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Lussu, Foa e Roma in cattività burgunda
in uno studio di Renzo Ronconi

     Nella tarda primavera o inizio estate di quarant’anni fa, ancora adolescente, fui ricevuto da Emilio Lussu nella sua abitazione di via Cugia 14. Gli avevo scritto a proposito di un uomo politico e parlamentare sardo che aveva consumato la sua carriera fra il Patto Gentiloni del 1913 e le elezioni del 1921 fino al passaggio ambiguo al fascismo, e del quale avevo iniziato a tracciare, chissà perché, un profilo biografico: mi aveva subito risposto ed invitato a casa sua per spiegarmi, anzi darmi la sua testimonianza – che fu colorita –, a voce. Esperienza emozionante. Sul tavolino dello studio era il manoscritto, non ancora concluso, de La difesa di Roma. Me lo mostrò, nel mucchio di cose raccontatemi in quel pomeriggio, fra le stagioni della grande guerra, del fascismo e della resistenza … Mi pare gli dissi, a mia volta, che da un anno e più ero iscritto alla FGR, il movimento dei giovani repubblicani molto (convinti) lamalfiani nel presente e destinati a diventare in età più matura (consapevoli e critici) mazziniani e amanti del risorgimento democratico, fra Mameli e Bovio … Sapevo dei rapporti di amici/nemici fra Lussu il sardo e La Malfa il siciliano per la condivisa militanza azionista negli anni della guerra di liberazione, ma allora ignoravo della militanza giovanile del futuro leader del Partito Sardo d’Azione e di GL, e del Pd’A, e del PSd’A socialista, e del PSI, e del PSIUP, nel Partito Repubblicano Italiano, sì proprio nel partito dell’edera e della vanga, iscritto alla sezione repubblicana giusto alla vigilia della prima guerra mondiale (necessaria per il compimento della unità territoriale dell’Italia, ma anche immane carneficina che avrebbe giustificato molto dello spirito di Un anno sull’altipiano e anche, ma per altri versi, il monito di Benedetto XV sulla «inutile strage»). Ignoravo allora – esordio delle mie ricerche – anche i suoi rapporti di amicizia con Michele Saba, l’apostolo repubblicano della Sardegna (che per lui avrebbe patito la seconda delle sue tre carcerazioni), ma anche con Giovanni Conti e Fernando Schiavetti al debutto a Montecitorio, dal 1921 in poi … Lussu il repubblicano: inquadrato come tale nella ideale ripartizione di aree politico-ideologiche all’interno di Giustizia e Libertà delle origini a Parigi – di lato a Rosselli il socialista liberale e ad Alberto Tarchiani il democratico liberale e amendoliano (si ricordino anche quelle righe di Aldo Garosci in Vita di Carlo Rosselli: «Lussu era considerato dai repubblicani come un simpatizzante e un alleato di vecchia data») –, Lussu che già nel 1924 è stato sostenuto alle elezioni dai repubblicani di Mastio e Pintus (il quale ultimo l’ha intervistato per La Voce Repubblicana di cui è corrispondente, destinazione prima pagina).

     La difesa di Roma: iniziato nel 1966 e pubblicato postumo (nel 1987, dodici anni dopo la morte dell’autore) per merito ed a cura di Gian Giacomo Ortu e Luisa Maria Plaisant, con introduzione di Guido Quazza. «All’origine della pubblicazione di questo lavoro è un manoscritto di un centinaio di pagine compilato nel 1966. Esso era troppo voluminoso per potersi adattare ad un capitolo, anche condensato, del libro sul Partito d’Azione, al quale l’avevo destinato. In seguito ho pensato di farne uno studio a parte», scrive Lussu nella prefazione. Per aggiungere e precisare: «Tutti i miei scritti sono saggi politici e sul mio tempo. E direi, anche, tutti saggi autobiografici. Non per una spontanea esigenza interiore, ma per ricordare gli avvenimenti personalmente vissuti, e per comunicarli e giustificarli agli altri. La Roma del 1943, inoltre, è sempre attuale per le conseguenze che pesano tuttora sulla vita del Paese».
