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Settant’anni fa, la Massoneria si risveglia a Cagliari e guarda al futuro

Nella città ancora segnata dai bombardamenti e dallo sfollamento, colma di macerie,
in piena emergenza materiale e morale, quando Cesare Pintus assume l’ufficio di sindaco

      Un documento nelle due facciate manoscritte alla fine del 1944: il primo verbale di una tornata rituale massonica, a Cagliari. Prova della ripresa delle attività liberomuratorie nel capoluogo provinciale (poi anche regionale). Un essere e un fare – o un proporsi di fare – trasversale nel momento in cui ogni gruppo – in specie ogni gruppo politico – marcava l’identità propria e portava nei dibattiti pubblici i segni distintivi della ideologia e della appartenenza, per dare sapore di novità alla stagione postfascista e postbellica che s’apriva. Ho già raccontato, e ancora rinnovo questo racconto con il documento che non serve soltanto a impreziosire qui l’impaginazione, ma a restituire corpo e vita alle memorie di chi – seminatore – “ci ha creduto”, e una suggestione come di partecipazione a noi che siamo venuti dopo e non abbiamo conosciuto né uomini né circostanze.
      Si svolgeva quell’incontro, forse nella casa dei Silicani del quartiere di San Benedetto (in via Verdi), cercando la conciliazione fra sensibilità ed orientamenti diversi, secondo lo scopo e la prassi delle logge. Mossi dai valori ecumenici naturaliter nella vita associativa e civile come li avevano appresi all’atto della loro iniziazione, della tolleranza come gusto all’interazione, si reincontravano i massoni cagliaritani con un cenno alla ritualità ancora memorizzata per la trascorsa pratica, si reincontravano non ancora forse con i paramenti propri della tradizione – il grembiule, le sciarpe scozzesi, i guanti bianchi, i gioielli delle dignità – dispersi nei lunghi anni della dittatura repressiva; si reincontravano per arrivare alla utopia fraternale partendo dalla modestia delle buone volontà consapevoli di una tradizione bisecolare – quasi secolare nella loro città – puntando ad offrire la propria specialità, nel concreto, alla causa della democrazia secondo il modello umanistico tipico delle logge simboliche. Eccolo il racconto.
      Le ultime memorie risalivano al novembre 1925 quando alcuni questurini del capoluogo erano andati in missione di vendetta, dopo il fallito attentato a Mussolini, al civico 29-31 della via Barcellona: per perquisire, per sequestrare, magari anche per irridere alle idee e distruggere le cose, gli arredi, le suppellettili del circolo borghese insieme con gli addobbi rituali. Per prelevare le carte, ove fossero state ancora lì, monumento documentario dell’umanità dei ceti professionali, accademici, militari, giudiziari, commerciali ed artigiani della Cagliari immersa nella tarda belle époque italiana. Nel tempo di Ottone Bacaredda sindaco e di quegli altri amministratori – da Picinelli a Marcello a Nobilioni – che, insieme con alcuni commissari regi, al sindaco-mito avevano dato rapsodicamente il cambio lungo quel trentennio/trentacinquennio in cui quella sindacatura si era sviluppata (1889-1921) trasformando la città e sovrapponendosi temporalmente alle esperienze latomistiche e civili della loggia di rito scozzese Sigismondo Arquer (1890-1925). I documenti erano stati fortunatamente posti in salvo – per andare poi perduti a seguito di altre circostanze – grazie a un camioncino che, la notte prima della perquisizione-saccheggio, aveva fatto sosta almeno un’oretta nella strada buia a un passo dalla via Roma, caricando il suo cassone di un numero impressionante di registri e cartelle chiuse in faldoni: qui i verbali di tornata, qui la corrispondenza in arrivo e quella del copialettere, qui le circolari e le balaustre dei gran maestri e degli alti gradi del Rito, qui la raccolta delle tavole architettoniche, qui i materiali della contabilità fraternale … Regista dell’operazione Mario Lai, segretario della loggia e segretario della sezione repubblicana, commerciante di tessuti con negozio nella via Manno, figlio di quell’Agostino Lai Rodriguez inventore della fotografia in Sardegna ed intimo di Efisio Marini il pietrificatore.
