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Ricordo di Fernando Pilia
il sardista che amava i repubblicani

     Ha pagato un debito morale, Cagliari, intitolando un pezzo del suo belvedere a Fernando Pilia studioso con molte vocazioni di spicco e democratico generoso. Glielo dicevo come riconoscimento riassuntivo del suo “tutto”, questo aggettivo – generoso –, associandolo al professor Antonio Romagnino, il polo forte della mia formazione civile: siete due uomini di scuola e avete la generosità degli uomini di scuola, e questa generosità la portate ovunque vi affacciate nella vita pubblica, Romagnino a Italia nostra o agli Amici del libro, tu nel Partito Sardo d’Azione oltreché nella semina di conferenze e partecipazioni nei luoghi di discussione, e alla radio, e sui giornali. Gli avevo regalato, come a Romagnino, un abbonamento a La Voce Repubblicana diretta allora nientemeno che da Giovanni Spadolini, e l’uno e l’altro erano rimasti colpiti da tanta ricchezza di contenuti concentrata in quelle otto o dodici pagine di formato davvero mignon, meno che tabloid. Esplosive però, perfette nella presa (anche polemica) dell’attualità, dotte nell’approfondimento storico od economico od istituzionale, ampie nel notiziario della vita della comunità associative dei centotrentamila tesserati negli anni ’80.

Fernando Pilia      Cagliari ha pagato il suo debito morale alla memoria di Fernando Pilia, anch’io lo debbo pagare, questo debito, e come l’ho fatto nel sito di Fondazione Sardinia, di area evidentemente identitaria, sovranista ecc. – un tempo si diceva sardista e basta – credo sia bello e giusto farlo anche nel sito dei repubblicani che, perduto il proprio partito, non hanno perduto però il senso della storia, l’affezione alle idealità grandi della democrazia mazziniana ed azionista, asproniana e tuveriana, nelle cui coordinate è entrato, pur con tutte le sue peculiarità, nel primo dopoguerra, il movimento sardista e poi il PSd’A quale è rimasto, anche attraverso la lotta antifascista, l’impegno per la repubblica e l’autonomia speciale, l’elaborazione ed attuazione del Piano di rinascita, per mezzo secolo, non più di mezzo secolo.

Fernando era professore quando io frequentavo le scuole medie, alla Numero 1 che dalla via Eleonora d’Arborea s’era proprio allora – novembre 1963, prima media – trasferita nei tre plessi nuovissimi di via Venezia, di fronte alla Randaccio, quando tutto era campagna sul calcare dirimpetto allo stadio Amsicora che sarebbe stato presto erboso e della serie A. Lui poi aveva ottenuto – credo dalla fine di quegli anni ’60 – che la scuola del preside Piero Atzeni si intitolasse a Giovanni Battista Tuveri, che per me era allora il nome di un illustre pressoché però sconosciuto, e per lui era una guida ideale e morale coltivata già dall’adolescenza, nello spettacolo dell’Italia e della Sardegna tornate in pace e in libertà. Aveva 21 anni, Fernando studente di Lettere al corso di Archeologia, quando nell’Isola si votò per il primo Consiglio regionale del quale sarebbe stato eletto presidente il suo miglior maestro, forse non soltanto perché ogliastrino come lui: Anselmo Contu. Quell’Anselmo Contu che s’era fatto qualche tempo nella galera fascista, lui con altri sardisti inquadrati in Giustizia e Libertà e l’amico fraterno e repubblicano Michele Saba, fra il 1930 e il 1931.

     Si prestava ovviamente alle supplenze, anche del mio professore di lettere che doveva essere sardista pure lui – Angelo Pinna – e ricordo che quando entrava in aula, lui massiccio e con un volto come di un pugile arrabbiato ma solo per finta, quasi un mastino, quei capelli neri e bassi disciplinati come i soldati d’un reparto, la bocca stretta e la voce musicale – tale mi sembrava, e peraltro era quella ascoltata a Radio Sardegna nelle sue rubriche di curiosità storiche e sociali (come quelle che teneva su L’Unione Sarda, e ne avrebbe tenuto ancora, volgendola sempre più alla cucina…) – era tutto uno spumeggiare giocoso. Sì, uno spumeggiare giocoso ma anche impegnato, serio perciò, lui che sapeva tutto ed entrava irruento nel dialogo con noi dodici-tredicenni, creature in formazione, senza l’arte di Gesù che doceva in sinagoga, sorpresi e forse intimoriti da questo signore che sapeva dominare la scena, interrogante sul più ed il meno, magari anche familiare, di noi altri seduti ai banchi mobili, modernissimi, di formica verde.

