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La storia che abbiamo perso non per colpa degli dei

     La scomparsa dell’amico Tonino Uras, dolorosa in sé, suscita riflessioni un’altra volta amare per come noi tutti, militanti e dirigenti, abbiamo scriteriatamente mandato in malora quel tanto di bello ed importante, di prezioso, che le generazioni precedenti ci avevano trasmesso perché lo sviluppassimo, in migliori condizioni d’ambiente. Era una faticata dote di valori etico-civili, culturali e politici, nobilitata dalla oppressione un tempo monarchica e liberal-autoritaria, poi fascista, quindi clericale. Tutto perduto. Come ci difenderemo quando, nel non tempo, ci verrà chiesto conto da San Mazzini e Sant’Asproni?
     Dal 1895, senza contare le premesse delle Fratellanze Operaie, dal 1896 in Sardegna – a Cagliari la prima sezione, nella piazza Martiri d’Italia – era cresciuta una pianta debole sì, ma resistente. La militanza originaria era costituita per il più da studenti universitari, cagliaritani o che a Cagliari frequentavano questa o quella facoltà universitaria – dal Dessì villacidrese (zio del grande scrittore) ai Frongia o ai Pani arburesi, ai guspinesi o ierzesi – ed a Sassari, poi, ancora studenti nei circoli o fasci prima Giordano poi Tola, e professionisti e anche lì operai, artigiani e agricoltori. C’era nel capoluogo turritano una tradizione che s’identificava in Soro Pirino e si specchiava nei suoi giornali che avevano sfidato, anche prima del 1891 – prima de La Nuova Sardegna cioè –, il potere costituito, subendo quei sequestri e quei processi che il fascismo avrebbe replicato cinquant’anni dopo. I giovani e il loro giornale, l’Edera di Renzo Mossa e Fiori e quant’altri, prima della Scure cagliaritana, della prigione per Giuseppe Lampis, ventenne sanlurese, futuro giudice costituzionale. E a Nuoro, all’ombra nobile di Giorgio Asproni, della sua memoria, nelle atmosfere dei grandi poeti in lingua sarda, a cominciare da Pasquale Dessanai…
     Chi poteva vantare un padre nobile come Giovanni Battista Tuveri? un combattente come Pietro Paolo Siotto Elias e i suoi fogli, il suo Caprera? Avremmo avuto i nostri martiri, come Silvio Mastio nella temperie fascista, i testimoni dell’ideale anche nelle galere della dittatura – come Cesare Pintus e Michele Saba, né soltanto loro –, piccola, umile minoranza orgogliosa, non scevra da errori, ma inattaccabile in quanto a dignità e giustificata fierezza.
     La battaglia per la repubblica, per la Costituente nonostante il vuoto della lista quel 2 giugno, l’appoggio ai fratelli del sardismo nel 1946 e nel 1949, con Parri ai comizi, fra le bandiere dei Quattro Mori a Cagliari e Sassari e Nuoro… e sempre, nel saliscendi di due decenni, nella fraternità locale e regionale con i sardisti portatori di uno spirito di lealtà costituzionale, fino alla candidatura e alla elezione alle politiche del 1963 di una personalità centrale ed elevata come quella di Giovanni Battista Melis.
     Le nuove stagioni negli anni della segreteria nazionale di Ugo La Malfa, in Sardegna con l’attivismo intelligente e colto di Bruno Josto Anedda, Giovanni Satta, Pietro Bulla e altri, che in parte s’accostava, in parte superava la generosa e anzi prodiga, e non meno intelligente e colta, opera dei seminatori – dei giovani seminatori, bisognerebbe dire, e dei venti o trenta quanti erano tutti riunisco nei nomi d’eccellenza di Alberto Mario Saba e Lello Puddu –, fino alla mossa politica della confluenza del Movimento Sardista Autonomista nelle strutture organizzative e nelle rappresentanze istituzionali dell’Edera. Fino all’entrata piena nel circolo di vene ed arterie del partito delle energie di uomini come Nino Ruju, come Salvator Angelo Razzu, come Giovanni Merella, come Peppino Puligheddu, come Antonio Catte, come Mario Pinna… E in parallelo, e per via autonoma, di giovani azionisti come Giannetto Massaiu e Annico Pau, che ricchezze!