     Non un saggio di storia militare in senso stretto, anche se documentato con rigore di approccio alle fonti ufficiali, governative e diplomatiche, nazionali ed estere. Un saggio-testimonianza piuttosto: «Ho avuto occasione di conoscere, durante le giornate romane o prima, i massimi protagonisti delle vicende che sono il tema di questo libro. Ero stato infatti presente a Roma, politicamente impegnato, dalla metà dell’agosto 1943, e vi rimasi durante le giornate dell’armistizio e della tentata difesa della città fino alla fuga delle massime cariche dello Stato. E poi ancora fino alla liberazione di Roma, nel giugno del 1944». (Si ricordi, al riguardo, per restare a Lussu, il capitolo IV di Sul Partito d’Azione egli altri. Note critiche, uscito da Mursia nel 1968, titolo “La mancata difesa di Roma e la resistenza romana”, con quaranta e più note di complemento, una delle quali – riferita alla improvvisa irreperibilità del gen. Carboni, comandante del Corpo d’Armata motocorazzato – rimanda proprio all’opera specifica in corso di stesura: «Su questa questione, diversamente valutata, l’autore di queste note ha da tempo già pronto un capitolo, che apparirà quando sarà pubblicato il lavoro principale». Per dire come in Lussu pagine e libri siano in una staffetta continua. Ricorderei anche, entrando nella temperie di quegli anni nella capitale ed all’appartenenza politica e partitica dello scrittore, la statistica dell’ANPI sulla Resistenza romana, evocata da Lussu stesso: comunisti 39 caduti e 35 feriti, socialisti 2 e 3, azionisti 36 e 8, a non dire dei 54 finiti nelle Fosse Ardeatine. Un partito di generali-soldati, o di soldati-generali – come anche fu detto –, il Partito d’Azione).
     La difesa di Roma. Un titolo analogo a quello di un opuscolo senza firma uscito alla fine del 1943 e ripubblicato nel 2007 a cura di Renzo Ronconi, ricercatore storico dell’Università di Genova, da Nino Aragno editore: La “difesa” di Roma di GL (9-10 settembre). Un libro, questo di 80 pagine in tutto e di formato ridotto, ma prezioso: impreziosito, direi, dalla introduzione, nitida e acuta, del curatore e dalla testimonianza finale – nella forma dell’intervista resa allo stesso Ronconi – di Vittorio Foa, al solito pensosa e suggestiva. Cuore del cuore d’esso, naturalmente, la ristampa delle 34 pagine dell’opuscolo lussiano di formato 6 per 8 centimetri, con in copertina la mappa dei dintorni di Roma in scala1: 400.000, forse disegnata dallo stesso Lussu. Interessante anche il corredo della descrizione delle forze militari in campo: «Grafico comparativo delle Divisioni tedesche e italiane nella zona di Roma».
     Lussu non ha bisogno di firmare, e non è soltanto questione di opportunità in quella o quell’altra circostanza. E comunque correttamente non manca lui stesso di lasciare una traccia, per rispetto degli storici futuri, delle cose che intende riportare alla sua personale responsabilità. Lo rileva, nelle note all’introduzione e allo stesso testo, l’ottimo Ronconi, richiamando un passo de Sul Partito d’Azione e gli altri in cui l’autore dichiara espressamente: «Un opuscolo clandestino del P.d’A., scritto dall’autore di queste note, La “Difesa” di Roma, apparso qualche settimana dopo quelle giornate, abbastanza informato sullo schieramento delle Forze armate e sul corso degli avvenimenti, nella sua sostanza è vero anche oggi», segnalando nel cospicuo apparato di note finali che l’originale è reperibile presso il torinese Centro Studi Politici Piero Gobetti.

     Lo stesso vale – come rivela acutamente Ronconi fattosi interprete, autentico esegeta, del testo – per quell’immagine metaforica che Lussu inserisce in documenti e scritti o discorsi diversi come per sigillare con la sua mano l’autenticità della produzione. E’ il caso delle espressive figurazioni del «popolo grasso» e del «popolo magro», oppure delle «Arti Maggiori» e delle «Arti Minori» che appaiono per certo nella Teoria dell’insurrezione, ma anche nelle ultime righe de La “Difesa”di Roma: «La grassa borghesia ci ha dato col regime monarchico-fascista tutto quello che poteva esprimere di meglio. Come in Firenze repubblicana del quattordicesimo secolo, la bandiera della libertà non potrà essere issata nell’Italia di domani che sulla rovina del “popolo grasso”. Le Arti Minori debbono accingersi a prendere il posto delle Arti Maggiori».