     Cresciuto il bambino, ancora in cattedra lui ma prossimo a lasciare, i rapporti s’erano fatti paritari, anche se, a dire delle profondità, la pozzangherina non avrebbe mai pareggiato il pozzo. Ma acqua c’era qui e c’era lì, a dire delle somiglianze e degli interessi condivisi che erano, nelle conversazioni nella sua casa di via Scano (nello stesso palazzo del professor Dessanay), di tre ordini: prevalente quello politico, sulla nostra cuginanza di sardisti-repubblicani; a latere quello delle molte nostre espansioni sociali e culturali – solide le sue, in fieri le mie –, fra giornalismo ed editoria, ricerca d’archivio e associazionismo, letteratura – anche Bachisio Zizi ci avrebbe unito – e certamente arte, arte pittorica e arte plastica, data la sua competenza ed i rinforzi continui della sua… personale ricchissima pinacoteca sarda, che bene si combinava (non soltanto nella casa di Cagliari) alle collezioni dei gioielli e dei reperti archeologici, lecitamente posseduti s’intende!… Il terzo, a latere sul fronte del gusto cosmopolita, era la massoneria, fra Risorgimento (e Fernando amava il Risorgimento italiano con le sue icone democratiche, i suoi eroi giovani, dai fratelli Bandiera a Goffredo Mameli!) e Novecento impiegato nell’antifascismo, data anche qui la sua collaudata competenza ed i miei ambiziosi scavi già avviati fra gli inediti biografici isolani. Amava la loggia Hiram, quella stessa di Armando Corona e Nino Ciusa e Vito Tola e degli altri già del Centro di programmazione, dei suoi amici sardisti ormai insediatisi, come a casa loro, senza nessuno sforzo di adattamento ideologico né politico, nel partito di Giuseppe Mazzini e di Bovio e Colajanni – il difensore della Sardegna dal lombrosismo del Niceforo – e di Ugo La Malfa, siciliano e meridionalista per obbligo di coscienza.

     Gli dicevi “ciao” e lui partiva, affabulatore nato, raccontandoti la storia del mondo, iniziando dalla fonte prima dell’universo mondo che, naturalmente, era la Sardegna, forse l’Ogliastra, forse Esterzili (di cui era stato anche sindaco, di necessità più nel fine settimana che nei giorni feriali). Ti raccontava delle sue esperienze, non soltanto dei suoi studi, di archeologo – Barumini ma non soltanto Barumini, e comunque il professor Lilliu fu il suo maggior maestro –, di storico dell’antichità e di paleontologo. Ti raccontava, arrivando al particolare – riguastando la cosa per farla gustare anche a te – dell’artigianato e di quello artistico specialmente, ti diceva dei tessuti e dei metalli, del genio grafico che sapeva dar loro personalità, e delle tessitrici o degli orafi nostri, i più con la competenza appresa secondo la regola dei ragazzi di bottega, mica all’università… Giustamente gli avevano dato parte nell’amministrazione dell’ISOLA, quando l’Istituto era riuscito ad affermare il marchio sardo nel mondo. E lui, Fernando, con l’artigianato artistico della Sardegna, era il miglior ambasciatore che ci saremmo potuti permettere, dotto affabulatore anche nei circoli dell’emigrazione sarda in patria e fuori.

     Quanto ha scritto Fernando Pilia! Ho fatto un sondaggio rapido all’OPAC: 77 titoli. Io direi settanta volte 77 e non basterebbe il ricalcolo, se aggiungessi le schede radiofoniche che pur saranno censite negli archivi della RAI, e quelle de L’Unione Sarda – in terza o nelle pagine provinciali – che anch’io, con la pazienza del ragazzino fissato, ho cominciato a ritagliare cinquant’anni fa. Attraverso la curiosità volante, muovendo dall’episodio ti spiegava i millenni della Sardegna, fra Amsicora il sardo-punico ed Eleonora la sarda-catalana, Angioy e Lussu, la Deledda e, magari, i poetanti in lingua sarda… Dunque, settecento volte 77, in almeno cento testate e case editrici.

