home page archivio documenti album multimediale presentazione links scrivici
  
Addio, professor Michele Columbu sardo e sardista

      Ero troppo piccolo quando il professore compì quella marcia che finì per collocarlo nelle pagine delle antologie di storia sarda contemporanea, fissandolo anche nelle pellicole per le cineteche che i telegiornali hanno in questi giorni più volte replicato. L’avrei studiata dopo, quella esperienza e anche il tanto che l’aveva anticipata e preparata. L’incontro con il suo nome e con quanto il suo nome rappresentava all’interno della politica regionale e in particolare del Partito Sardo d’Azione avvenne nel 1972 – giusto quarant’anni fa –, quando il PCI, in una spregiudicata logica di annessione di una storia rispettabile anche quando non condivisa – candidò Michele Columbu come indipendente nella propria lista per il rinnovo parlamentare: con garanzia di elezione. Fu grande sconcerto fra noi repubblicani che con il PSd’A avevamo comunque condiviso mezzo secolo, e di più di mezzo secolo, di battaglie comuni, con rare pause e occasionali divergenze.
     Quando ho lasciato la camera ardente e Michele Columbu con i suoi più stretti, di famiglia e di partito, ho aperto, a casa, i grandi armadi con le carte del sardoAzionismo e del sardismo, vicino a quegli altri scaffali tutto Mazzini e repubblicanesimo. Ho ripreso in mano le schede e le collezioni dei giornali e in genere le cartelle con le pubblicazioni del Partito Sardo, quelle che hanno meritato un posto di riguardo nelle biblioteche della grande storia politica dell’Isola, partendo da Bellieni e Fancello, e Lussu, e Mastino, e Oggiano, e Pinna, e Puggioni, e Soggiu, e i Melis – tutti i Melis – e molti altri, e quelle altre che pur meno apprezzo, perché hanno – diversamente da Bellieni, rovesciando addirittura tutta l’impostazione dei padri fondatori, confuso l’italianità con il centralismo dei ministeri e introdotto le categorie del nazionalitarismo (dai corsari ribattezzato nazionalismo) nella discussione politica riducendo a niente l’analisi delle responsabilità della classe dirigente locale, sì proprio quella della autonomia speciale – tutta, di maggioranza (delle maggioranze) e di minoranza (tutte le minoranze).
     Ho riordinato quei materiali e li ho scorsi lungo molte ore – preghiera laica –, per onorare la memoria del professore, persona amabile.
     Ero stato a casa sua, a Capitana, molti anni fa, per incontrare Simonetta Giacobbe e lui. Con Simonetta dovevamo partecipare, in quanto relatori, a uno dei convegni – li chiamavo “serate di democrazia nella barbarie dei tempi nuovi senza ideali” quegli incontri – organizzati dall’associazione Cesare Pintus per celebrare, sarà qualcosa come vent’anni fa, i sardi di Giustizia e Libertà: Dino Giacobbe fra Pintus e Fancello e Siglienti, oltreché Lussu naturalmente… Io vivevo (e vivo) il sardismo come originale derivazione di quella storia democratica europea ed italiana che conta molte voci e molti nomi ma cerca le compatibilità e le conciliazioni, pur nell’assortimento, e rifugge dalle semplificazioni e dagli azzardi delle falsificazioni come gli slogan del “noi sardi voi italiani”hanno per molti anni (di autentica afflizione per me) propagandato.
     E’ stato bello quando il professore aderì alla richiesta che, tramite Salvatore Cubeddu, gli avevo formulato di presentare nel cine-teatro di Sant’Eulalia – pezzo vitale del sistema civico-culturale promosso da don Mario Cugusi attorno alla storica parrocchia della Marina – il mio libro Titino, i Melis, la Sardegna, edito dalla Edes, in cui avevo compendiato molte delle pagine che avevo dedicato a Giovanni Battista, Pietro, Pasquale e Mario Melis, e con gli arricchimenti dei contributi di Elena e Ottavia Melis, con le quali avevo stretto negli ultimi quindici anni un forte sodalizio umano.