     La tesi di Lussu è che, all’indomani dell’armistizio, le forze regolari dell’esercito regio abbandonate a se stesse dalla corte e dal governo Badoglio erano talmente soverchianti, sul piano numerico, quelle burgunde, che ben avrebbero potuto difendere la città nella nuova situazione (dodici divisioni con il tricolore contro due con la svastica). Diverso e opposto il parere di altri autori, e fra essi Renzo De Felice.
     Ricorda Ronconi le circostanze di vita errabonda del leader sardo-azionista negli anni di consumazione del ventennio (magari anche con la visione dell’Europa unita anticipata, nel 1942 a Parigi, a Pietro Nenni, che non la capisce) e più specificamente d’avvio di quella concentratissima stagione che dall’armistizio dell’8 settembre 1943 porta alla liberazione della capitale il 4 giugno successivo: nove mesi che hanno avuto, per gli storici del domani, la fortuna di una straordinaria ricchezza di testimonianze e memoriali. Fra essi mi permetto anch’io di ricordare quelle pagine bellissime dedicate da Ines Berlinguer Siglienti – repubblicana e azionista, moglie di quel Fanuccio futuro ministro delle (disastratissime) Finanze nel primo governo Bonomi, arrestato con altri GL a novembre (1943) e destinato alle Fosse Ardeatine, fatto fuggire, giusto in tempo, da un campo di prigionia presso Roma dalle arti intelligenti e coraggiose proprio della sua Ines – Ai Nipoti (così il titolo del libro, non diffuso nei canali commerciali, che io ebbi dal dottor Sergio Siglienti allorché mi dedicai a biografare i miei sardo-azionisti: Pintus, Fancello, Siglienti e altri, fra cui Puggioni, Pinna, Antonino Lussu, ecc.).
     Fu a casa Siglienti (secondo la testimonianza di Umberto Coco, cui Ronconi dà maggior credito) che Lussu apprese, ascoltando alla radio il famoso comunicato, della firma dell’armistizio. Da lì ecco tutta una serie di mosse, guidate insieme (impossibile sintesi!) dal realismo e dalla temerarietà: l’infruttuosa ricerca di contatto – con parola d’ordine affidata al fedele Coco – con il generale Giacomo Carboni (comandante e capofila del Servizio Segreto Militare e del Corpo d’Armata motocorazzato cui spetta la difesa di un milione e più di romani), gli incontri ripetuti e peraltro deludenti con il generale Barbieri (comandante della difesa interna della capitale), il maresciallo Caviglia, e il prefetto.
     Il 10 settembre i tedeschi ottengono dai comandi militari italiani il via libera all’ingresso in Roma, ed i romani – o quei gruppi che di più hanno maturato una coscienza patriottica e civica e democratica – vedono frustrata la loro richiesta di armamenti. Nello stesso giorno scontri si registrano a Porta San Paolo, fra resistenti e uomini della Wehrmacht. Con Filippo Caracciolo e Cencio Baldazzi, Lussu arriva lì di pomeriggio: armeggia una Beretta 7.65, ma è travolto – così sintetizza Ronconi il racconto de La “Difesa” - «da un fiume di militari e civili, senza nemmeno riuscire a ricordare da quale lato del grande spiazzo finì per essere scaraventato».
