia per quanto concerne il mercato delle produzioni e sia per l’interdipendenza della stessa area con il resto del paese, ma le peculiarità accennate inducono a confermare che il regionalismo sardo ha una validità in termini di politica economica veramente singolare. Questa coincidenza tra Regione amministrativa e dimensione economico spaziale dei fenomeni ci conferma la opportunità che il piano nazionale venga “regionalizzato”. La convinzione che solo una compiuta integrazione della spesa statale e di quella regionale dei poteri, nel riconoscimento delle competenze, inquadrate in una visione realistica e non formalistica delle diverse sfere di attribuzione, può suggerire un modo muovo di pensare la Regione.
«I contenuti nuovi della Regione come strumenti di programmazione comportano, per tutte le forze politiche, l’accettazione di una difficile sfida in termini di svecchiamento delle strutture statali e regionali, di ripensamento degli enti locali come partecipi della politica di sviluppo, di considerazione moderna dei rapporti tra i cittadini e i poteri pubblici in modo che legalità ed efficienza non si trovino nell’attuale condizione di contrasto che rende tanto difficile l’affermazione della nostra democrazia politica».

10 – La Voce Repubblicana, 6.7 maggio 1967.
11 – La Voce Repubblicana, 9.10 giugno 1967.
12 – Almanacco Repubblicano 1966, p. 317; id. 1967, p. 503.
13 – La letteratura sulla tormentata vicenda sardista degli anni 1966-1968 è essenzialmente, allo stato, di natura pubblicistica, facendo eccezione il più volte citato Sardisti di Salvatore Cubeddu, che al tema specifico dedica oltre cento pagine (pp. 519-619, 677-699). A tanto si aggiungono i faldoni della rassegna stampa raccolti attualmente nel Repertorio del movimento democratico sardo (repubblicani, azionisti, sardisti) promosso da Gianfranco Murtas – si tratta di una selezione, allo stato, di circa 400 articoli di giornale, sul complessivo del Repertorio di oltre 10mila –, i vari conferimenti occasionali, e fra essi copia e/o originali di alcune sezioni delle Carte Puddu generosamente donate come pure delle Carte Mastino, conferite (parzialmente e anch’esse in copia) in anni remoti da Martino Salis.
Relativamente ai notiziari e/o note di commento usciti su La Voce Repubblicana fra la fine del 1967 e i primi del 1968, si segnalano: “Paralisi in Sardegna”, a firma di Efisio Medda, il 29.30 novembre; “Sindaci sardisti a Esterzili e Villasimius”, l’8.9 dicembre 1967.
Una intervista con Mario Era sulle tensioni crescenti fra PRI e PSd’A è in Sassari Sera, 1-15 novembre 1967 a complemento dell’articolo “Il separatismo alla base del dissidio tra PSd’Az e PRI”. Lo stesso giornale dedica, nel numero del 15 dicembre 1967 una lunga disamina a firma di Bartolomeo Aru (alias Pino Careddu): “Si spacca il Partito Sardo d’Azione. Forza disparis”.
Significativo, nel contesto, è l’emergere di alcuni giovani della militanza sardista che copriranno, nel tempo, ruoli pubblici di rilievo. Fra essi è il nuorese Annico Pau che, in parallelo a Salvator Angelo Razzu a Sassari, sarà assiduo nel dibatto politico nelle colonne de La Nuova Sardegna. Nel novero dei suoi articoli di questo periodo si segnala “La Voce dei giovani”, del 14 dicembre 1967. Scrive fra l’altro, a proposito del rinnovamento della politica com’è vissuta dai «coetanei della Repubblica»: «Il rinnovamento dei partiti non lo si deve attendere dall’interno, ma come è stato rilevato da più parti nell’ultimo congresso della Federazione giovanile repubblicana, devono essere le forze giovanili a mettere in discussione le ideologie e i contenuti politici, risolvere il dissenso fra società politica e società civile con quella spregiudicatezza svincolata da giochi verticisitici di potere… Nonostante sia improrogabile e urgente l’ingresso di nuove energie nelle organizzazioni dei partiti e questi ne abbiano profondo bisogno, l’impegno dei giovani va sempre più diminuendo, segno che occorre trovare strumenti novi e più idonei, quali ad esempio “un tipo di partecipazione politica prepartitica non ideologizzata…, creare degli organismi intermedi di partecipazione politica precedenti o paralleli all’impegno di partito”.
«D’ora in avanti occorre, a mio avviso, muoversi in questa direzione anche in Sardegna, ove le nuove generazioni iniziano a far sentire la loro voce sui problemi nuovi della società sarda degli anni sessanta. I gremitissimi dibattiti organizzati dal circolo “La Nuova Città” di Nuoro vedono una larga affluenza di giovani che partecipano attivamente alle discussioni; i giovani liceali dell’Azuni di Sassari ce si riuniscono intorno al giornale “Iniziativa” portano avanti una dura battaglia di rinnovamento, per non tralasciare gruppi come quello che fa capo al pubblicista B.J. Anedda che impostano in termini nuovi la lotta autonomistica sarda…».
La derubricazione del congresso sardista a semplice “convegno” ritorna polemicamente in diverse prese di posizione della corrente di minoranza, ultimo il comunicato del 2 marzo diffuso dal direttivo della stessa corrente. Cf. L’Unione Sarda, 3 marzo 1968.
Più in generale sulla crisi interna al PSd’A e le sue ricadute sulle relazioni del PRI, cf. Gianfranco Murtas, “La seconda scissione sardista (1967-1968)”, in Quaderni bolotanesi n. 20/1994; id. “Il dibattito politico-ideologico tra repubblicani e sardisti negli anni della Rinascita”, in Il movimento democratico e repubblicano nella Sardegna contemporanea, pp. 675-698, e Marcello Tuveri, “La scissione sardista del 1968. Una testimonianza”, in Il movimento democratico e repubblicano nella Sardegna contemporanea, cit., pp. 665-674.