     Introdussero la serata Giancarlo Ghirra e Salvatore Cubeddu; io tacqui, ascoltai soltanto, godendo di grandi fatti e grandi uomini. Ascoltai la lezione, affabulatoria – naturalmente in quanto alla modalità espressiva, non certo al merito – e commossa, di Michele Columbu ormai 91enne. Era il 14 febbraio 2005. Fu un peccato non avere videoregistrato quel magistrale monologo di un’ora: ne posseggo la registrazione audio, chissà se un giorno potrò sbobinarla. Columbu pareva come davanti al confessore, a dire con spirito di verità di sé e di Titino Melis, e dei Melis. Le biografie sono sempre anche autobiografie, e il professore si raccontò davanti a quelle centocinquanta persone come davanti al prete, o all’amico più caro, che sa capire quel che dice, e quel che non dice. Con purezza di intenzione, sempre.


Meditando su una buona vita
     Ho salutato Michele Columbu nella camera ardente giustamente allestita nel palazzo municipale di quella città che lo accolse la prima volta adolescente diciassettenne e di cui, sia pure per un giorno, nell’età già anziana, fu il sindaco e consacrato, più tardi ancora, cittadino onorario. Ripensavo, poggiando lo sguardo sopra quel volto ossuto e scavato quasi di centenario, tutto profilo e sorriso mite, al passo di quest’uomo attento al linguaggio dei simboli, di questo sardo dalle numerose esperienze e garbato sempre nel condividerne, d’iniziativa o a risposta, il senso e la lezione, lungo le molte stagioni susseguitesi in un secolo complesso e complicato, materializzatosi ormai in una smodata accelerazione di velocità, direi perciò in singolare contrapposizione a lui che invece sembrava canonizzare il tempo lento, il tempo dell’umano responsabile, della riflessione che precede la parola e ogni decisione, perché teneva nel suo il passo dei pastori che l’avevano cresciuto ed educato a vivere: sì, i pastori che considerava, lui professore, come maestri di misura, e di orientamento, amministratori di un patrimonio destinato ad assicurare oggi la sussistenza e qualche maggiore sicurezza per i figli in arrivo, proprio come un istintivo accumulo generazionale e dunque con innato senso del futuro. Ripensavo alla competenza nativa di quest’uomo in tutte le problematiche della campagna, ora agricoltura ora pastorizia, della vita materiale e quotidiana di braccianti e affittuari e piccoli proprietari, e delle loro famiglie, che sono stati il più della Sardegna fin quasi agli ultimi decenni del Novecento e sono stati anche capi e snodi della mia famiglia, cinquanta o cento anni fa. Se n’era occupato anche e soprattutto negli anni del ritorno isolano dopo la emigrazione fra Monza e Milano, negli uffici della Programmazione regionale ma di più sul campo, anzi sui campi, i pascoli e gli ovili della sua provincia. Ripensavo a lui emigrato, magari emigrato anche soddisfatto, con la scuola e di fianco le grandi editrici la cui aria si respirava in famiglia, con Simonetta Giacobbe, e che erano cosa che incoraggiava ad allargare la visione delle cose… Lo ripensavo interessato alla sorte dei sempre più numerosi corregionali sradicati dalla loro terra e trapiantati anch’essi, arbusti umani, in Lombardia, in quei lunghi anni ’50, o in quel Piemonte dei suoni cortesi e però dei comandi ostili un tempo anche a casa nostra. Trapiantati nelle aree industriali e nei maggiori poli urbani d’Italia, domiciliati precari nelle periferie delle megalopoli da ridisegnare male e in fretta negli studi degli urbanisti comunali, tutto fabbriche e niente vita fuori dello stabilimento, né