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Governo? Non c'è fretta

     Sulla chat di WhatsApp, in comune tra amici mazziniani e repubblicani, il 3 marzo del 2018, il sabato precedente le elezioni politiche nazionali, ho sostenuto che: "la nuova legge elettorale, il Rosatellum, è stata studiata da una parte per costringere gli italiani ad accettare "l'inciucio storico" tra Forza Italia e Pd, dall'altra per evitare che i grillini, grazie al maggioritario, avessero potuto ottenere la maggioranza in parlamento". Poi, a chiarimento, ho aggiunto: "prevedo che Mattarella, a risultato elettorale acquisito, possa dare inizialmente incarico ad un 5stelle, per farlo bruciare subito. Dopodiché toccherà alla coalizione di centrodestra, che partirà da un buon gruzzolo di voti: non sarà difficile trovare qualche "responsabile", con il tacito ok di Renzi".
     Il 7 marzo scorso, 3 giorni dopo la consultazione politica elettorale, a risultato acquisito, con il solito azzardo, ho confermato: "sull'argomento mi sono già pronunciato prima delle elezioni, propendendo proprio per la soluzione meno credibile: un governo di centrodestra appoggiato dal Pd". Ma qualcosa nelle mie previsioni già non tornava. Infatti ho con umiltà precisato che: "nelle mie previsioni, ammetto di aver sbagliato a giudicare eleggibile Berlusconi alla Presidenza del consiglio, perché supponevo, dai sondaggi, Fi più avanti della Lega. In effetti un paio di giorni fa, proprio dalla sua proposta tardiva di puntare a Tajani come premier, avrei dovuto capire che per lui (a conoscenza degli ultimi sondaggi) non c'era più speranza di rielezione".
     Tuttavia, perseverando con le convinzioni, ho ancora sostenuto che: "Resta in piedi la mia previsione di un governo di centrodestra appoggiato dal Pd, magari guidato inizialmente da una personalità fuori dai giochi, gradita a centrodestra e centrosinistra".
     Poi, nell'articolo Camera e Senato: Trappola n. 1, pubblicato su questo sito in data 23/03/2018, così mi esprimevo: "il partito di Salvini, la Lega, è stato dipinto come quello vincitore, alla pari dei 5 stelle, pur prendendo circa la metà dei consensi elettorali dei grillini, addirittura meno dal Partito democratico, dato per sconfitto. E nessuno che faccia presente che in un sistema elettorale proporzionale, solitamente incapace di fornire un vincitore assoluto, bisogna moderare i toni e mediare, ingoiando rospi, cedendo ai ricatti. Senza scendere in considerazioni del tutto personali, l’ipotesi che riteniamo più probabile è quella di un governo di centrodestra sostenuto dal Pd, con formule allo studio che non facciano perdere la faccia da una parte e dall’altra, con un presidente del Consiglio che non sia Matteo Salvini".
     Bene, siamo da oggi. E mi convinco che l'asse tra Salvini ed i 5Stelle, l'ipotesi che sempre più spesso fa capolino nei discorsi televisivi e giornalistici, sia assolutamente inverosimile. Infatti, se Salvini decidesse di sganciarsi dalla coalizione di centrodestra, rinunciando al potere di guidare la più grossa formazione politica italiana che ha vinto con oltre il 37 percento dei suffragi, per accodarsi da solo alla supremazia grillina, subendo, dovremmo pensare che sia uno sprovveduto: il che non è.
     Per quanto detto continuo a mantenere l'opinione originaria: fuori i cinque stelle, dentro tutti gli altri, col Pd che rientra in gioco, e Salvini ad aspettare la seconda parte della legislatura per presiedere il Consiglio dei ministri. Tenendo soprattutto conto che il presidente Mattarella proviene dal Pd, e, da siciliano qual'è, forse ha anche legami col cuore dello Stato, il quale consiglia di tener fuori i 5stelle.
     Ma allora perché questo tubare del leader della Lega con Di Maio? Intanto siamo alle solite: fingere, davanti agli italiani, di voler fare una cosa, avendone in mente un'altra. Poi: ci sono turbolenze in casa del centrodestra, dovuta all'orgoglio di Berlusconi, che vorrebbe far pesare i suoi voti più del loro intrinseco valore numerico. Salvini dunque, nominalmente a capo della maggior coalizione uscita dalle urne, vuole svincolarsi dal ricatto del Cavaliere: e lo fa dialogando con le altre forze politiche, ma mai a nome del centrodestra, e soprattutto da solo, secondo il famoso motto "dividi et impera". Come si vede, siamo alle solite schermaglie immancabilmente generate dai sistemi elettorali proporzionali.
     E in casa Pd? Anche lì turbolenze. Con un Renzi, forte del potere derivatogli da chi lo ha precedentemente elevato a presidente del Consiglio e segretario del suo partito, che minaccia a voce alta i "suoi" parlamentari che osano proporre un governo con i 5 stelle, anche se poi, irritato per la cocente sconfitta, minaccia l'esilio politico, ma con sempre minor convinzione. Tutto il contrario di quanto sta mettendo Salvini sul campo, ovvero il dialogo ad ampio raggio.
     Una domanda a questo punto va fatta: perché l'ex segretario Renzi, che crede di dirigere ancora il Pd grazie alla maggioranza dei parlamentari di sua ispirazione, è contro i Grillini? Possibile gli sfugga che un Governo M5s-Pd potrebbe risollevare le sorti del suo disastrato Partito democratico? Ma siamo alle solite: con i comandamenti che arrivano dal monte Olimpo, ed in basso politici senza attributi ad eseguire.
     E cosa cita il primo comandamento?: che il Movimento cinque stelle "non" deve entrare. Tutto il resto è il solito film sbiadito, di propaganda, in bianco e nero, in onda dal 2001: la data della presa dell'Italia.
... per i fondelli!

di Giovanni Corrao - 13/04/2018



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