14 – Il giornale interrompe le sue pubblicazioni con il n. 6-7 dell’aprile 1968. Anedda infatti si candida alle politiche riscuotendo, per essere egli un esordiente nella gara elettorale, un discreto successo.
Questi gli articoli politicamente più significativi firmati o attribuibili ad Anedda nei nove mesi della sua direzione del quindicinale: “Profeti disarmati” (editoriale di presentazione), 5-20 agosto 1967; “La speranza del Risorgimento isolano portò i sardi alla rinuncia dell’autonomia”, id.; “La crisi della società isolana e l’atteggiamento della classe politica, 2”, 20 agosto-5 settembre 1967; “Giuoco e doppio giuoco” (contesta a Giovanni Battista Melis, del quale pur loda l’alto profilo morale e politico, la dura reprimenda verso i parlamentari isolani ritenuti succubi del governo, senza riconoscere che anche il PSd’A, nel concreto governo dell’Isola, ha dovuto pagare i suoi compromessi), 16 settembre 1967; “Una scheda autentica per la polizia politica” (a proposito di questionari diffusi da carabinieri e polizia circa la testata e di cui il giornale è venuto a conoscenza: «Noi siamo sardi… Noi guardiamo al passato per cercare di evitare il ripetersi degli errori… Noi non abbiamo neanche nostalgia di quel passato che pure dall’alto ha regalato alla Sardegna i pochi segni concreti che ancora si toccano con mano… Noi guardiamo al futuro dei nostri figli… Noi crediamo nella democrazia… Noi crediamo nella libertà… Noi siamo europeisti… Il nostro giornale non è pertanto un giornale di partito, e ancor meno di corrente partitica: vorrebbe invece essere l’organo di tutte quelle persone che, pur militando in partiti diversi, si sentono innanzitutto sarde e sono disposte a maturare nell’Isola l’impegno di conferire un’articolazione democratica di partiti e di condurre a termine un programma di realizzazioni politiche ed economiche che potrebbe essere anche temporaneamente diverso dai programmi ideali che ognuno di noi auspica a livello nazionale. Vorremmo insomma essere interpreti e portavoce di un “movimento” che raccolga tutti coloro disposti a fare uno sforzo unitario affinché la Sardegna raggiunga prima le condizioni sociali, economiche e culturali delle altre più fortunate parti d’Italia e possa quindi inserirsi adeguatamente in un discorso politico di più vasto respiro»), 5 ottobre 1967; “La Tv ostile alla mia terra”, 15-31 ottobre 1967; “Regione sotto accusa”, 1-15 novembre 1967; “Una politica ambigua”, 1-15 dicembre 1967; “Il travaglio dei sardisti”, id.; “La Regione. Un bilancio preventivo ma anche preelettorale”, id.; “Separatismo”, 1-15 gennaio 1968; “Il separatismo di Giorgio Asproni. Nota in margine alle citazioni emerse dal nostro dibattito”, id.; “Giustizia senza nei. Intervista con il Ministro Reale”, 15-31 gennaio 1968; “Il rilancio del sottogoverno”, id.; “La società dei sardi” (recensione al volume di AA.VV. “La società in Sardegna attraverso i secoli”, edito dalla ERI), id.; “Una voce nuova”, 1-25 febbraio 1968; “Il rilancio del PRI”, id.; “Regione Autonoma 20 anni di finzione”, 15 febbraio-15 marzo 1968; “Nasce un nuovo partito. Il PRI da solo alle politiche”, id.; “Il congresso sardista: denunciato il soffocante centralismo vuol tornare alle origini rivoluzionarie”, id.; “Costruiamoci una Sardegna diversa: una nuova dimensione per la politica regionale”, 1-15 aprile 1968. (Evidentemente di altro filone tematico, ma pur interessante indizio per definire la complessa personalità di Bruno Josto Anedda, è “Papa Giovanni: semplicità e sguardo alla storia”, 15-31 ottobre 1967).
Un primo articolo di Anedda appare sulla “Tribuna” del 15-30 giugno 1967, all’indomani della cessazione della direzione Serra e prima della assunzione da parte sua della responsabilità del periodico: “Cento anni fa Nuoro tremava per il banditismo”, con evidenti anticipatori ampi richiami alla Barbagia asproniana.
A marcare politicamente, in progressione, la sua “Tribuna” possono valere alcuni stralci degli ultimi editoriali e di alcuni redazionali. Così dal fondo “Una voce nuova”: «La stagnante vita politica isolana s’è cominciata a muovere sotto un leggero vento di fronda che si è levato negli ultimi tempi da diversi circoli culturali e politici desiderosi di uscire dagli schemi soliti della politica “querula”. Dopo uno scoramento generale per le condizioni dell’Isola – che, nonostante le iniziali promesse miracolistiche del piano di rinascita, vanno, tutto sommato, peggiorando – si sono avute reazioni varie: alcune grottesche, altre velleitarie, altre più meditate, altre assolutamente nuove…
«Il ritorno alle origini, per svecchiare e rinvigorire il Partito Sardo d’Azione, è anche invocato dalle diverse correnti in cui si va frantumando quello che oggi si rivela essere stato più un movimento d’opinione che un vero e proprio partito politico. Un ritorno alle origini viene anche invocato da nuovi schieramenti politici che di fatto si vanno costituendo nell’ambito della sinistra isolana, nella comune convinzione che occorre ridare allo Stato, alla Regione, e all’organizzazione politica in genere, l’originaria funzione di “servizio” per la collettività… altri ha capito che è venuto anche in Sardegna il momento di abbandonare i discorsi sugli schieramenti e sulle alternative, per venire ai problemi di sostanza.
«In questo quadro si superano le linee tradizionali della politica contestativa per cominciare un discorso dall’interno: un discorso in cui si parta dall’esigenza di bloccare la spesa corrente degli organismi regionali per arrivare al controllo rigoroso della spesa pubblica mediante l’introduzione di nuovi istituti come il Commissario Parlamentare o i tribunali amministrativi regionali, o l’allargamento della sfera di competenza di istituti già esistenti come potrebbe essere il potere d’impugnativa amministrativa da parte del Pubblico Ministero.
«Ma accanto a questa nuova voce che si lega nel quadro della politica delle istituzioni v’è quella che cerca di reimpostare tutta la politica economica regionale. Un piccolo lievito s’è gettato. Qualcosa ne scaturirà. Intanto è importante proseguire nello studio concorde volto ad ottenere gli strumenti che consentano di frantumare per sempre l’attuale e letale regime della proprietà agricola, che consentano di capovolgere l’impostazione del processo d’industrializzazione, che consentano di snellire il sistema dei trasporti che, essendo vitale per l’Isola, deve attirare totalmente l’attenzione dei pubblici poteri».
Questi l’incipit, un passaggio centrale sul separatismo e la conclusione del fondo “Costruiamoci una Sardegna diversa” che chiude, ad appena un mese dal voto delle politiche, l’esperienza della “Tribuna della Sardegna”: «Una nuova dimensione è necessaria alla politica perseguita in Sardegna. Finora si è costruito solo in altezza, con cumuli di leggi e di iniziative legislative, o in larghezza, con diversi provvedimenti e realizzazioni sul piano economico. Ma non si è ancora avuta la forza per dirigersi verso la terza dimensione, verso la profondità. Non si è costruito per avvicinare, fino all’integrazione, il cittadino sardo alle “sue” leggi e al “suo” benessere.
«Si è costruita una facciata: bella forse, certo alla moda romana, anzi, per certi versi, come nell’esperienza della programmazione, con pretese di civettuosità ancora più avanzata di quella nazionale. Ma dietro la facciata sta il terribile baratro della realtà delle cifre. E dietro le cifre sta la spiegazione di tanta emigrazione, miseria e banditismo. Miliardi spesi in larga misura ma in modo frammentario prima, e miliardi giacenti in attesa di essere spesi in modo organico, non hanno realizzato finora neppure un posto di lavoro in più che per il passato…».
«”Scusi, onorevole, ma lei cosa ha fatto in Parlamento?”. Quelle poche volte che i Sardi hanno rivolto questa innocente domanda ai loro rappresentanti politici si son sentiti ricordare tutt’al più una sequela di discorsi volti ad attirare l’attenzione “anche sulla Sardegna” nel corso di discussioni interessanti provvedimenti nazionali. Qualche deputato sardo della legislatura ora conclusasi non può fare neppure questo, non avendo mai aperto bocca in Aula. In ogni caso mai è stata tentata una politica sarda vera e propria.
«Chiariamo subito che per politica sarda intendiamo una azione pubblica tendente a soddisfare le esigenze di base della Regione e che perciò si chiamerà sarda in Sardegna, siciliana a Palermo, lombarda a Milano. Si tratta cioè di una politica autonomistica vissuta, di una politica “tridimensionale”, una politica cioè che parta dalle esigenze della Sardegna considerata così com’è. Un’isola. Ciò non significa fare una politica separatistica, bensì rifiutare il separatismo e tutte le altre nebulose forme sardiste di federalismo che in ultima analisi mirano solo a costruire una più modesta facciata dell’edificio politico. Il sardismo facente capo all’on. Melis mira a sostituire la politica verticale e orizzontale oggi imposta da Roma con altra analoga imposta da Cagliari. Non si pone evidentemente il problema della terza dimensione: perché per risolverlo è del tutto indifferente essere indipendenti o meno, basta vivere in uno Stato democratico che applichi e rispetti le autonomie regionali. Né si può dire che lo Stato democratico italiano di oggi non rispetti l’autonomia della Regione autonoma sarda senza ricordare – per dovere di obiettività – quanto poco faccia l’istituto autonomistico sardo per tutelare o anche soltanto per attuare i diritti che gli derivano dall’autonomia».
«Fondamento di ogni discorso volto all’inserimento della Sardegna nei mercati internazionali deve essere la constatazione della sua insularità… Ma questo è solo un aspetto di una politica concreta per la Sardegna, una politica che però deve anche tener conto del divario crescente tra zone rurali dell’interno e zone urbane. Questo divario non può certo essere risolto con le posizioni massimaliste dell’estrema sinistra che non si esime dall’appoggiare ogni richiesta, in qualunque momento venga formulata, dalle organizzazioni sindacali… Chi appoggerà il contadino isolato o il pastore nomade nei suoi diritti che spesso egli stesso ignora? Una sola via è perseguibile in favore dei meno fortunati: la politica dei redditi, quella capace di ridistribuire meglio le risorse secondo la nota parabola dei tre fratelli…
«I grossi partiti ci hanno delusi. La loro azione si esaurisce nello sforzo di conciliare le numerose correnti che o li dilaniano o comunque ne rallentano la marcia verso mete di progresso. Oppure cercano di accattivarsi l’adesione degli scontenti criticano tutto e tutti, promettendo a tutti tutto e nellO stesso momento portando avanti discorsi politici di carattere estremamente generale e rifuggendo dalla ricerca delle soluzioni pratiche… Contribuiscono così a creare una politica di facciata. Dietro questa facciata però si celano gli scandali e gli abusi che si operano all’interno degli organismi e degli enti pubblici trasformati in strumenti di sottogoverno caratterizzati da cattive gestioni, da disordini amministrativi e da remunerazioni privilegiate assolutamente incompatibili con la situazione generale del paese…
«Di fronte agli scandali che, quasi a raffiche, passano sull’opinione pubblica… solo una forza politica veramente combattiva poteva additare una via da seguire con tenacia: quella del riordino degli apparati amministrativo e istituzionale dello Stato e quella della ricerca, previo abbandono delle ideologie ottocentesche o superate delle soluzioni tecniche ai problemi concreti».
Restando comunque disponibile ad accogliere qualsiasi opinione avversa alla linea editoriale, il giornale si apre progressivamente alle collaborazioni di repubblicani o di sardo-autonomisti. Si tratta di interventi d’ordine prevalentemente politico, ma non mancano i servizi d’inchiesta o le note di costume Ecco di seguito una selezione degli articoli riconducibili a firme “amiche”:
di Lello Puddu “Contestazione e meccanismo di sviluppo”, 15-31 ottobre 1967; “Il travaglio dei liberali”, 1-15 gennaio 1968. Di Luigi Concas “Più sveltezza per il processo penale”, 15-31 gennaio 1968; “Aggravato il problema banditismo”, 1-15 aprile 1968. Di Efisio Medda “Lo spreco legislativo. Sarà evitato per iniziativa di un professore dell’Università di Cagliari”, 15-31 gennaio 1968; “La crisi del PSd’Az. La fine della dinastia Melis deve portare alla valutazione critica della politica regionale”, 1-25 febbraio 1968; “Contrattazione programmata e Regione naturalmente assente”, 15 febbraio-15 marzo 1968; “La Confederazione Mediterranea tra le novità della campagna elettorale”, 1-15 aprile 1968. Di Pietro Bulla “Le sette domande della nostra inchiesta-campione”, 1-15 gennaio 1968; “Alla roulette di Guspini esce soltanto il rosso”, 15-31 gennaio 1968; “Marrubiu, la scuola in cucina”, 1-25 febbraio 1968; “Isili senza futuro”, 1-15 aprile 1968. Di Alma Cocco Bulla “Salviamoci almeno con l’arredamento. Dato che Cagliari è brutta”, 15 febbraio-15 marzo 1968. Di Giuseppe Melis Bassu “Ricordo di Michele Saba”, 16-31 dicembre 1967, e di Michele Saba “Giustizia sotto accusa”, id. Di Marcello Tuveri “Programmazione tra Stato e Regioni”, 1-15 gennaio 1968; “Una collana di politica economica che è insieme scientifica e divulgativa. Conoscere per deliberare”, id.; “La programmazione ecc., 2”, 15-31 gennaio 1968; “Linee e limiti del nostro piano. 5 anni di legislazione sulla Rinascita”, 1-25 febbraio 1968; “Come si forma l’iniziativa regionale”, 15 febbraio-15 marzo 1968; “Perdura la crisi dell’economia nazionale. 5 anni di legislazione sulla Rinascita, 2”, 1-15 aprile 1968. Di Nino Ruiu “Le commissioni ostacolano l’attività legislativa”, 15-31 gennaio 1968; “La crisi dell’Università e la sfiducia nelle strutture pubbliche”, 1-15 aprile 1968. Di Annico Pau “Il dissenso dei giovani. Fermenti tra i coetanei della Repubblica”, 1-25 febbraio 1968; “Il movimento studentesco avanza in tutta Italia. I sassaresi rischiano di restarne fuori”, 15 febbraio-15 marzo 1968. Di Sergio Bellisai “Il mercurio d’oro. Uomini, dei e animali di Sardegna”, 1-15 gennaio 1968; “Fine della resistenza. Uomini, dei e animali di Sardegna”, 15-31 gennaio 1968; “Il primo comandamento. Uomini, dei e animali di Sardegna”, 1-25 febbraio 1968; “Il ras asfissiante. Uomini, dei e animali di Sardegna”, 1-15 aprile 1968. Di Benedetto Ballero “Giovani liberali abbandonano Cocco- Ortu. Rifiutata la linea ufficiale del PLI si schierano con La Malfa”, 16-30 novembre 1967, e a seguire: di Silvano Alessio “Per i giovani liberali un esame di coscienza”, 1-15 dicembre 1967; di Giovanni Nonne “la terza forza nella lezione de ‘Il Mondo’”, 1-25 febbraio 1968.
Tratto da La Sardegna di Giuseppe Mazzini (opuscolo riunente gli articoli dell’Apostolo in difesa dell’Isola minacciata di vendita alla Francia, stampato nel 1895 dall’Associazione Repubblicana di Cagliari e ristampata in copia anastatica nel 1968) “Funzionari ambigui”, 15-31 ottobre 1967.
Merita in ultimo segnalare, a conferma della prossimità, anche editoriale e non soltanto politica, della “Tribuna” al PRI che sull’ultimo numero della serie una pagina pubblicitaria viene acquistata dalle Edizioni della Voce, che offrono alla saggistica nazionale importanti titoli sia d’ordine storico-politico, che economico e sociale.