soltanto d’Italia ma pure d’Europa e d’oltre oceano anche. Ripensavo alle sue permanenze nel paese degli avi e in città, nelle città della modernità conquistata e ineunte, itinerante da Ollolai alla città di Carlo Cattaneo – insegnante di lettere alle scuole medie, dopo la laurea in lettere e la tesi (ma qui potrei sbagliarmi) sugli scrittori geografi sardi fra secolo XVI e secolo XIX, dopo anche la partecipazione alla seconda guerra mondiale come ufficiale di cavalleria e la missione napoleonica in Russia –, a Cagliari, ad Oristano in una frazione almeno di quel tempo di guerra, a Roma negli anni della deputazione, a Strasburgo o Bruxelles negli anni del mandato all’europarlamento. Ripensavo a questa sua famiglia sbocciata nella sera stessa della scissione lussiana del 1948, alla Manifattura, e alla passeggiata, o alla fuga, con Simonetta su per il viale Regina Margherita e il Terrapieno, fino ai Giardini pubblici: a quella parentela d’oro stretta con Dino Giacobbe l’eroe e gli altri che portavano quel cognome associato all’altro non meno nobile che suona Sechi e rimanda a pagine di ammirevole dignità e coerenza antifascista, e alle dimensioni pedagogiche del ruolo femminile dell’Isola più isola. Ripensavo alla sua scrittura lieve e indovinata che lo rassomigliava a un pittore amante dei pastelli, non dei rosso fuoco o dei dark inibenti ogni approccio: senza censurare gli eccessi, perché fanno parte anch’essi della vita, ma nell’immaginario suo entravano i singoli né santi né delinquenti, gli ordinari piuttosto che comunque ordinari non sono mai, e talvolta sono dalle circostanze, non dalle vocazioni, costretti a lasciare una traccia nella cronaca destinata alle repliche magari enfatizzate, mitizzate perfino, dentro e fuori il paese. Ripensavo a quel suo libro di racconti – L’aurora è lontana dalla Sardegna – ch’egli aveva scritto negli anni milanesi e a Milano era uscito, con in copertina un disegno di Costantino Nivola, nel fatale 1968 (quando cioè già era rientrato in Sardegna), e che molti anni dopo (era il 1980), avendolo trovato per caso, m’aveva entusiasmato e indotto a recensirlo su L’Unione Sarda.

L’aurora è lontana dalla Sardegna
     Come anche Bachisio Zizi, per dire di una generazione più giovane di quella dei Salvatore Cambosu, Michele Columbu mi aveva aperto i recinti barbaricini, della Barbagia che circondava la Nuoro di Salvatore Satta autore di quell’affresco escatologico da premio Nobel di recente scoperto e poi pubblicato in seconda edizione per il grande pubblico, dopo quello degli specializzati Cedam. In fretta e furia ho rintracciato oggi le mie osservazioni di trenta e passa anni fa, osservazioni all’antologia letteraria di Columbu, come doveroso e scontato rimbalzo di una lettura gustosa, e passato al giornale. E anzi, più che osservazioni (limitate magari alle confusioni dottrinarie del PSd’A in certi passaggi della sua storia e associabili all’autocritica che Nicola – l’autore stesso – abbozza per i ritardi e le paure dell’impegno risanatore), le mie erano come soste davanti alle nicchie dei coprotagonisti con nome e copione, per ripassare i volti e le voci di una umanità che è poi quella presente in ogni punto dell’universo datosi centro dell’universo: «Sono racconti di ladri di bestiame e di serate spese, da “oziosi e volgari”, nelle bettole, fra le carte e i bottiglioni di vino, di confidenze fra carabinieri indigeni e forestieri, e di scambi, altrettanto intimi, fra pastori nelle forzate pause della transumanza. Racconti di morti violente e improvvise, nelle campagne e nei paesi della Barbagia, colpi di fucile e ferite di coltello, e di agonie, come quella del vecchio Merchio Dule, coscienti e irresistibili, e di incontri quasi surreali, come quello fra il “signore elegante” e il medicante storpio incredibilmente marito e padre felice…