      Memorie che rifiorivano nell’autunno 1944. Le memorie di chi per vent’anni aveva resistito alle lusinghe e anche alle prepotenze del regime. Magari senza eroismi eclatanti, soltanto con la retta coscienza, quella che non aveva accompagnato gli opportunisti dalla fede debole, che fra il 1923 ed il 1924 avevano abbandonato il Tempio e i Fratelli e gli ideali. Com’era avvenuto anche altrove, ad Oristano, ad Iglesias, anche a Sassari, dove fughe di convenienza c’erano state pure dai partiti e dai sindacati e dalle cattedre.
      Le memorie erano presenti al momento della ripartenza, quella mezza sera di giovedì 23 novembre, primo appuntamento dopo il momento zero, l’anteprima di puro orientamento, il 20 aprile di quello stesso 1944. E con quali novità, in quei duecento giorni, sul piano generale della guerra in corso e della ristrutturazione politica dopo la caduta del duce e il suo disperato tentativo di rivincita in quel di Salò. Sette mesi di ripresa dei reciproci contatti dei massoni locali e di esplorazioni con la dirigenza del Grande Oriente tornata in campo, fra le complessità della capitale. Perché intanto a giugno gli alleati avevano liberato Roma, Vittorio Emanuele III aveva nominato luogotenente del Regno suo figlio Umberto, e s’era insediato a Salerno il primo governo CLN a presidenza Bonomi mentre nel nord Italia il CLNAI aveva costituito il Corpo volontari della libertà per il coordinamento territoriale della formazioni partigiane. Ad agosto era stata liberata anche Firenze ma poi la linea gotica era sembrata invalicabile, mentre i burgundi avevano dato la prova ennesima e sublime della virtù rovesciata seppellendo un paese intero, Sant’Anna di Stazzema, e replicando un mese dopo a Marzabotto e nei paesi vicini, potenziando la ferocia e triplicando, quadruplicando le vittime… Fino all’invito, o all’ordine, drammatico del comando alleato ai partigiani di fermarsi con le operazioni di guerra, in attesa della nuova e rafforzata avanzata anglo-americana.
      Duecento giorni di grande storia, fra tarda primavera, estate ed inizio d’autunno del 1944: quando la Sardegna guardava al continente, colpita sì anch’essa ma poi liberata prima d’altri dall’angoscia della guerra guerreggiata, quando tornava dopo quasi due decenni nella sua terra il capitano Lussu, il fondatore di Giustizia e Libertà con Rosselli e Francesco Fausto Nitti (Nitti il massone) in una città – Parigi – in cui il vertice del Grande Oriente e quello della Lega dei Diritti dell’Uomo avevano trovato rifugio e da cui erano partiti nel 1936 i democratici, anche quelli di professione massonica, per combattere contro Franco dalla parte dei repubblicani, con il comandante Randolfo Pacciardi e Mario Angeloni, rimasto sepolto, dopo Monte Pelato, in terra spagnola con molti altri massoni italiani nella comune causa antifascista.
      La modesta – per i numeri, per la marginalità anche fisica – riunione massonica cagliaritana cadeva in questo segmento temporale sospeso fra permanente tragedia e speranza di una nuova stagione di vita nazionale, in pace e in democrazia, finalmente nel benessere e in un diffuso concorso patriottico alla civiltà delle relazioni e della cultura. Un gruppo di massoni che erano stati iniziati in prevalenza a Cagliari si dava convegno per ripartire con la propria avventura o utopia, chiamala iniziatica, o chiamala civile, in un mix di emozioni che accompagnavano, andando all’indietro, il presente visibile delle macerie sparse per la città, l’oggi recente di una dittatura conformista e guerrafondaia, il ricordo di un tempo trascorso – anni ’10, anni ‘20 – quando una chiamata era suonata, per ciascuno d’essi, press’a poco così: “Si presenti, accompagnato dal Fr. Signor XY, alle ore 19 presso la sede della nostra loggia al civico … della via… , affinché la loggia possa procedere alla sua iniziazione massonica”.