15 – La cronaca del congresso è naturalmente ripresa dalla stampa regionale: cf. fra il molto altro L’Unione Sarda e La Nuova Sardegna, 11 e 13 febbraio 1968. Nelle Carte Puddu, in Repertorio sono anche gli originali della mozione conclusiva o degli altri documenti relativi all’evento, nonché le registrazioni audio dei diversi interventi dalla tribuna che, confluiti poi per la replica nel Repertorio, sono state sbobinate e attendono di essere pubblicate per l’estremo interesse dei loro contenuti.
16 – La Nuova Sardegna, 6 marzo 1968. Nell’occasione Luciano Marrazzi viene eletto presidente del comitato elettorale.
17 – In Repertorio. Cf anche Salvatore Cubeddu, Sardisti, vol. II, cit., p. 614.
18 – Questo il testo del messaggio di Ugo La Malfa a Giovanni Battista Melis, datato da Roma il 12 marzo 1968: «Caro Melis, ieri, la Direzione, che era stata messa da me a conoscenza della mozione approvata dal congresso del PSd’A, ha atteso invano che tu presenziassi alla riunione. Poiché i tempi premono e un rinvio di decisioni non era più possibile, io, con grande rammarico, ho dovuto fare lo stesso la relazione, sulle linee di franchezza e di chiarezza, che ti avevo del resto anticipato.
«La Direzione, dopo ampia discussione, ha preso all’unanimità la deliberazione che ti accludo in copia. Puoi immaginare, dati gli affettuosi rapporti di amicizia che abbiamo sempre avuto, quanto ciò mi abbia personalmente dispiaciuto e quanto sia dispiaciuto alla Direzione. Ma l’impegno politico ha le sue ferree e dure leggi e un immutato sentimento di amicizia e di affetto nulla può mutare all’inesorabile legge della chiarezza dei principi e dei rapporti.
«Salutami tutti gli amici. Ti abbraccio, Ugo La Malfa». Carte Puddu, in Repertorio. Il testo è riportato anche in Gianfranco Murtas, “Il dibattito politico-ideologico tra repubblicani e sardisti negli anni della Rinascita”, in Il movimento democratico e repubblicano nella Sardegna contemporanea, cit., p. 683.
Poco può, in un tale contesto la lettera che il 10 marzo, dunque negli stessi giorni del deliberato repubblicano, Oliviero Zuccarini invia a Giovanni Battista Melis che lo aveva evidentemente interrogato circa la compatibilità della risoluzione congressuale del PSd’A con i fondamentali ideologici del PRI. Anche tale testo è riportato integralmente in Gianfranco Murtas, “Il dibattito politico-ideologico tra repubblicani e sardisti negli anni della Rinascita”, in Il movimento democratico e repubblicano nella Sardegna contemporanea, cit., pp. 678-680.
Il 20 marzo il Comitato centrale sardista, riunito a Macomer, procede alla elezione delle cariche interne, confermando Giovanni Battista Melis alla segreteria politica e incaricando della presidenza l’on. Anselmo Contu. Nel dibattito sviluppatosi fra gli intervenuti si prende atto di una proposta di partecipazione elettorale, con collegamenti tecnici nei collegi senatoriali, ad un raggruppamento delle sinistre. Stanti i rapporti con i repubblicani, la decisione è però di «affrontare la competizione elettorale in piena autonomia e indipendenza sulla base degli indirizzi politici e delle linee programmatiche approvati dal Congresso».
Sul merito delle posizioni antagoniste nel PSd’A si diffonde un lungo articolo di Umberto Secci su Rinascita Sarda, 10 marzo 1968. E’, fra l’altro, data la parola anche all’on. Nino Ruiu – appartenente alla minoranza sardista in rottura con la segreteria politica – chiamato a spiegare il perché la sua parte rigetti «ogni forma di collaborazione con i comunisti». Questa la risposta: «Lotta unitaria e frontismo, per noi, non sono stati mai sinonimi. Noi non rifiutiamo la prima, respingiamo la seconda. Una lotta unitaria può trovarci disponibili quando siano condivisi obiettivi e strumenti. Il frontismo è, invece, un modo acritico di realizzare collaborazioni e solidarietà, che cristallizza le situazioni politiche allo stato in cui sono, ponendo un velo di natura amministrativa e elettoralistica sulle differenze che esistono fra formazioni politiche come quella sardista e quella comunista. E’ solo un modo di rispondere in termini di potere alla serie di domande che la vita politica italiana pone ai partiti e che esigono risposte su di un piano diverso».
E più oltre: «Le battaglie politiche che oggi si combattono in un paese come il nostro si prestano sempre meno alla radicalizzazione dei comportamenti dei partiti: posizioni articolate, soluzioni diverse su queste battaglie presuppongono articolazioni e diversificazioni negli atteggiamenti delle forze politiche. Peraltro sui temi che interessano, in questo momento, il partito sardo, quali il meridionalismo degli anni settanta, la qualificazione della spesa pubblica, il blocco di quella corrente, una politica dei redditi, il corretto funzionamento degli istituti democratici, non ci sembra che il partito comunista possa offrire molti punti di convergenza».
E infine, ribattendo all’accusa di aver rovesciato i giudizi espressi al congresso di Ozieri del 1965 circa il centro-sinistra e le sue insufficienze: «Le nostre posizioni mancarono, in quella occasione, della necessaria chiarezza. Il nostro atteggiamento partiva da una costatazione che, pur motivata diversamente, portava ad una unica conclusione. La esperienza di centrosinistra fino a quel momento vissuta, sulla terraferma e in Sardegna, mostrava già la corda della sua debolezza nell’affrontare i più importanti problemi della politica nazionale e regionale. Ora, pur riconoscendo che la congiuntura economica sfavorevole aveva avuto non piccola parte nel processo involutivo del nuovo schieramento, denunciavamo apertamente le responsabilità che, secondo noi, ricadevano sui due maggiori partiti del centrosinistra, accusati di avere realizzato un semplice schieramento di governo, privo di contenuti innovatori ed isterilito in una contesta di potere fine a se stessa. Una tale situazione comportava, a nostro avviso, per il PSd’A, l’aggiornamento di alcune sue tesi e posizioni sulla rivendicazione nei confronti dello Stato e sui rapporti con la destra DC. La rivendicazione doveva uscire cioè dagli schemi assolutamente quantitativi fino a quel momento fatti valere, così da spostare la “contestazione” con Roma sul piano delle specializzazioni regionali e, quindi, sul disegno economico da realizzare per la Sardegna. Altro grosso tema portato all’attenzione dei congressisti, sempre in quella occasione, fu quello della necessità che il PSd’A, per primo, tentasse un bilancio seriamente critico della esperienza autonomistica chiarendo responsabilità e meriti (non molti, invero) con assoluta spregiudicatezza, facendo, se del caso, anche un po’ di autocritica. Come si vede non si trattò, da parte nostra, di lotta al centrosinistra in sé, ma di polemica nei confronti di certi suoi contenuti che ci apparivano come la strada per un ritorno e semplice al centrismo. Tutti questi discorsi passarono attraverso i temi dell’organizzazione del partito e della necessità di ristabilire quella dialettica interna che da tempo non solo languiva ma era addirittura guardata con sospetto».