     «Ci sono Arbatto, il contadino che per un sigaro ci lascia la pelle, e Basilio Lai, il reduce dalla guerra; Mariotta, la scema del villaggio derisa e sfruttata, e Nicola colla sua delusione d’amore e la disperazione quasi suicida; Sisinnio Balù, il figlio dell’annegato che dopo vent’anni torna, uomo fatto, incompreso e non amato, nella casa paterna, e ancora Nicola, che per la fiducia dei compaesani registra, lui che è istruito, sulla carta bollata, “per una memoria, per gli eredi”, i contratti; il maestro Gregu, scostante e illuso nel suo mondo senza umanità e colore, e il minuscolissimo don Pilecca, il prete che alla festa dell’incerto santo Nurreo apostrofa i fedeli, gli uomini che di messe nell’anno vanno ad ascoltare, mezzo cristiani e mezzo pagani, solo quella in onore del santo pastore patrono dei pastori, e che, soprattutto, non hanno voglia di riparare la chiesa; ci sono ancora don Matteo, il vanesio esperto di animali esotici che, al tavolino del bar dei benpensanti, rivive le sue celebri battute di caccia africana, e Batore Canu ubriaco per vizio e per gusto, che annega la sua gelosia coniugale nel bicchiere e colle sue chiassose acrobazie notturne toglie il sonno a tutto il paese, e di nuovo il maestro Gregu, sfrattato con le suppellettili dall’unica aula dell’unica scuola dalla “padrona di casa”, e appunto Teresa Rena, che dai locali riacquisiti ricava, alla faccia del governo, una cucina con esposizione di pentole e di mestoli, di casseruole e di grattugie; e ancora, nelle bettole affollate, ecco la recita dei racconti quasi magici di Galia e di Zirulè, e i non sensi della combriccola del dottor Maloi, sempre turbata dalla generosa serietà delusa e disperata di Tobia…
     «Columbu cattura l’attenzione del lettore perché gli sa offrire, in quelle righe senza due punti e aperte virgolette, senza la consacrata punteggiatura del dialogo, una scrittura chiara e piana, che è poi quella parlata da tutti nella consuetudine privata.
     «Un esempio. Il maestro Gregu, cacciato dalla sua scuola, dopo aver messo in movimento, in difesa delle istituzioni e del suo lavoro, “la Giustizia” (il sindaco e l’usciere comunale, il brigadiere e il carabiniere) – “rientrato a casa non volle nemmeno mangiare. Si mise alla scrivania, cambiò il pennino alla penna e cominciò la sua relazione di fuoco. Calma calma. Rispettare la forma e l’obiettività dei fatti. E non è forse un fatto che il mio sangue è avvelenato dal dolore? D’accordo, ma quella gente se ne infischia, non vogliono lungaggini. Essere brevi e chiari. Ah, benissimo! Prese un altro foglio e scrisse. Mi dimetto. Più breve di così. No: il sottoscritto si dimette dall’incarico. E il motivo? Va bene: il sottoscritto eccetera eccetera (Il rammarico lo metto o non lo metto? Non lo metto però vorrei metterlo), prega la S.V. illustrissima di. Ancora lungaggini, meglio un telegramma. Sottoscritto Coadiutore rende noto. Ma chi mi rimborsa? Diranno che il telegramma non ci voleva. Meglio la relazione, però concisa e vibrante. Dopo lunghi e inutili tentativi si rassegnò a rinviare tutto a domani. Domani? Buono a nulla e vigliacco! aveva la testa vuota e stanca… Pallidissimo, con le labbra tremanti, entrò in cucina e sorbì un uovo crudo”.