     Anni ’70, primi anni ’80, la figura centrale di Armandino Corona, il suo carisma, la sua capacità aggregatrice – si pensi agli “uomini nuovi” come Franco Farina, come Gianfranco Sabattini, come Bruno Fadda –, l’autorevolezza della interlocuzione negli spazi ampi del dibattito politico regionale, così per tre lustri pieni, fino alle incomprensibili impuntature del 1982, 1983: a quel supremo magistero massonico che egli non seppe, a mio avviso, amministrare negli aspetti o negli ambiti che ancora legavano la persona agli uffici politici, e segnatamente al seggio consiliare. Con quanti danni per tutti – per tutti! – è ancora penoso contabilizzare.
     La stagione impegnativa e faticosa e anche amara della lunga segreteria Ghirra – onore all’uomo! ma onore anche all’uomo Corona! –, in relazione con la presidenza regionale affidata all’avvocato Melis – personalità di statista prigioniera di un partito, quello fattosi nazionalitario e indipendentista, drammaticamente inadeguato alla sua missione storica. Per i repubblicani la stagione anche dei maggiori numeri elettorali – a Cagliari permanente la stella amministrativa di Marco Marini –, delle larghe rappresentanze nelle sedi istituzionali, a cominciare dal Consiglio e dalla giunta politica della Regione autonoma, ma proprio da qui a cominciare anche l’amore al potere per il potere, un mal sottile insinuatosi nelle ossa di non pochi esponenti, all’apparenza almeno sempre più distaccati o indifferenti ai rimandi ideali, quasi che le idealità fossero un lusso da marginalizzare nella contingenza, non il propellente dell’azione legislativa e amministrativa.
     Una classe dirigente, in parte anche quella cresciuta nelle fila della Federazione Giovanile, fattasi progressivamente omogenea a quella delle maggiori formazioni sulla scena, ai democristiani, ai socialisti, ai comunisti, la perdita di una identità, di uno scopo alto. La sconfitta della segreteria Tarquini – non opportuna e non utile fin dall’inizio, ma chiamata a copertura delle diffuse inadempienze, l’uscita di scena disciplinata e signorile di uomini come Ghirra stesso e Puddu e Tuveri e Giangiorgio Saba, anche lui ormai straniero in patria.
     Ora ce ne stiamo andando via tutti quanti, uno dopo l’altro, per debito di natura e anche fra malanni crescenti. Penso che la storia non sarà generosa con noi, che il patrimonio ricevuto non abbiamo saputo preservare dagli assalti delle nostre piccolezze prima ancora che dal vizio degli avversari. E quanta supplementare confusione anche, ad aggravare il dissanguamento dei corpi testimoniali, è venuta fra noi militanti volati qua e là, dopo il 1994, alla ricerca di un nido di protezione per ripartire con altre casacche e altre tavole valoriali, addirittura con i parafascisti di Alleanza Nazionale, con i deodorati di Forza italia e con i ri-democristiani del centro, oppure nel disordinato pasticcio della sinistra già comunista o meticciata con schegge di doroteismo riverniciato.
     Ho ricostruito un cinquantennio di storia repubblicana in Sardegna, il testo – provvisorio – supera le 260 pagine, le note sono oltre 500. Le fonti quelle acquisite negli anni e presenti nel mio archivio (atti congressuali, molta emeroteca), che spero di lasciare ordinato, insieme con tutto il resto articolato nelle sezioni Sardismo – SardoAzionismo antifascista – Massoneria – Bacaredda e dirigenza della Casa Nuova – Giornalismo 800-900 – Chiesa sarda 800-900 – Emeroteca, (collezione integrale de La Voce Repubblicana dal 1960-61, de Il Mondo anni ’50 e ’60, 2milioni di ritagli stampa omnibus in cartella, ecc.).
     Nella “stanza” che Giovanni Corrao, con la generosità che è sua unica, mi ha allestito di fianco al sito di Edere Repubblicane – intendo Democrazia repubblicana e sardista – ho inserito oggi uno stralcio delle ultime pagine. Cercherò, appena possibile, di aggiungere, a segmenti, partendo magari dagli anni ’40, una traccia più cospicua e coerente di una storia che, con le sue cadute, ha avuto però anche pagine di bella nobiltà, assumendo che il servizio della politica è il servizio al bene comune, nella logica di una società inclusiva, retta da un sistema di democrazia insieme rappresentativa e partecipativa. Partito della democrazia, doveva chiamarsi quello repubblicano. Ce lo ricordava, richiamando il Luigi Salvatorelli degli anni dell’azionismo, il nostro Giovanni Spadolini.

di Gianfranco Murtas - 24/01/2016


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