19 – Sul n. 4-5 del 15 febbraio-15 marzo 1968 de La Tribuna della Sardegna un redazionale attribuibile a Bruno Josto Anedda così commenta le ultime novità: «Un nuovo partito sta sorgendo in Sardegna: si tratta del Partito Sardo Autonomista. Esso verrà costituito con la ratifica, che avverrà in un congresso appositamente indetto, di una carta statutaria e di un documento contestativo della validità del recente congresso sardista indetto a Cagliari dall’on. G.B. Melis.
«Circa la non rappresentatività del Congresso sardista di Cagliari si sono espressi anche uomini al di sopra della mischia come gli avvocati Mastino e Oggiano, tra i fondatori del Partito Sardo, che l’hanno apertamente giudicato quale congresso “di corrente”.
«Lo stesso svolgimento dei lavori congressuali di Cagliari avallerebbe la tesi della cosiddetta “minoranza autonomistica”. Infatti, dopo accorati appelli all’unità del partito, la corrente scissionista decise di inviare un delegato al Congresso per esprimere, tramite suo, i motivi del dissenso dalla “linea Melis” e le critiche circa la rappresentatività del Congresso stesso. Fu designato a tale scopo il dott. Armando Corona, consigliere provinciale sardista. Ma giunto alla Fiera, dove si svolgevano i lavori, il dott. Corona venne a sapere che gli sarebbe stato concesso di parlare.
«In seguito a questi fatti la minoranza autonomista ha ritenuto di non poter restare più dentro il Partito Sardo d’Azione e ha deciso di costituire un nuovo partito che vorrebbe essere il vero depositario del filone politico sardista, tanto più che nel Congresso di Cagliari è stato persino accettato di modificare lo statuto del partito secondo le pressioni “federaliste” e “rivoluzionarie”».
Di seguito a tale nota, un’altra breve dal titolo “Il PRI da solo alle politiche”: «Il Partito Repubblicano si presenterà in Sardegna con una lista “edera” costituita autonomamente. La Direzione regionale del PRI ha infatti deciso – e La Malfa ne ha preso atto – che, vista la situazione ed esaminati i risultati del Congresso sardista di Cagliari, un accordo elettorale era pressoché impossibile.
«A parte la questione dell’autonomia statuale, richiesta non meglio chiaramente dai sardisti di Melis, altre impostazioni politiche dividono ormai i due partiti: ad esempio il giudizio diverso sulla politica dei redditi, sulla politica meridionalistica, sulla revisione critica dell’autonomia regione etc.».

20 – Questo il testo integrale del messaggio elettorale di Pietro Mastino:
«Caro Amico, come saprai le elezioni politiche, relative tanto all’elezione dei deputati, quanto a quella dei senatori, avranno luogo il 19 Maggio prossimo.
«A questo proposito, devo spiegarti una situazione, che si è creata e che potrebbe portare ad errori, che è necessario evitare e, perciò, ti scrivo.
«Il nostro simbolo, quello che bisogna segnare, votando per i Sardisti è quello dell’Edera. Ciò perché, nel Congresso recente di Cagliari, è stato cambiato il vecchio programma; prima eravamo solo autonomisti, adesso, secondo il cosiddetto congresso, dovremmo diventare separatisti. Noi siamo quello che eravamo, sardisti autonomisti ma non separatisti, sia perché italiani, sia perché la Sardegna, separata dal continente italiano, non potrebbe vivere.
«I nuovi sardisti, che hanno modificato il vecchio statuto e che hanno, così, creato un nuovo partito, hanno mantenuto il vecchio simbolo dei quattro mori, per quanto abbiano cambiato le idee.
«I nostri amici, così come cinque anni fa, sono candidati nelle liste dell’Edera, alleati con il Partito Repubblicano Italiano che da decenni conduce al nostro fianco la battaglia per l’affermazione delle idee Autonomiste.
«E’ perciò che mi permetto di invitarti a votare e far votare sardista segnando il simbolo dell’Edera, e per la Camera dei Deputati e per il Senato. Ti unisco i fac-simili della scheda con il nostro simbolo già segnato.
«Saluti sardisti, Pietro Mastino». Carte Mastino, in Repertorio.

21 – Pur parziale, ecco una rassegna degli articoli di stampa che trattano della formazione e presentazione della lista PRI-sardoautonomisti alle elezioni del 19 maggio 1968: L’Unione Sarda (“Scelti i candidati per la lista del PRI”), La Nuova Sardegna (“Senza clamori e senza spreco di quattrini la campagna elettorale del partito repubblicano” e “I sardisti autonomisti organizzano un congresso”), Il Tempo (“Annunciata la lista del PRI collegata ai sardisti autonomisti”), 20 marzo; L’Unione Sarda (“Esposto agli elettori il programma del PRI”), La Nuova Sardegna (“PSIUP e PRI presentano i loro temi elettorali”), Il Tempo (“L’autonomia funzionale del porto per dilatare i traffici a Cagliari. In una conferenza stampa tenuta dal segretario regionale del PRI sono stati enunciati i problemi che debbono essere risolti per accentuare lo sviluppo economico dell’Isola”), AGI (“Programma regionale partito repubblicano”), 26 aprile; Sassari Sera (“Una lista di oriundi. Un caso in condominio tra repubblicani e PSU” e “Appoggia i repubblicani il leader socialista di Calangianus”), 15 maggio 1968.
22 – La Nuova Sardegna, 8 maggio 1968; La Voce Repubblicana, 8.9 maggio 1968.
Un lungo articolo sulla prima pagina de La Nuova Sardegna, 16 maggio 1968, a firma di Alberto Mario Saba espone nel dettaglio indirizzi e impegni dei repubblicani sardi ora al giudizio elettorale (“La lista del PRI”).