     «Evidente l’ironia. Che è poi la stessa che si rivela nell’elencazione bozzettistica del personaggi dell’atto unico ”Saffo nella bettola”: “Maloi, poco più di trent’anni (ma ne dimostra trentasette) è medico condotto… Lanedda, cinquant’anni, piccolo, magro, è padrone della bettola, non beve, parla poco; da giovane faceva il pecoraio e talvolta il ladro, ma con discrezione e prudenza… Errulà, un mio vecchio compagno di sbornie universitarie, ora fa il commerciante col vento in favore; non beve come una volta, però quando beve va fino in fondo, perché è un uomo di carattere; non credo che sia stupido; manca solo di educazione diplomatica per apparire intelligente… Calzolaio si trova spesso nelle bettole però con rigorosa disciplina: lavora sette giorni e per sette giorni beve… Nebbia, Chirielle, Cosimo sono pastori; si trovano solo per caso nella bettola di Lanedda, però vorrebbero divertirsi molto, in questo giorno feriale, visto che il lavoro li ha tenuti troppo occupati nei giorni di Corpus Domini, l’Ascensione e San Giovanni Battista del 24 giugno u.s. (ultimo scorso)… Cavallo è il cavallo di Cosimo, legato fuori all’inferriata della piccola finestra… Di Alceo e Saffo si parla soltanto….”».
     Di atti unici il libro ne presenta altri due, oltre “Saffo nella bettola”: anche “La rapina ragionata” e “Un signore elegante”, che sono testi per una sperimentazione teatrale, che si potrebbe tentare… Mi ricordo Michele Columbu attore, vestito da prete, in un film, e dunque…

Nicola, il professor Tobia e l’orgoglio dei poveri
     Il cuore agitato o insofferente del paese, il predicatore della rivoluzione era Tobia «studente fallito che ancora non ha vent’anni», protagonista dell’ultimo racconto, che è poi una delle cose più belle dell’antiretorica paesana che io abbia letto di uno scrittore sardo contemporaneo. Tutto cinema o teatro anch’esso, rappresentazione cioè per un pubblico da incantare e inquietare: se allestirò un giorno – dopo De Magistris, dopo Crivelli, dopo Romagnino – un reading, quell’ultimo capitolo lo proporrò tutto intero. Ne ho riletto le poche pagine come fosse il breviario, in onore del suo autore, rientrando dalla camera ardente, ritrovandovi insieme con tutto quello che i competenti hanno elencato, quel tratto di disincanto che non confonde il cuore buono con il parlare giusto, o la saggezza riconosciuta con il fare praticabile: «…non beveva, non rideva, sempre a parlare di non so che organizzazione, responsabilità, lavoro e dovere, e d’un tratto la gente si faceva cauta e falsa, la bettola sembrava un tribunale. Ascoltava con viso severo e un po’ stizzito, come un inquisitore, poi su qualsiasi argomento interveniva per correggere, non era d’accordo, e per esprimere una sua morale. Credo che nessuno gli avesse simpatia; ma la sua aria sofferente, e le parole sempre chiare e ferme, non ostante la timidezza che gli faceva tremare la voce, induceva ad ascoltarlo con rispetto… Di me si era fatto chissà che opinione, e dopo il ritorno dal sanatorio, dove era rimasto quindici mesi, mi cercava ogni sabato e voleva parlarmi a tutti i costi. Però non mi trovava… Venivo a Ollolai con l’ultima corriera, a fine settimana, e la domenica, zitto zitto, me ne uscivo a caccia prestissimo. Tobia la sera mi cercava in casa, non è ancora tornato? Una volta, due volte; ma io dopo la caccia avevo bisogno d’allegria e di vino… Una mattina alla primissima luce aprii il portone e uscii appresso ai cani che schizzarono fuori saltando e guaendo dalla gioia. Appoggiato alla casa di fronte stava Tobia con le mani dietro la schiena e le gambe incrociate. Che fai qui? Ti aspetto. Ah, dunque aspetti me! Mi fermai davanti a lui… Poiché