     So che da alcuni anni esiste un premio intitolato al nome di Fernando Pilia. Non ne conosco i particolari, spero non sia una cosa modesta come quella che avrebbe potuto, essendogli intitolato il concorso, valorizzare la produzione giornalistica o narrativa o teatrale di Fabio Maria Crivelli, e niente di questo è stato. Anche qui per Fernando: il concorso/premio ha promosso la schedatura dei suoi scritti: dico degli scritti dello storico-archeologo, del saggista, del pubblicista? (Si aggiunse agli iscritti all’albo dei pubblicisti nel 1966, che fu l’anno prodigio per la categoria laureata: si associarono allora uomini come Mario Ciusa Romagna e Francesco Masala, Armando Congiu e Aldo Brigaglia – questi giovanissimo – e altri venti o trenta di tutte e tre le province storiche).

     Fra anni ’70 e anni ’80, e dopo ancora seppure con minore frequenza, gli scambi con lui mi arricchirono sempre. Credo di possedere sempre una intervista audio che registrai a casa sua, una volta – doveva essere il 1984 o il 1985 e mi preparavo allora ad un convegno all’università di Sassari sul rapporto storico fra i repubblicani ed i sardisti: mi offerse, per la parte che ne aveva avuta lui, una testimonianza documentata e argomentata, e quella relazione che era ideale prima ancora che strettamente politica, ma fu anche politica e anche elettorale, la sapeva storicizzare: c’era nel giro anche il giovane professor Tito Orrù allora, nelle liste sardiste votate dai repubblicani, sempre alle amministrative, sempre alle regionali, nel 1963 anche alle parlamentari (allora l’on. Giovanni Battista Melis fu eletto deputato grazie ai resti dei voti repubblicani nei collegi di Romagna e Lazio e Piemonte e Campania… dono del continente italiano alla Sardegna italiana). Fra il 1967 e il 1968 la rottura dopo cinquant’anni, da quando gli ex combattenti e i proto sardisti della Voce dei combattenti e de Il Solco riempivano le pagine dei loro giornali del catechismo di Mazzini e Cattaneo, di Asproni e Tuveri… I babbi nostri erano gli stessi, poi venne Antonio Simon Mossa – l’angelo vindice delle minoranze etniche e delle lingue tagliate – e cominciò a inventare una storia nuova, misconoscendo i padri, forse anche – lo dico con tutto rispetto, e qui con riferimento esclusivamente al dato politico-ideologico – quel suo avo repubblicano che, prima di diventare il grande giurista da tutti conosciuto, era stato da adolescente, nel 1904, l’animatore de L’Edera sassarese e in quegli anni d’inizio Novecento uno degli apostoli della Federazione Giovanile Repubblicana Italiana, dico di Renzo Mossa, del professor Lorenzo Mossa.

     Tutto cadde: io l’ho capito come un virus sgradevole questo rimando ad una alterità sarda come venisse da una certificazione crismale ed astorica. La marginalità sarda nel maggior contesto italiano io l’ho sempre avvertita causata più dalla miope modestia della classe dirigente sarda nel suo complesso – compresa la quota sardista, drammaticamente scadente quella degli ultimi decenni, dico anche quella scandalosa dell’alleanza con la fiamma tricolore parafascista e con forza italia (italia!!!) alla Regione e nei maggiori comuni isolani. Quando si perde il senso dei fondamentali e si va per iperboli…

     Ecco, questa partecipazione, con tutta la originalità della sua storia e della matrice geografica di questa storia, della Sardegna all’Italia ed alla Repubblica democratica nata dal sacrificio due volte decennale degli antifascisti e dei resistenti, io in Fernando Pilia l’ho sempre sentita. Sarà stato che egli, da uomo di scuola, recava in sé un sentimento pedagogico che non poteva mettere in non cale l’intensa italianità, prima urbana poi anche rurale, della nostra Isola, non per omologare ma per arricchire, noi il continente e il continente noi. Quindi il pensiero si volgeva all’Europa, che era nei sogni dei sardisti stessi della prim’ora e com’era a noi ragazzini delle scuole medie proposto in quei primi anni ’60 che erano ancora gli anni dello sviluppo economico (ma anche della coda della nostra emigrazione di massa), del Piano di Rinascita, dei tentativi programmatori della politica d’esordio del centro-sinistra moroteo…