23 – Il Partito Sardo d’Azione raccoglie 27.211, pari al 3,61 per cento, dimostrando di aver recuperato molto rispetto al risultato della lista Edera del 1963 e compensato in buona misura quanto perduto con l’allontanamento degli autonomisti.
24 – Interessante anche la rassegna delle preferenze raccolte dall’elettorato: i primi cinque sono tutti appartenenti al dissenso sardista: Maccioni 3.098, Marcello 2696, Corona 2.583, Racugno 1.760; seguono tre repubblicani: Puddu 1.328, Saba 1.274, Marini 1.239; quindi l’indipendente Porqueddu 1.105, i sardo-autonomisti Mele 913 ed Uras 909, i repubblicani Concas 713, Anedda 685, Cecchini 673; in coda alternandosi sardo-autonomisti e repubblicani: Bellisai 642, Capurso 429, Caredda 226, Pittalis 133.
25 – La Voce Repubblicana, 4.5 giugno 1968 (“Sardegna: una spinta nuova ai contenuti dell’autonomia”).
26 – Carte Mastino, in Repertorio.
27 – Questo il testo completo della dichiarazione:
«Devo poche parole di risposta ai due comunicati del PSd’Azione che mi riguardano e risponderò – pacatamente, come quello che non si sente toccato dalle accuse e, tanto meno, dalla condanna.
«Io non ho tradito il Partito Sardo e sono rimasto fedele a quel programma autonomista che nel 1963 ci ha consentito di presentare, come candidati alla Camera dei Deputati, esponenti del Partito Sardo, inclusi nella lista repubblicana, sotto il simbolo dell’Edera, e di avere, così, un rappresentante in tale assemblea.
«Non ho mai appartenuto al partito che, mantenendo lo stesso nome e lo stesso emblema, ha, nel congresso del 25 febbraio ’68, modificato il programma precedente.
«Quanto affermo era, ed è, risaputo dai comitati punitivi, fin da quando, nel 27 novembre 1967, abbandonai, con un gruppo di amici, in Oristano, la riunione del direttivo regionale, in quanto uomini responsabili della direzione del partito, in presenza del direttore regionale, che non ebbe a formulare proteste od obiezioni, sostennero la necessità di un nuovo e diverso programma, di contenuto separatista. Non intervenni, poi, al congresso di Cagliari sopra ricordato e, di proposito, non ritirai la tessera del partito, per quanto invitato, per il corrente anno.
«I componenti dei due comitati sanno tutto ciò, ma tacciono in proposito perché, altrimenti, dovrebbero confessare l’impossibilità di espellermi da un partito al quale non ho mai appartenuto.
«Ma più grave è il silenzio dei dirigenti il nuovo partito di fronte all’accusa di separatismo, contenuta anche nella mia lettera incriminata. A questo proposito, sarebbe importante sapere se sia esatto che l’accordo raggiunto nel 1963, per la presentazione di candidati sardisti sotto il simbolo dell’Edera ed assieme ai candidati repubblicani, sia stato riproposto, dal direttore del Partito Sardo, per le recenti elezioni, e sia stato, però, respinto dalla direzione nazionale del Partito Repubblicano e dalla direzione regionale in Sardegna, per le affermazioni separatiste contenute nel programma approvato nel congresso di Cagliari.
«L’interpretazione del programma su questo punto, non è da cercare solo nella sua formulazione, appositamente nebulosa e contorta, ma principalmente in quello che i candidati sotto l’emblema dei Quattro Mori ebbero a sostenere nei comizi ed a dichiarare prima sui giornali. Basta ricordare quanto nel periodico “Tribuna della Sardegna” del 16.30 novembre 1967 n. 19 scrisse uno dei candidati e che trascriviamo: “Sono separatista davvero, cioè con questo obiettivo: repubblica di Sardegna… ripeto sono separatista e propongo e difendo la Sardegna come Stato indipendente”. Queste affermazioni erano ignorate da quelli che, poi, furono candidati assieme a chi bandiva questo credo? E’ assurdo anche il supporlo.
«Il programma ed il proposito di una Sardegna separata dall’Italia non solo non mi sembra politicamente serio, ma non so come ci siano avvocati che tentino di sostenerlo (come è stato fatto in qualche comizio recentemente) in nome dei Sardi “caduti in guerra”.
«Nel concludere, mi permetto ricordare, a taluno degli ex amici, che sono stato sempre vicino a lui ed alla sua famiglia in tutte le occasioni, anche in quelle dolorose e che non mi attendevo di essere qualificato, ingiustamente, traditore e chiamato rinnegato e di ricordargli, allo stesso tempo, che anche i combattenti politici dovrebbero non insuperbire nella vittoria e sapere sopportare con dignità le sconfitte».
E’ indubbiamente, Mastino, una personalità fra le più cospicue della Sardegna del Novecento per la trasversalità dei suoi interessi e delle sue esperienze: per la cultura umanistica, letteraria e storica e non soltanto giuridica, per la prestigiosa e durevole pratica professionale, per la lunga militanza politica ed il servizio istituzionale (prima della grande guerra sul fronte degli antiprotezionisti, quindi come deputato per tre legislature prima del fascismo, come consultore nazionale nel 1945 e sottosegretario al Tesoro con delega ai danni di guerra nei governi Parri e I De Gasperi, come deputato costituente, come senatore di diritto nella prima legislatura repubblicana, nonché come sindaco di Nuoro dall’estate 1956 e sino alla fine del decennio (è lui ad accogliere le spoglie della Deledda per la tumulazione nella chiesetta della Solitudine, nel 1959).
Figlio nuorese di avvocato bosano (allora con cognome Mastinu), liceale a Sassari e studente universitario a Torino, laureatosi in giurisprudenza nel 1905 all’età di 22 anni, è stato giovanissimo consigliere comunale della sua città e consigliere provinciale di Sassari (essendo il Nuorese un circondario della seconda provincia isolana); ha celebrato nel 1914 Sebastiano Satta spentosi dopo lungo soffrire, e come ufficiale nella guerra 1915-18 (non al fronte però) è stato tra i promotori in Sardegna dell’Associazione nazionale dei combattenti e da essa ha avviato la sua missione politica, esaltata poi dall’Aventino e dalla opposizione al fascismo (per cui è stato degradato e sorvegliato dall’OVRA); da parlamentare repubblicano ha rinunciato all’indennità, al pari del suo collega Luigi Oggiano…
Deceduto in Nuoro il 14 marzo 1969 sarà commemorato in Consiglio regionale, nella seduta del 27 successivo, dall’on. Nino Ruiu. Ecco le sue parole:
«Il 4 marzo scorso Pietro Mastino ha chiuso la sua esistenza. La storia della Sardegna perde con lui un protagonista, certamente fra i maggiori, delle vicende di questo nostro secolo.
«Ed a ben guardare a questi ultimi 70 anni, non si può dire che siano mancati avvenimenti di grande rilievo. Il popolo sardo vive la sua grande stagione di fede in un avvenire migliore. Movimento dei combattenti, partito sardo d’azione, l’antifascismo, l’autonomia, la rinascita sono i momenti esaltanti di questa stagione, e Pietro Mastino non manca ad alcuno di questi appuntamenti. La sua biografia politica non sarebbe però completa senza un riferimento agli anni antecedenti a quelli del combattentismo. D’altro canto nel 1912 la sua firma si unisce a quella di Attilio Deffenu e di Francesco Dore, il deputato di Olzai, nel sottoscrivere, insieme ai primi meridionalisti di allora, il manifesto contro il protezionismo. Risaliamo così, era nato Mastino nel 1883, a quell’inizio del secolo, che è visto ormai da molti studiosi come un crogiuolo di energie e di intelligenze tutte tese al recupero dei valori libertari e democratici del Risorgimento italiano. Salvemini, Fortunato, Ghisleri, De Viti De Marco, Villari, Colajanni sono solo alcuni dei nomi che dominarono la scena della politica e della cultura di quel periodi. E Pietro Mastino ebbe rapporti direttamente o indirettamente con tutti questi.
«In quel tempo la democrazia italiana, alla ricerca di un maestro autentico, scopriva Carlo Cattaneo e ritrovava così quel grande filone che la ricollegava al movimento democratico del Risorgimento. Fu quindi ad uomini che attinsero a questo insegnamento che si offrì l’occasione di un’esperienza organizzativa come quella del combattentismo del 15-18.
«Fu all’incontro di grandi aspirazioni ideali e di profonde esigenze sociali che trarranno origine le successive vicende cui ho già fatto riferimento. Mastino politico non è però tanto qui. Qui stanno le sue vittorie e le sue sconfitte, i grandi slanci ed i forzati ozi. Egli che concepiva l’attività politica come un servizio sociale non amava esporsi alla luce dei riflettori. Soprattutto era convinto che non vale la pena recitare sulla scena della vita senza che il coro partecipi al dramma dei protagonisti. Ed il coro per lui è stato sempre l’intero popolo sardo. Aveva bisogno di sentirlo vicino alle sue idee e per questo faceva ogni sforzo per rendere accessibili a tutti i temi della sua battaglia.
«E per questo parve a taluno l’effetto di un certo provincializzarsi della sua cultura politica. Niente di più falso! Fu l’esigenza di quel vivere insieme con la sua città e con il suo popolo che talvolta lo portò ad insistere su posizioni e moduli di azione giudicabili passatisti. Ed a conferma di questo assunto valga il ricordo di Mastino sindaco di Nuoro. Una esperienza che lui ancora qualche settimana prima della morte ricordava con tanto entusiasmo e con un’evidente punta di melanconia. D’altro canto Pietro Mastino sapeva come attendere che il ritardo fra lui e gli altri si colmasse. Si chiudeva nella sua biblioteca e li cercava la sua grande comunione con i letterati ed i poeti. Poteva accadere così che a un amico che egli ebbe particolarmente caro e che gli lasciò un registratore con la preghiera che vi raccogliesse episodi della sua vita politica e di quella forense, restituì il nastro magnetico con l’incisione di tantissime poesie da Dante a Foscolo, da Satta a Quasimodo, tutte recitate in modo stupendo.
«Uomo di grande idealità, fu un idealista senza illusioni. Ed a essere tale contribuì certamente la sua professione di avvocato. La necessità di adattare l’esigenza del professionismo giuridico alle molteplicità delle vicende umane lo induceva a diffidare degli schemi perfetti e delle verità prefabbricate.
«Ho parlato così di Mastino avvocato. Solo un cenno che richiama alla memoria mia e dei miei colleghi del liceo il primo incontro con lui: ci spingeva nelle aule del Tribunale l’affettuoso consiglio di un altro maestro di scienza e di vita, il prof. Giovanni Pittalis, anche lui defunto. Andate a sentire l’avvocato Mastino: sentirete rivivere l’oratore romano, ci diceva. Ignoravo allora che questo era solo un aspetto della sua ricchissima umanità». In Resoconti consiliari del Consiglio Regionale della Sardegna, V legislatura, CCCXXVI seduta, 27 marzo 1969, p. 7106.
Con una lettera da Nuoro datata 20 maggio 1968, il sen. Luigi Oggiano esprime «Al sig. Presidente della Sezione del Partito Sardo d’Azione» di Nuoro i suoi sentimenti di amarezza: «Leggo sulla stampa isolana il testo del gravissimo provvedimento adottato nei riguardi del Senatore Mastino e dell’on. Puligheddu. Ne ho grande cocente dolore. Ciò non doveva avvenire. A parte ogni altra considerazione, tale decisione porta a distruggere le speranze, che io non abbandonavo, di un’opera volta a riavvicinare e riunire nella unità del Partito le parti nelle quali esso ha finito per essere lacerato.
«Peppino Puligheddu era ininterrottamente e impegnativamente nella battaglia sardista da ragazzo.
«Il Senatore Mastino era sempre presente, dai primi movimenti che portarono alla formazione del Partito, e quindi alla fondazione di esso, e in tutte le vicende (anche le più gravi e pericolose) attraverso le quali il Partito è rimasto vivo ed operante, ed ha potuto degnamente, vittoriosamente affermarsi. La storia parlamentare e civile non hanno potuto mai, e mai potranno, ignorare il suo nome e tacere della sua attività.
«Come tutto questo si è potuto dimenticare? Che rimane da fare a me suo inseparabile compagno in quasi cinquant’anni di lotte? Tirarmi definitivamente in disparte e attendere – melanconicamente ripensando e rivivendo il passato non indegno – il definitivo tramonto». Carte Mastino, in Repertorio.