mi fissava senza decidersi a parlare, io riordinavo le cartucce nelle cartucciera, a destra le rosse, a sinistra le azzurre, poi le gialle, piombo più grosso… E lui se ne stava zitto, senza mutar posizione, seguendo con occhi indifferenti il mio armeggiare… Diedi un’occhiata al cielo: Non credo che pioverà, esco per un paio d’ore in campagna, vuoi venire? No, tu oggi a caccia non ci vai. Aveva un tono secco e perentorio, sembrava un ordine di mio padre vent’anni fa… Va bene, parliamo... e lui a ricordarmi che un tempo non ero così, la gente aveva delle speranze, contava su di me… invece la maledizione c’era ancora, per colpa mia, e il destino era sempre lo stesso. Come per colpa mia? Sì,… non per quel che hai fatto ma per quel che non hai fatto. A te non importa niente di nessuno… Il vicinato si svegliava… Non si poteva più parlare. Volendo liberarmi di Tobia per sempre, lo invitai a casa. Gli darò una lezione, tu pensa ai fatti tuoi e io penserò ai miei. Invece la lezione me la diede lui. Confesso ora che questo Tobia mi era decisamente antipatico. A parte che si chiamava Tobia, come nessun’altro nel paese, ed era noioso, non gradivo le sue spalle magre e sbilenche, le orecchie toppo grandi, i denti laschi disordinati; ma soprattutto mi riusciva insopportabile che tenesse lunghissima l’unghia del mignolo sinistro, una cosa stupida… Al fondo della mia avversione, però, c’era dell’altro: la famiglia di Tobia non era di pastori, e non aveva mai avuto né bestiame né pascoli. Suo padre era un oscuro operaio di origine forestiera, non ricordo di quale paese, del sud o del nord del’isola, un ometto sempre malaticcio, un po’ gobbo e con gli occhi lagrimosi; nel paese lo chiamavano solo per riparare qualche tetto o a costruire un forno per il pane… Ad un certo punto mi vergognai del sentimento di orgoglio che mi dominava e trovai la forza di considerare obiettivamente le parole di Tobia. E venne abbastanza presto il giorno in cui rinunziai persino alla caccia pur di stare con lui a parlare, e quando non ero con lui leggevo qualcuno dei suoi libri. Egli riuscì a contagiarmi la pazzia che lo divorava e per alcuni mesi fece di me un uomo completamente diverso. Mi aveva incantato a tal punto che di lui ormai amavo anche la fragilità, le brutte spalle e la bocca troppo grande… Tobia mi aveva scelto deliberatamente come interlocutore, come alunno… Sosteneva che le varie lingue europee in realtà non sono varie, sono sempre la medesima lingua quando vengono parlate da persone della stessa cultura e del medesimo gruppo sociale; per esempio da professori. Poter dire libro e livre e Buch, acqua e water e vodà e così via, non significa conoscere molte lingue ma la stessa lingua arricchita, semmai, di sinonimi. Poliglotta, invece, sarebbe un uomo che sapesse capire diversa gente e farsi capire dai professori e dai contadini, dai marinai, dai soldati, dai minatori, dai bambini e dagli operai delle fabbriche… Secondo Tobia, io ero poliglotta, o almeno bilingue, perché stavo a mio agio nelle bettole e negli ovili e probabilmente nell’ufficio in cui lavoravo. E che devo fare, Tobì? Che dobbiamo fare, devi chiedere; noi due dobbiamo predicare la fraternità… dobbiamo educare, muovere la gente a fare certe cose che non sono state mai fatte. E che cosa? La rivoluzione, dice, di tutte le lingue!... Ho sofferto molto per la morte di Tobia, però è meglio così. A volte diceva cose terribili, tranquillamente, come la cosa più naturale. Noi della montagna, dice, siamo troppo dispersi e imbrancati in piccole comunità storiche senza nessun possibile sviluppo nell’avvenire. Orgosolo, Gavoi, Fonni, Orani, Ollolai, Desulo, Villagrande, Atzara, Oliena, Dorgali, fino