     Dopo la rottura fra il PRI e il PSd’A e prima però che i sardisti scissionisti confluissero formalmente nell’Edera repubblicana – l’Edera era il simbolo della Giovine Europa ed i suoi tre cuori gli emblemi della Giovine Italia, della Giovine Germania e della Giovine Polonia, come a dire delle genti latine, anglosassoni e slave nella comune partecipazione federativa – tentò, Fernando, un recupero. Me ne dette i particolari, ancora la sua generosità conferita ad una diplomazia rimasta purtroppo infruttuosa. Ma i suoi amici migliori – ho nella memoria qualcosa del genere, presa dalla sua confidenza – erano fra quelli che se ne erano andati, e infatti anche Anselmo Contu, che pure non fu fra gli scissionisti, e anche Luigi Oggiano, pure lui trattenutosi dal passaggio di fronte, smisero di lottare, restarono disciplinati nel loro partito, che faticavano comunque a sentire il loro, tanto più quando s’alzò, spudorato, il vento del nazionalitarismo, intimamente – è la mia lettura del fenomeno – reazionario.

     Al congresso regionale (ancora regionale? poi sarebbe stato nazionale) della primavera 1974, alla Fiera, si opposero due linee: quella di Michele Columbu, deputato in carica eletto come sardista nelle liste del PCI, e quella di Mario Melis, allora consigliere regionale (alla sua prima esperienza di legislatore). Il congresso chiudeva il corso trentennale della segreteria politica di Giovanni Battista Melis – portato alla presidenza – e affidava il partito alla più giovane leva. Vinse Columbu, un intellettuale di grande fascino e vita intensa, fra Ollolai e Cagliari e Milano, con la sua linea sostanzialmente separatista, perse Mario Melis che era sostenuto, fra gli altri big anche elettorali, da Bruno Fadda, pure lui consigliere regionale. E con Fadda era Fernando Pilia. Insieme esitarono un giornale – Il Risveglio autonomista – di cui uscirono cinque numeri in tutto, tanto più in preparazione al congresso. Erano essi la voce della sezione cagliaritana “Nuova Autonomia”, e i padri della patria – patria sardo-italiana – c’erano tutti, nel catechismo del “pensiero sardista”: con Bellieni e Puggioni naturalmente il Mazzini del 1861 e del 1867 come il Tuveri del 1867. Per dire che il sardismo era il dono della Sardegna all’Italia.

     Questi gli articoli firmati da Fernando Pilia nella breve serie:
- “L’ora della Sardegna” (editoriale di presentazione, n.u. novembre 1973),
- “I 4 mori: il significato dello stemma” (idem);
- “Sardinia off limits. Terra di conquista ovvero l’assurda realtà delle servitù militari” (n. 1, gennaio 1974);
- “Ritorno alle origini” (n. 2, febbraio 1974);
- “Passa per il Sardismo la via della Rinascita” (pastone sui lavori del XVII congresso, che lo vede eletto membro del comitato centrale per la provincia di Nuoro e nell’esecutivo politico, n. 3, marzo-aprile 1974).

     Un ultimo riferimento alla biografia pubblica di Fernando Pilia lo porterei però dalla politica alla società, direi meglio alla città che lo accolse e che egli onorò fino alla morte, avvenuta nel 2003 dopo una cattiva malattia protrattasi a lungo. Mi riferisco ai tre grandi volumi di “Cagliari e il suo volto”, ottocento pagine di testi e fotografie della città antica e della città moderna. Il titolo del primo capitolo: “Cagliari, con rabbia e con amore”. A dire non soltanto delle colpe e dei meriti virtuosi della città, ma anche delle sue varie relazioni con il continente oltre Tirreno, con l’Europa e gli spazi immensi nelle direttrici dei quattro punti cardinali, ma prima ancora con i territori dell’interno dell’Isola… Chissà se è ancora così come Fernando Pilia l’aveva sentito, scrivendone, questo rapporto problematico con le Barbagie e il Logudoro o la Gallura…

di Gianfranco Murtas - 05/05/2016


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