28 – AGI, 24 settembre 1968. La Nuova Sardegna, 4 gennaio 1969 dà conto della prossima apertura di una sede a Cagliari (nella via Malta) e della adozione, quale proprio simbolo, dei quattro mori (ma si opterà successivamente, per non confondersi e ulteriormente polemizzare con il PSd’A, per la sagoma della Sardegna). La nota del quotidiano sassarese aggiunge: «Il manifesto programmatico che svolge una critica serrata alla funzione dei partiti nella situazione odierna, sarebbe stato consegnato anche alla direzione regionale del PRI in vista della possibilità di un patto d’azione per le imminenti elezioni regionali. Stando ad alcune attendibili indiscrezioni sembra che questo sia il risultato del fermo atteggiamento assunto dai repubblicani sardi che si sono rifiutati finora di operare una fusione con i sardisti autonomisti senza prima sottoporre a verifica il loro programma e la loro volontà politica. Nella prossima settimana dovrebbero iniziare ufficialmente le trattative tra le delegazioni dei due nuovi schieramenti politici isolani».
29 – La Nuova Sardegna, 5 giugno 1968 e La Voce Repubblicana, 10.11 giugno 1968.
30 -
31 – Il Tempo, 2 ottobre 1968: «Questa intesa [con le forze della sinistra], che dovrebbe avvenire su problemi concreti di politica regionale, tenderebbe a condizionare l’azione della DC ritenuta dai repubblicani moderatrice, frammentaria e vuota di seri contenuti politici. I repubblicani ritengono infatti che sulla politica della Giunta Del Rio – quale si riconferma dall’esame del bilancio di previsione per il 1969 – sia da esprimere un giudizio negativo».
32 – L’Unione Sarda, La Nuova Sardegna e Il Tempo, 2 ottobre 1968.
33 – L’Unione Sarda e La Nuova Sardegna, 19 ottobre 1968 e La Voce Repubblicana, 21.22 ottobre 1968. Così per quanto attiene alla «dolorosa situazione delle zone interne dell’isola»: «I repubblicani chiedono un più decisivo intervento dello Stato nei settori infrastrutturali e dei lavori pubblici. Chiedono anche che vengano riformate in senso più democratico le leggi penali, soprattutto per quanto riguarda la sollecitudine del procedimento e il diritto della difesa e che si abbandonino sistemi di lotta contro il banditismo che, odiosi alle popolazioni avvilite, dimostrano di essere praticamente inefficaci.
«Per quanto concerne la situazione economica del Nuorese, i repubblicani credono che si debba decretare la fine dell’attività pastorale nomade in quanto espressione di una profonda arretratezza economica e che venga riesaminata, dalle autorità regionali, la possibilità di istituire aziende agricole prevalentemente dedite alla vitivinicoltura e che venga sostenuto un massiccio sforzo verso il rimboschimento lasciando che il pascolo venga mantenuto in vita solo ove estensioni di terreno sufficienti e abbondanza di approvvigionamenti idrici consentano di istallare aziende moderne per dimensioni, specializzazione e competitività».

34 – Questo l’incipit: «Il PRI è chiamato oggi a rispondere all’interrogativo, carico di preoccupazioni, dell’opinione pubblica italiana: quali le prospettive per un’azione politica più incisiva? Nella discussione su questo interrogativo anche la Sardegna ritiene di poter dire qualcosa con la speranza che non si ripetano, estesi a tutto il Paese (con le istituende Regioni ordinarie), gli errori ed i ritardi da essa sperimentati in vent’anni di Regione Autonoma a statuto speciale».
Della commissione per il programma fanno parte il segretario Anedda, Aldo Brigaglia, Gianni Mereu, Raffaello Puddu e Giovanni Satta. Cf. L’Edera, nn. 7-9/giugno luglio 1969.

35 – AGI, 22 novembre 1968.
36 – Il 30° Congresso nazionale del PRI. Atti e risoluzioni, Roma, Edizioni della Voce, 1971, pp. 46 e 179.
37 – Ibidem, p. 52. Cf. La Voce Repubblicana, 9.10 novembre 1968.
38 – Ibidem, pp. 209, 211-212. Nel dibattito interviene anche Federico Augusto Perini-Bembo, demodossalogo, che tratta essenzialmente problemi scolastici e postscolastico ed istituzionali. Così su La Voce Repubblicana, 9.10 novembre 1968 è sintetizzato il suo discorso: «Nel campo delle circoscrizioni amministrative [auspica] l’istituzione di piccoli comuni, e nei centri urbani, di quartieri civici, atti a sviluppare una coscienza civica solidaristica; viceversa per compiti ben più complessi e costosi si rendono necessari consorzi di comuni cointeressati a servizi di interesse comune. Questi sono i comprensori, con funzioni economiche, sociali ed anche etico-culturali. Conseguentemente le regioni costituiscono il gradino superiore agli interessi particolaristici delle strutture e delle infrastrutture comprensoriali, colonne portanti dello stato nuovo, non solo quali giurisdizioni amministrative, ma componenti socio-politiche autonome che concorrono alla costruzione dell’unità statuale Lo Stato, a sua volta, deve garantire e coordinare le autonomie regionali, superando gli attuali numerosi squilibri. In Sardegna, ad esempio, vi sono problemi di basilare importanza, come quelli del ridimensionamento della pastorizia, conseguenti trasformazioni ed iniziative economiche, il rimboschimento, i trasporti. Anche per queste vie può ripristinarsi l’ordine pubblico. [L’imminente istituzione delle regioni] non può non portare alla soppressione dei consigli provinciali. [Conclude indicando i problemi che ritiene prioritari]: decentramento amministrativo di concerto con l’impostazione della politica dei redditi e con la programmazione; diritto di famiglia e divorzio connesso con la bilaterale revisione del concordato in armonia alla naturale evoluzione della realtà sociale, semplificazione ed accelerazione delle procedure giudiziarie che finiscono per strangolare molte volte il diritto sostanziale, riforma tributaria, problemi relativi alla previdenza, assistenza, ordinamento sindacale, risoluzione delle vertenze collettive di lavoro, riforme costituzionali a partire dalla riforma del Senato».
Su La Voce Repubblicana, il prof. Perini Bembo pubblicherà a puntate una lunga intervista sulla riforma della scuola: in 5.6 e 8.9 settembre 1968.
Sulla delegazione sarda cf. La Nuova Sardegna, 7 novembre 1968.