a Bitti e Lula e Buddusò, fino a Laconi e Samugheo, sono tutto un solo popolo di pastori ma, isolati da secoli, non si riconoscono più, non hanno contatti fra loro tranne attraverso il servizio militare obbligatorio e nella scuola degli Italiani. Dobbiamo avere il coraggio di incendiare i nostri villaggi e ritrovarci insieme in una esperienza comune e dolorosa, e governarci assieme come una nuova città di pionieri… Ma questo è orribile, Tobì. Lo so, ma non c’è altro modo di andare seriamente a scuola… Non credeva nell’evoluzione lenta e progressiva, non credeva nelle riforme. Servono a corrompere e sempre più asservire gli uomini avviluppandoli in vane speranze. Noi siamo in una condizione disperata di conformismo e di miseria morale, dice, e non esistiamo; per esistere bisogna entrare nella storia con una esperienza drammatica… le riforme sono buone soltanto per i popoli che hanno già raggiunto un certo livello di sviluppo e devono aggiornarsi… Per noi non sono buone, perché siamo in mezzo a un grande fuoco, e non si spegne un incendio sputandoci sopra… Se ne morì quasi improvvisamente… E io a quel tempo me ne sentivo un po’ responsabile. Perché era venuto a Nuoro a trovarmi, voleva che mi dimettessi dall’impiego e non sprecassi il tempo a preparare un concorso! e quando ripartì, la sera, dovette fare il biglietto soltanto fino a Sarule. Avrei dovuto dargli dei quattrini; ma lui perché non me li chiese? Predicava la libertà dai pregiudizi e dai complessi, però l’orgoglio dei poveri gli impedì di ricorrere a me. Così scese a Sarule, si fece dieci chilometri a piedi e nell’ultimo tratto lo colse un acquazzone. Quando tornai, sabato sera, Tobia era rigido dentro la bara, con le mani incrociate sul petto. Ai funerali vennero dai paesi vicini, anche da Nuoro, alcuni professori e moltissimi studenti, anche due giovani di Bitti, che dista ottanta chilometri da Ollolai, forse compagni di scuola, e tutti vollero prendere la bara per una tratto; ma più ammirata fu una signora di Cagliari, assieme al marito, e tutt’e due piangevano come per un figlio, beata lei quanto è bella, commentavano le paesane, e che buoncuore! L’intera popolazione di Ollolai straripava dal cimitero, sul muro di cinta, nella viottola e negli orti. E’ strano che la fama di Tobia fosse andata per paesi e per campagne, la fama di un ragazzo solitario e non amabile, però generoso e saggio… sebbene figlio di una donnetta da nulla che ora era lì, avvolta nello scialle nero, e non sapeva nemmeno piangere. Corse voce che parlava il dottore, faceva un discorso. E vedemmo Maloi salire sul tumulo rosso della terra che doveva ricoprire la bara. Affondava fino alle caviglie in quella terra, e aveva un’aria malata e strana, la cravatta fuori posto, gli occhi gonfi e tutto spettinato. Aveva vegliato una donna in parto quella notte e doveva essere stanchissimo; ma quando prese a parlare capii che era ubriaco. La gente si pigia, si alza sulle punte dei piedi allungando il collo e tendendo le orecchie, e Maloi si sfrega gli occhi e dice soltanto Tobia Tobia Tobia, in un falsetto piagnucoloso. Si udì il richiamo di un bambino. Quann’Anto’, fammi salire sul muro, qui non vedo nulla. Silenzio! Il dottore si schiarisce la voce e finalmente dice: Lo vedi che non so parlare? Ti volevo bene ma non ti ho aiutato. Cominciò a singhiozzare… Perdonami. Io non sono un uomo superiore, come te. Io bevo sempre, dovevo fare lo scienziato e sono un medico fallito. Perché non me ne sono morto io? Non si erano mai fatti discorsi funebri a Ollolai fino a quel giorno. La gente, a bocca aperta, fissava il viso sfatto del dottore che parlava stranamente, come se vaneggiasse da solo. Erralù (c’era anche