     L’11 arriva con un treno alla stazione Termini Joyce, reduce da una missione, per conto del Partito d’Azione, nel nord Italia …
     Sono molto puntuali logicamente stringenti le osservazioni di Ronconi – che mostra di conoscere benissimo la biografia umana e politica (e anche letteraria) di Emilio Lussu – circa la ricostruzione dei tempi e delle modalità che porteranno l’autore di
Marcia su Roma e dintorni e di Un anno sull’altipiano alla stesura del testo resistenziale. Piace al riguardo richiamare alcune righe soltanto della introduzione che il curatore dedica alla cifra stilistica, che è anche umana e direi ideologica, dello scrittore-memorialista, il quale non smette di essere protagonista politico e di avere di sé tale coscienza, ma non compromette l’autonomia che la narrazione esige dalla ideologia: «I caratteri narrativi del testo – osserva Ronconi – convivono con le questioni della più immediata contingenza politica, ma non appaiono per nulla soffocati da queste: e se non si può parlare, per la drammaticità degli eventi, di un vero e proprio “piacere di narrare”, dobbiamo pur riconoscere come, nell’opera, il racconto e la ritrattistica diventino i veicoli primari del ragionamento politico. Un esempio significativo, in proposito, è la raffigurazione del re. Che Lussu non provasse per lui la minima simpatia umana e politica è noto; interessante, piuttosto, rilevare come l’argomentazione antimonarchica, apparentemente, non sia qui condotta in modo pregiudiziale, ma si imponga per gradi al giudizio del lettore, via via che crollano tutte e possibili giustificazioni per l’abbandono del paese al nemico. Lussu, nel primo capitolo, conduce per mano il lettore prima a scoprire come il re sia venuto meno a quella nozione di onore su cui sola può basarsi l’istituto monarchico, e infine scopre le proprie carte, mostrando, nel secondo capitolo, il personaggio nella sua nudità meschina, in preda a incubi e visioni notturne, folle di terrore, travestito da vescovo, avido di salvezza e pronto a fuggire quando i suoi soldati, ignari di tutto, attenderebbero un suo cenno per resistere ai tedeschi. Nel quadro c’è spazio anche per un bizzarro sposalizio in costume con il primo ministro: nei panni di Antonio, Badoglio, in quelli di Cleopatra, il sovrano».
     Ho detto che il libro, curatissimo anche nella grafica, si chiude con lo sbobinato di una intervista di Ronconi a Vittorio Foa, registrata a Roma il 3 novembre 2003.
     La figura di Foa è ben nota (e amata, al di là di ogni distanza dottrinaria e anche politica, per la distinzione e signorilità di ogni sua argomentazione, e per la sua testimonianza di vita con i suoi otto anni di galera fascista: come uomo di ascolto e non soltanto di parola, di scrittura o d’intervento. Sono una decina i punti tematici che provocano e sostengono quella che più che un’intervista è una conversazione: punti che guardano alla personalità di Lussu e alla comune militanza azionista, non tanto alla vicenda oggetto del memoriale romano («Io non fui partecipe di questa sua esperienza romana, in un certo senso ne sono persino invidioso, ma c’era in lui anche quell’ironia, quella capacità di cogliere gli aspetti comici della vita che andava assieme alla rigidità dell’affermazione marxista, che in lui era davvero un sentimento … gli importava poco del marxismo, non era marxista e in fondo non gli importava nemmeno tanto; gli importava di più l’azione, in questo senso era un vero azionista, che incarnava proprio quella parola, azione, vista in rapporto con la libertà, gli altri, la giustizia sociale»).

     Ricorda il suo primo incontro con Lussu, Foa, a Torino: «Io ero allora a Milano, nella direzione del partito per l’Alta Italia. Lui venne su con La Malfa, fecero il loro primo arrivo a Milano e li ricevetti io. E poi li accompagnai a Torino: prendemmo la macchina e andammo a Torino. Lo ricordo ancora, perché a Torino c’era un’assemblea partigiana. Quell’assemblea era rumorosissima, erano tutti molto contenti: “Arrivano da Roma i nostri capi, La Malfa e Lussu, vediamo i nostri capi romani, facciamo la loro conoscenza!”. Venivano tutti e due insieme a esporre i loro punti di vista: era normale, era giusto che i due “avversari” arrivassero insieme, non uno a prendere gli applausi senza l’altro, gli applausi dovevano prenderli insieme. Io ero seduto vicino a Franco Venturi, a stare a sentire con una curiosità quasi pettegola, devo dire. Parlò La Malfa e spiegò tutte le ragioni politiche, le strategie, e i partigiani non capirono assolutamente nulla, erano a bocca aperta: “Questa è la politica!”. Tutte queste cose della politica li lasciavano completamente sbalorditi e ammirati: “Questa è la politica!”. Applausi fragorosi alla fine. Dopodiché parlò Lussu. E non tenne minimamente conto di quello che era successo. Spiegò la sua teoria dell’insurrezione e i partigiani lo ascoltarono con un amore straordinario, coprendolo poi di applausi deliranti. Venturi mi disse: “Adesso i nostri partigiani capiscono di aver sbagliato tutto!”…».