39 – L’esordiente Anedda raccoglie 30.190 voti, piazzandosi al 40° posto su 89 eletti.
40 – L’Unione Sarda, La Nuova Sardegna, Il Tempo, Il Giornale d’Italia, 4 febbraio 1969; AGI, 7 febbraio 1969; Sassari Sera, 15-28 febbraio 1969. Prima di lasciare Cagliari, Battaglia rende visita di cortesia al Movimento Sardista Autonomista nella sua nuova sede cittadina, inaugurata nell’occasione.
41 – L’Unione Sarda, 21 e 23 marzo 1969; La Nuova Sardegna, 22 marzo 1969 (in prima pagina su quattro colonne “I repubblicani scendono in lizza senza chiusure pregiudiziali a sinistra”); Il Tempo, 23 marzo 1969 (“La Sardegna può – può essere migliore”); Il Giornale d’Italia, 24.25 marzo 1969 (“La Sardegna può – essere migliore”); AGI, 21, 22 e 25 marzo 1969.
La Voce Repubblicana, 29.30 marzo 1969 offre un’ampia sintesi del libro programmatico ed una rassegna dei commenti pubblicati dalla stampa. Rilevante lo spazio riservato alla iniziativa repubblicana dal Gazzettino sardo della RAI nella edizione delle ore 14 del 22 marzo: «Secondo i repubblicani un rilancio dell’autonomia lo si potrà avere grazie ad un inserimento concreto della Regione nelle fasi di elaborazione e attuazione della programmazione nazionale e precisamente nella fase di allocazione settoriale e geografica delle risorse. Il programma dei repubblicani sollecitata l’impegno concreto di tutti i sardi, chiamati ad esprimere con maggiore consapevolezza una classe politica che sappia svolgere con coraggio il compito di rivendicare l’autonomia e di chiarire le funzioni e i rapporti tra Stato e Regione.
«Gli stessi sardi dovranno essere chiamati ad una più concreta partecipazione alle scelte del potere pubblico, la cui gestione potrà essere realmente democratica solo se la Regione chiamerà più frequentemente, intorno al tavolo delle decisioni, le forze democratiche e i ceti operai, professionali e culturali».
Il giornale del partito dà crescente spazio alle collaborazioni isolane. L’editoriale del 7.8 dicembre 1968 siglato t.s. (“Esperienze da considerare”) affronta la questione dell’ordinamento regionale, fra esperienze consolidate delle autonomie speciali e previsioni relative alle istituende a statuto ordinario e giudica un comportamento anomalo, e preoccupante se da considerarsi un precedente, tratto proprio dalle delibere legislative della Regione sarda: «Il Consiglio di quella regione approvò nel luglio del 1963 una legge con cui veniva finalmente concesso al personale uno stato giuridico che ricavava quello dei dipendenti dello Stato con alcuni sensibili miglioramenti. Il personale usciva dalla schiavitù dell’avventiziato che da circa tre lustri costringeva entro condizioni di estrema aleatorietà la stabilità del posto, rispetto ai “politici”. Ma dippiù in questo processo di legalizzazione del rapporto di servizio venne previsto che le assunzioni sarebbero state per il futuro effettuate per concorso, il sistema di reclutamento per discriminazione politica e clientelare sembrava finito. Ma il demonio, il maligno legislativo che presiede ai fatti dell’amministrazione, pensò bene di collocare tra le molte norme un articolo in base al quale i posti vacanti sarebbero stati messi a concorso dopo l’entrata in vigore della legge sul trattamento economico definitivo. Si ha da sapere, infatti, che allora – ed oggi le cose non sono diverse – il personale della Regione fruiva stipendi superiori a quelli statali in virtù di una indennità “di primo impianto” pari al 50 per cento dello stipendio, che si percepiva e si percepisce quanto l’impianto non solo è fatto ma addirittura è vecchio.
«La norma, che condizionava i concorsi ad una diversa dimensione degli stipendi, aveva il fine specifico di porre un’alternativa dura e precisa alla Giunta regionale: o proporsi un trattamento economico non provvisorio ovvero non potrai più assumere.
«Ma ben si sa, per l’esperienza dello Stato, del parastato e degli enti locali, la assenza di concorsi non frena la necessità di personale. A parte la legge di Parkinson, secondo cui lo sviluppo burocrazia è più che proporzionale all’aumento delle funzioni, una Regione su cui veniva scaricata la spesa di alcune centinaia di miliardi col Piano di Rinascita, non poteva fare a meno di nuovi impiegati. La soluzione più logica non poteva che essere: fissare il trattamento economico e bandire i concorsi. Ma si dà il caso che nel 1965 vi fosse il rinnovo del Consiglio regionale e una legge non gradita al personale avrebbe potuto limitarne la fedeltà preeelettorale… Il Consiglio regionale ha taciuto e dopo alcuni anni ha dovuto approvare una legge che fa diventare “avventizi” quanti sono stati assunti illegalmente. Ancora una volta cioè ha dovuto legittimare le assunzioni e tradire i propositi garantistici fissati in una propria legge. Un proverbio sardo dice: “cinquanta centesimi sopra le corna”. Vale a dire l’assemblea rappresentativa è stata beffata triplamente: quando non è stato definito il trattamento economico del personale, quando sono stati assunti impiegati a centinaia senza concorso, infine quando è stata costretta d approvare una legge, anzi due, di sanatoria della situazione creatasi…».
E più oltre: «Se si pensa all’attuale Giunta sarda di centro-sinistra zoppo (mancano i repubblicani-sardisti autonomisti) ed al suo modo di sopravvivere sul saldo attivo tra “franchi votatori” e “franchi tiratori” vi è da chiedersi a che serve il rapporto fiduciario tra esecutivo e legislativo. Si aggiunga la “familiarità” che regna tra maggioranza ed opposizione, non in assemblea, ma nelle opere di sottogoverno, nell’incremento di quegli organi “neutri” quali la presidenza della assemblea, le commissioni di indagine ecc. e ci troveremmo davanti ad un guazzabuglio nel quale la assemblea elettiva perde il suo carattere di indipendenza e rappresentatività per ridursi ad una gestione subordinata e burocratica dell’opposizione e del governo secondo gli occasionali indirizzi della giunta».
E nella conclusione: «L’esistenza della Regione comporta l’eliminazione dell’ingiustizia nell’azione amministrativa del funzionario statale, solo apparentemente apolitico, che dietro l’inserimento della subordinazione al “superiore Ministero” riempie di arbitrio la propria sfera di discrezionalità. Arricchisce la vita dei rapporti tra cittadino e amministratori di una legalità nuova, fondata sulla puntuale corrispondenza delle decisioni alle esigenze della collettività, non in modo astratto ma concreto e reale. In questo quadro le Regioni sono l’ultima occasione per riformare lo Stato italiano nell’epoca moderna, ma debbono essere concepite e funzionare come modelli per la insaturazione di nuove relazioni tra le diverse sfere di organi e collettività civili».
Fra gli altri articoli che La Voce Repubblicana accoglie dalla Sardegna in questo periodo, mostrandosi così interessata al pubblico dei lettori dell’Isola, possono ricordarsi anche i seguenti: “Che succede all’Istituto chimico policattedra di Cagliari?”, anonimo, il 7.8 dicembre 1968; “L’abuso della giustizia”, editoriale a firma di Alberto Mario Saba, il 13.14 gennaio 1969; “speciali” il 28 febbraio-1° marzo e il 17.18 marzo 1969 con articoli sullo sviluppo economico regionale (di Gianni Mereu), sulla crisi occupativa (di Efisio Medda), sui nuovi indirizzi dell’agricoltura, sulla estraneità dei cittadini dalla vita economica nazionale (di Alberto Mario Saba), sullo stato delle zone interne rispetto alle costiere, sulla programmazione (di Giovanni Satta), sul parco del Gennargentu (di Gianni Mereu), sul porto industriale di Cagliari ecc. Sul porto container e quello commerciale di Cagliari presenterà una interpellanza, a maggio, l’on. Oscar Mammì. Cf. La Voce Repubblicana, 12.13 maggio 1969.

42 – L’Unione Sarda, 29 ottobre 1968, La Nuova Sardegna, 29 ottobre 1968. Intanto una frattura nel la sezione sardista di Carbonia porta alla costituzione – presente Armando Corona – di un nucleo autonomista sulcitano facente capo al MSA (segretario Mario Tuveri): cf. L’Unione Sarda, 11 e 14 gennaio 1969; La Nuova Sardegna, 10 e 11 gennaio 1969. Degli autonomisti sulcitani La Voce Repubblicana, 28 febbraio-1° marzo 1969 pubblica un comunicato relativo alla diffusa povertà locale e di contestazione al bando di concorso per cento allievi minatori emesso dall’ENEL che parrebbe penalizzare ulteriormente il territorio.
43 –La Nuova Sardegna, 26 febbraio 1969 (“Il PRI respinge il metodo della DC”). «Il comitato provinciale di Cagliari del PRI, presa visione del programma elettorale approvato dalla segreteria provinciale della Democrazia Cristiana, nel rifiutare il metodo che vuole i giochi di potere interni al partito di maggioranza riportati nella vita pubblica, rileva la superficialità dell’impostazione politica democristiana, che non presta alcuna attenzione ai motivi profondi della crisi dell’autonomia regionale e non suggerisce concreti provvedimenti per il progresso economico e sociale dell’Isola. Chiede perciò alla direzione regionale del partito che su queste basi non partecipi a nessuna trattativa su eventuali future alleanze con la DC per la formazione della Giunta regionale».
La segreteria regionale raccoglie la «preoccupazione» manifestata «per un metodo di conduzione politica che pone in primo piano i problemi dell’equilibrio di potere mentre elude un approfondito esame delle cause dell’arretratezza isolana e della crisi dell’istituto regionale e non si sforza di studiare gli strumenti adatti per risolverla. Quello che posso assicurare – dichiara Anedda – è che i repubblicani sardi non considerano il centro-sinistra alla Regione come uno stato di necessità, anche se auspicano che esso possa realizzarsi. Ma perché si realizzi con la partecipazione di una componente ispirata alla politica repubblicana, è necessario che esso ponga alla base dell’accordo una serie di precisi interventi prioritari e che prenda coscienza della necessità di una autonomia vera e di una programmazione seria, secondo le linee tacciate nella nostra relazione programmatica».
Sulla polemica interviene Frumentario, nella sua rubrica “Al Caffè”, su La Nuova Sardegna, 28 febbraio 1969: «il partito repubblicano di Cagliari ha denunciato con aspra censura la manovra democristiana, dicendo press’a poco quel che qualsiasi elettore di buon senso avrebbe detto. E questo è molto importante. Infatti con tale sconfessione il partito repubblicano – che in sede nazionale affianca la maggioranza governativa e la integra per concessione più che per necessità – convalida in sede regionale una posizione autonoma e critica che tende a svilupparsi e a penetrare nelle convinzioni dell’opinione pubblica apartitica. E’ ancora un piccolo partito, ma le sue esili forze trarranno giovamento dall’accordo con i sardisti autonomisti e, soprattutto, dalla possibilità (inderogabile peraltro) di procedere a un’oculata scelta di candidature apartitiche, di gente onesta abituata a guadagnarsi il pane da sé. E’ quindi possibile che i repubblicani finiscano per rappresentare in Sardegna, a sinistra, quel che i liberali rappresentano a destra e cioè la moderazione e il buon senso».