      In quei duecento giorni di preparazione, nell’Isola, il partito sardo d’azione (niente a che fare ovviamente con quello degli ultimi trent’anni e meno che meno con quello presente) aveva riconsegnato al vento le sue bandiere convocando il suo VI congresso a Macomer. A un passo da Macomer, a Bosa, avrebbe presto cominciato a lavorare una loggia quasi tutta sardista, anche con Melchiorre Melis nel suo piedilista. E tutti nel risveglio degli entusiasmi erano lì a leggere quanto il massone Annibale Rovasio, medico psichiatra di Sassari e combattente della grande guerra ed antifascista sotto bersaglio per vent’anni pieni, aveva scritto di Lussu nell’opuscolo che il PSd’A aveva diffuso ormai da un anno con i suoi “principi ispiratori” e i “lineamenti del programma”. Dal 9 ottobre, da un mese circa cioè, aveva assunto l’ufficio di sindaco di Cagliari Cesare Pintus, mazziniano e lussiano, cinque anni di galera, altri tre di vigilanza di polizia, ulteriori sei di rigetto della sua domanda di riabilitazione professionale fra gli avvocati del capoluogo, per qualche mese segretario della concentrazione provinciale antifascista e redattore capo de L’Unione Sarda.
      Il 23 novembre nel 1944 cadeva di giovedì e si rivelava vigilia della ricorrenza celebrativa dei santi Monti e Tognetti, ghigliottinati dall’apparato di giustizia del papa-re, il beato Pio IX (gli ultimi ghigliottinati della lunga serie papalina, essendosi per gli altri due candidati al patibolo, il 24 novembre 1868, commutata la pena nell’ergastolo, dopo che Giorgio Asproni – massone da un anno – aveva creato, con altri, il caso di coscienza a credenti e a liberali dì’ogni fede, per un cosiddetto vicario di Cristo che, teocrate, autorizzava la morte e negava la grazia). Sì, memorie anticlericali e fedeltà di militari alla patria non al regime, e presenze democratiche a coprire quasi l’intero arco del CLN – demolaburisti e riformisti, mazziniani e radicali, liberali ed autonomisti (mancavano i comunisti staliniani e i democristiani pacelliani): ecco il convegno massonico cagliaritano nello sconquasso del tempo.
      Dieci i partecipanti, altri undici avevano formalizzato la propria adesione. Venivano dalle due obbedienze prefasciste, quelle di Palazzo Giustiniani e di Piazza del Gesù. Facevano lega insieme, cercavano di ripartire insieme. Li guidava il Venerabile Federico Canepa Flandin, un anziano gentiluomo di stampo liberale, sodale dell’ex sindaco Gavino Dessì Deliperi, affiancato da Alberto Silicani, un agronomo di origini socialiste iniziato ventenne al tempo della grande guerra, giornalista licenziato da L’Unione Sarda fattasi, con Sorcinelli, fascista dura e pura, umiliato dal regime per l’intero suo corso, costretto a una continua precarietà lavorativa, penalizzato anche nella sua fede cristiana evangelica.
      Si ripartiva. L’età media di partecipanti e aderenti era di 58 anni, il fascismo aveva fatto saltare una generazione. Con i militari, l’anagrafe professionale indicava alcuni medici e pubblici funzionari, qualche commerciante ed agente marittimo. Colpisce, nell’elenco, il nome di Mario Mela, la cui eredità sarebbe andata presto (1949) all’Asilo della Marina (imitato – non passeranno molti anni – da Giorgio Lai, che avrebbe lasciato tutto all’Ospizio dei vecchi del viale Fra Ignazio dove s’era ritirato). Colpisce, per dire di quelli che non ti aspetteresti, anche il nome di Antonio Ghisu, decoratore della basilica di Bonaria e di molte altre chiese cittadine. Colpisce in sovrappiù, per il collegamento con il piedilista degli anni ’20, il nome di Enrico Zedda Cocco, figlio di massone e fratello di massone candidato a morte – tempo pochi mesi ancora – in un campo nazista di Flossemburg, il colonnello Carlo, ora sepolto nel nostro monumentale di Bonaria.
      Settant’anni fa, si risvegliava dal quasi ventennale sonno imposto dalla dittatura fascista la Massoneria cagliaritana e il documento prezioso – liberato dai vincoli dei settant’anni previsti per la riserva archivistica – giunge finalmente alla pubblica conoscenza. Altri seguiranno, riordinati e custoditi come cimeli preziosi nel mio Archivio storico generale della Massoneria sarda, in attesa di poter allestire una mostra con la esposizione su pannelli dei verbali, della corrispondenza, delle tavole architettoniche tracciate nel Tempio cagliaritano.
      Così si ripartiva. Con ideali certi, con la consapevolezza anche forse di inadeguatezze passate e presenti, ma con un senso missionario e di testimonianza, in coerenza con quello che la Libera Muratoria doveva essere: selezione degli umili capaci di pensare in grande.


di Gianfranco Murtas - 26/11/2014



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