     E poi ancora: «Il suo linguaggio era sempre molto legato al presente e al futuro, era difficile che lui ricordasse il passato. Ho trascorso con lui qualche sera, ne ricordo una molto lunga, a Cagliari, in cui mi ha raccontato un po’ tutta la vicenda del suo scontro coi fascisti, e poi altre volte, ma non ricordo che mi avesse mai parlato di questo [della insistita riflessione sulla mancata difesa di Roma]. La mia impressione è che se lui ha pensato a questo per anni e anni, era in qualche modo il segno di un inadempimento della sua vita che cercava di colmare. Vecchio come sono, cerco di mettere me stesso come esempio. Vi sono dei momenti in cui uno pensa di fare qualcosa perché ha mancato qualcosa nella vita: allora che egli sentisse quel momento come un’insufficienza è cosa più che probabile, perché tutti in quel momento abbiamo sentito noi stessi come insufficienti. Lui, poi, che era un uomo di rilievo, pratico, era un ufficiale molto noto, un uomo di guerra, può aver sentito la sua mancanza in quella vicenda come un qualcosa che riguardava la sua vita, questo è possibile. Lei come la vede?», riprende e conclude – sollecitando una risposta al suo intervistatore – Vittorio Foa.
     E dà la sua risposta, articolata e ancora tutta a dati di probabilità, Renzo Ronconi: «Sappiamo che lui guardava alla mancata difesa di Roma e alla mancata rottura col passato… come a qualcosa che aveva relazioni profonde anche con l’attualità: la casta militare che aveva provocato il disastro dell’otto settembre è la stessa che nel ’68 produce le vicende del SIFAR, del generale de Lorenzo, nelle cui fila l’MSI recluta candidati…». Sicché Foa, amante della conversazione, riprende, con gusto accoglie l’altrui sollecitazione e aggiunge memoria e riflessione: «E’ molto interessante questo che lei mi dice adesso. Proprio in questi giorni ho letto alcune cose che mi hanno colpito: l’otto settembre, i tre giorni (8-9-10) sono raffigurati come la condensazione di tutto il fascismo. In questi tre giorni il fascismo ha reso i suoi conti di tutta la dittatura, della guerra: ecco il conto, sono i tre giorni di disfacimento e di abbandono. Questo proiettato al passato. Quello che lei mi faceva era lo stesso discorso proiettato al futuro, cioè i tre giorni sarebbero un condensato del futuro dell’Italia. Se è così, solleva un problema più serio, perché è evidente che il dopoguerra è diverso dall’anteguerra, però è molto importante saper vedere anche gli elementi di continuità e non soltanto gli elementi di rottura».
     Vittorio Foa ed Emilio Lussu. Entrambi, nonché colleghi di partito, colleghi anche del gruppo parlamentare nell’Assemblea Costituente, dopo il 2 giugno 1946. Erano sette gli azionisti – tutti eletti nel collegio nazionale da appena trecentomila italiani grati di tanto onore! –, vale a dire Calamandrei, Cianca, Codignola, Foa, Lombardi, Schiavetti e Valiani, cui si aggiunsero i due eletti sardisti (Lussu stesso e Mastino) e, per completare il gruppo cosiddetto Autonomistico – che richiedeva un minimo di dieci aderenti –, il valdostano Bordon (segretario del gruppo era Paolo Vittorelli, che me ne scrisse molti anni fa). Per parte sua La Malfa con Parri era confluito, dopo il grave insuccesso elettorale della Concentrazione Democratica Repubblicana, nel gruppo del PRI, forte complessivamente di 28 deputati.
     Bisognerebbe scriverla questa storia della partecipazione sarda nel fronte democratico azionista (e anche repubblicano) all’Assemblea Costituente. I documenti non mancano.