44 – L’Unione Sarda, 9 marzo 1969.
45 – Il primo numero de L’Edera porta provocatoriamente in prima pagina, integrato nell’editoriale di presentazione, un passo del libro “rosso” di Mao Tse Tung: «Noi sosteniamo che bisogna contare sulle proprie forze. Noi speriamo di ricevere un aiuto dall’esterno, ma non dobbiamo farcene dipendenti; noi contiamo sui nostri sforzi, sulla forza creativa di tutto il nostro popolo». La circostanza pare non sfuggire agli organi di polizia che svolgono una inchiesta sull’episodio. Ne fa polemica l’Unità, 21 marzo 1969, che scrive di un «incredibile fino al limite del ridicolo».
Anche Il Tempo, 26 marzo 1969, si sofferma sul punto con un corsivo agrodolce siglato Kon.Rilevato come a fare da pendant al pensiero maoista compaia, nella seconda pagina, un pensiero di Giovanni Battista Tuveri, scrive: «L’ideologia e la politica di una nuova forza di sinistra, perseguite dalla penetrante analisi di Ugo La Malfa del momento storico, abbisognano, per manifestarsi anche in modo più diretto… di questi piccoli tocchi di maoismo che in tempi di contestazione non guastano mai. Il periodico di informazioni repubblicano ed il libro “Sardegna può (essere migliore)”… sono una raccolta di aspre critiche a vent’anni di autonomia regionale. Facile critica, aggiungiamo, perché, quale parte del mondo, oggi come ieri e come domani, non potrebbe essere migliore? Ciò che stupisce in questo sforzo analitico del PRI… è il mancato profondo esame delle cause che hanno portato la Sardegna di oggi al punto in cui è.
«La colpa del momento drammatico in cui si dibatte il popolo sardo è per il PRI della classe politica di ieri e di oggi, dei partiti presenti nello schieramento politico attuale: il PRI è ovviamente estraneo a questo sfacelo perché, pur adulto altrove, in Sardegna ha mosso i primi passi adesso. Ed ai primi vagiti in terra sarda già contesta elencando in sintesi di fuoco le carenze del settore economico, della conduzione politica, con i riflessi in tutti i settori».
E dopo aver citato Cattaneo chiamato in Sardegna da Asproni, conclude: «Il PRI contestando una situazione che è da rinnovare per moltissimi versi, aggiunge divisioni alle divisioni: non è che non debba trovare spazio nel contesto dei partiti politici, ma addentrandosi nel raggruppamento politico isolano non deve presumere di poter lanciare il primo sasso; tutti i reprobi gli altri, tutti santi i repubblicani. E’ veramente esagerata questa presunzione anche perché il PRI ha precise colpe: la colpa di aver alimentato un PSd’A portato a braccetto in moltissime occasioni, e poi abbandonato come uno straccio vecchio.
«La Sardegna non ha bisogno di un nuovo verbo né dei pensieri di Mao: ha bisogno soprattutto di unità, di concordia, di saggezza… Con il PRI o senza il PRI, se non spunterà il buonsenso nella nostra coscienza, se non nascerà la volontà di voler fare veramente, una buona volta, il nostro avvenire non vi sarà soluzione alcuna al nostro dramma secolare. Neppure La Malfa, con la sua ideologia, potrà trasformare in volontà sonante la nostra infantile, ereditaria e indelebile, rilassatezza mentale».

46 – La Nuova Sardegna, 1° marzo 1969; Sassari Sera, 15-28 febbraio 1969 (“A marzo i 4 mori autonomisti”). La data fissata inizialmente, e di cui è traccia nei trafiletti di stampa, è quella del 16 marzo.
47 – L’Unione Sarda, 21 marzo 1969 e La Nuova Sardegna, 17 marzo 1969.
48 – Ne scrive compiutamente Efisio Medda sulla prima pagina de La Voce Repubblicana, 8.9 marzo 1969 (“Fine legislatura in Sardegna. Ciascuno ha la sua legge”).
49 – L’Unione Sarda, 26 e 30 marzo 1969; L’Informatore del lunedì, 31 marzo 1969; La Nuova Sardegna, 28, 30 marzo e 1° aprile 1969; La Voce Repubblicana, 31 marzo-1° aprile 1969 (“La politica della sinistra di riforma punto fermo di fronte alla sinistra di confusione”). Cf. anche L’Edera, nn. 5-6/1969.
La visita cagliaritana di La Malfa è accompagnata, sulla prima pagina de La Voce Repubblicana, 29.30 marzo 1969, da un lungo e dotto articolo di Bruno Josto Anedda dal titolo “Un filo coerente”, che riepiloga il contesto internazionale e nazionale nel quale si inseriscono i problemi della Sardegna. Centrale sembra il seguente passo: «Noi vogliamo la rivalutazione delle autonomie. Ma ciò non significa separatismo perché, come ha ricordato La Malfa commemorando Dorso e come, prima di Dorso, avevano detto Asproni e Cattaneo, autonomia significa arricchimento del rapporto tra Stato e cittadino e quindi arricchimento dello stesso Stato. Rivalutazione delle autonomie non significa neanche negazione della programmazione nazionale, bensì una sua maggiore specificazione operativa sia sul piano politico che sul piano tecnico e amministrativo. Non va dimenticato infatti che tre sono le funzioni fondamentali della programmazione: la accumulazione delle risorse necessarie per finanziare la politica di sviluppo, la funzione di stabilità di sviluppo necessaria ad evitare i pericoli della situazione congiunturale, la funzione di allocazione settoriale geografica delle risorse. Le prime due funzioni sono proprie dell’apparato statale, ma la terza, necessariamente, in una società democratica, deve articolarsi sulla base delle istanze avanzate dalle regioni, lasciando a queste la realizzazione completa degli interventi concordati. Ciò implica anche il problema della revisione del bilancio dello Stato per giungere ad un bilancio di cassa, regionalizzato nelle spese in conto capitale, il che renderebbe tra l’altro possibile verificare la volontà regionalista dei governi».

50 – L’Unione Sarda, 1° aprile 1969 e La Nuova Sardegna, 29 marzo 1969; La Voce Repubblicana, 1°.2 aprile 1969.
51 – La Voce Repubblicana, 9.10 maggio 1969.
52 – Non è soltanto la grande stampa, ma anche quella minore che, più legata a un solo territorio, ritiene di avere “il polso” dell’opinione diffusa. Così, ad esempio, Sassari Sera, 31 marzo 1969 (“Frana nella DC olbiense a favore dei repubblicani”) e Il Monte Sardo, 10-20 maggio 1969 (“PRI: Ruiu e Puligheddu, ambo sicuro”). Fra le iniziative-spot del PRI in campagna elettorale è quella denominata, nella riviera del corallo, “Alghero pulita”. Nel contesto del meeting del cinema in svolgimento in città, i repubblicani lanciano una scheda referendaria che raccoglie quasi cinquemila firme tra residenti e turisti. Cf. La Nuova Sardegna, 6 giugno 1969 (“Larghissimi consensi per ‘Alghero pulita’”).
53 – La Nuova Sardegna, 12 giugno 1969; La Voce Repubblicana, 3.4 e 6.7 giugno 1969 riporta il testo integrale dell’intervento radiofonico di Saba.
54 – La Voce Repubblicana, 28.29 e 30.31 maggio e 6.7 giugno 1969. A Sassari visita l’ateneo e, accompagnato dal prof. Capriotti (repubblicano) e altri colleghi visita l’istituto di microbiologia agraria e una mostra di opere di Eugenio Tavolara allestita nei locali dell’ISOLA.
55 – La Voce Repubblicana, 6.7, 10.11 e 12.13 giugno 1969. Il giornale riferisce anche di una iniziativa a latere della campagna elettorale vera e propria: la presentazione del libro di Ennio Ceccarini Comunismo da Budapest a Praga, pubblicato dalle Edizioni della Voce.
56 – La Nuova Sardegna, 12 giugno 1969 e La Voce Repubblicana, 10.11 giugno 1969 (che dedica una pagina alla campagna elettorale in Sardegna, riportando anche il comunicato della direzione nazionale di venerdì 6 giugno, ed una sintesi del documento programmatico PRI-sardoautonomisti).
57 – La Nuova Sardegna, 13 giugno 1969. Un lunga intervista con La Malfa è pubblicata dal quotidiano sassarese il 14 giugno (“La Regione, la Sardegna e le istanze di sviluppo dell’Isola”; così il sommario: “Perché l’opinione pubblica nazionale è stanca – Le prospettive del nuovo ordinamento regionale – Non ingannare i Sardi – Bisogna fare accertamenti sulle iniziative industriali in concorrenza nel Nuorese”).
58 –
L’Edera
n. 7-8, 15 giugno-15 luglio 1969. L’editoriale è titolato “vittoria repubblicana” e commenta distintamente i risultati. Segnala fra i centri più rispondenti che, sulla scorta dei risultati delle regionali, potrebbero aspirare a uno o più consiglieri comunali i seguenti: Cagliari, Oristano, Bitti, Nuoro, Orune (ma dovrebbe trattarsi di Oliena), Alghero, Buddusò, Calangianus, Olbia, Osilo, Ozieri, Sassari, Sorso.
59 – La Nuova Sardegna, 18 giugno 1969.
60 – L’Edera, nn. 7-8/giugno-luglio 1969.

di Gianfranco Murtas - 19/03/2018

p.s.: La stessa fase storica, ma letta all’interno della storia del sardismo, la si trova in S. Cubeddu, SARDISTI, viaggio nel Partito Sardo d’Azione tra cronaca e storia, Edes, SS 1996, vol. II, pag. 307 – 677


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