     E sarebbe molto bello se uno studioso del valore di Renzo Ronconi non abbandonasse la “pista sarda” e dedicasse ancora parte delle sue brillanti energie allo studio della presenza sardo-azionista sulla scena della politica nazionale negli anni cruciali della nascita della Repubblica, fra governi e Consulta Nazionale e Assemblea Costituente fino magari alla prima legislatura repubblicana, che vide la partecipazione come senatori di diritto (perché deputati dichiarati decaduti dal fascismo nel 1925) di diversi esponenti del variegato fronte sardo-azionista, includendo nel novero anche Mario Berlinguer. E’ un augurio che mi faccio, ripensando a quanta generosità e quanto valore quegli uomini esprimevano al servizio di una grande causa. E ripensando anche a quanto abbiano corrotto ed umiliato il sentimento patriottico e democratico del sardismo di Lussu e Mastino, di Bellieni e Melis e Oggiano e Puggioni ecc. le folate nazionalitarie degli anni fine ’70 ed ’80 e ancora successive, con quella barbarie dogmatica del “noi sardi, voi italiani” venduta come cosa di una nuova civiltà nel segno della autodeterminazione.
     In ultimo. Ho avuto oggi piacere di trattare, sia pure in velocità, di Lussu e del suo tremendo 1943, e del rigore dello studio esitato da Renzo Ronconi ricordando come questi, il 4 agosto 2005, si rivolse, impegnato nella ricerca per il suo dottorato di ricerca, alla associazione Cesare Pintus onde chiedere di essere posto il contatto con me e con l’amico caro e illustre ed ora compianto Antonio Romagnino.
     Ne venne, per la parte consaputa, una discreta collaborazione di cui apprezziamo e anzi ammiriamo il risultato. Onore anche a noi.
     In ultimissimo. Gli sbandamenti politici e culturali, fino forse a potersi definire etico-civili, di certo repubblicanesimo tesserato anche sardo – con quei tanti che in cambio di una poltrona o di uno sgabello e di uno stipendio si sono messi in fila, chierichetti del nulla eja eja, a saltare sul carro del vincitore nel 1994 – avrebbero dovuto rendere più necessaria di prima una associazione come la Cesare Pintus che nei suoi intendimenti originari aveva quello della messa a punto e dell’aggiornamento, nella fedeltà a valori ed esperienze, della cultura democratica e regionalista. Insomma, la cura non museale ma attualizzata della migliore tradizione che, parafrasando Giovanni Spadolini, avremmo potuto chiamare della Sardegna “di minoranza”, “della ragione”, “dei laici”: guardando alla variegata area della democrazia liberale avanzata, della democrazia radicale e riformatrice, della democrazia repubblicana e mazziniana, della democrazia sardista ed autonomista. Per promuoverla a nuovo soggetto politico, se possibile, o almeno per farne l’ossigenazione di una vita politica e istituzionale strutturatasi in chiave bipolare ed a rischio continuo di nanismo chiacchierone da una parte e di cesarismo arrogante e plebiscitario dall’altra. E’ stato un vero peccato che, per ragioni diverse, non ultime quelle della suggestione di un ampliamento numerico pur a prezzo di crescente neutralismo ideologico o, per converso, della affrettata combinazione in surrogato sottopartitico, l’associazione abbia progressivamente perduto riferimenti e smalto (annoto ciò, ovviamente senza per questo voler adesso colpire, nonché l’imbattibile dignità personale, la sempre pregevole qualità morale e intellettuale dei suoi dirigenti pro tempore).
     Purtroppo la mancanza di polmoni ossigenanti, in presenza di un bipolarismo artificioso, renderà certamente ignoti alle nuove generazioni – a quelle oggi in boccio ed alle altre a seguire – la permanenza di validità degli orientamenti etico-civili e politici della democrazia nata riformatrice. Neppure conosceranno, i nuovi, né Mazzini né Cattaneo, né Bovio o Colajanni, né La Malfa (Ugo) o Spadolini, né Tuveri o Lussu né Titino Melis e gli altri, e neppure Mario Melis. Soltanto chi dovrà applicarsi a una tesi di laurea o a un dottorato di ricerca, potrà recuperare i tesori – nomi e presenze, pensiero ed azione – che noi abbiamo perduto, anzi, voluto perdere.

Gianfranco Murtas - 28/01/2012


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