lui) lo prese per un braccio e lo accompagnò in mezzo alla folla. Io sentivo stizza e vergogna, che diranno i forestieri, e volendo rimediare, sebbene non sappia parlare in pubblico, presi la parola. Gente che amava Tobia, dissi con una certa sicurezza. Ricordai a stento il concetto che volevo esprimere, un concetto scolastico, credo, e proseguii malamente: Forse piangete per la sfortuna di un ragazzo che studiò in estrema povertà e non finì i suoi studi, Tobia era un uomo straordinario e lo abbiamo perso. Per questo dobbiamo piangere; dobbiamo piangere la nostra cattiva sorte, non la sua… Credevo che la cerimonia fosse finita, ma si fece avanti il signor Gregu spiegando alcuni fogli di quaderno. Aveva pensato a tutto, quell’uomo diligente, e si era preparato un bellissimo discorso scritto. Ricordo certe frasi come “virtù preclara”, “la desolata madre”, “lo splendore del Paradiso”; poi, non so a quale proposito, verso la fine fece entrare alcuni versi del Satta, quelli che parlano dell’aurora sui graniti della Sardegna, quando brilleranno per la virtù dei sardi. Lascia sfollare, dissi a Erralù che tormentava una sigaretta fra le dita. Beato lui che è morto così, sospirava una donna salendo la gradinata. E’ morto onorato innocente. Lo hanno onorato tre dottori, osservò un’altra. E Maria Carai, chiamata viceparroco perché guidava le preghiere in chiesa, disse: Gesù Cristo fu compianto da tre donne, Maddalena, Veronica e Maria. Oh , Gesù Signore! facendosi il segno della croce. Un contadino dalla barba rossa concluse duramente: Però chi è morto è morto, e non torna più sulla terra. Ci mettemmo a fumare presso il portone, guardando il piccolo cimitero irto di croci di legno, di nomi su targhe di latta, nascita e morte. Non c’era altro, né fiori, né alberi, né lapidi. Nell’angolo lontano quattro uomini calavano un’altra bara nella fossa. E quello chi è? Non si sa chi è, nessuno lo conosce. Lo hanno trovato i porcari in un bosco… Un gruppo di bambini, sopra il muro di cinta, guardavano dall’alto, il Moro, a cavalcioni, si protendeva pericolosamente all’interno. E dirò un’ultima cosa, ora molto sinceramente. Per me la morte di Tobia è stata una fortuna: ho potuto fare il concorso e mi trovo a Roma, al Ministero, con un discreto stipendio. Quanto all’aurora sui graniti, dovete scusarmi, che brilli o non brilli io non ci ho colpa. Faccio il mio dovere e basta».

Senza un perché, il ragionamento e l’affabulazione
     Tanto sono caratterizzati dai nomi dei protagonisti i venti capitoli di L’aurora è lontana dalla Sardegna quanto sono anonimi, segnalati appena da un numero ordinale: per arrivare al trentatreesimo. Non racconti ma romanzo, il secondo libro – Senza un perché – pubblicato da Michele Columbu, ora sono giusto vent’anni, per i tipi della AMD cagliaritana, l’editrice cagliaritana di qualità di Anna Maria Delogu. Ne ha richiamato alcuni passaggi, felicemente, il vice sindaco Piras, commemorando il professore nel municipio del capoluogo. Non c’è però, in quel libro, soltanto la storia della strada, e della conversione degli agricoltori in operai da cantiere, né «la smania dell’emigrazione» cui avevano preso gusto in molti, fra contadini e artigiani e anche studenti, «certi studenti, ormai diciottenni e disamorati dallo studio»: ottanta in tutto, e «si contavano anche undici ragazze», ma ci sono anche storie e avventure di stelle e di animali, e di personaggi surreali, dall’indovina Rosa a Zigàr sognante il tesoro, la montagna d’oro, che esiste ma chissà dove, a molti, molti bambini professori dell’essenziale…
     Da ogni libro, e anche da questo, si può tentare la chiamata per le presentazioni: Miè, Marco – il giovane sbilenco e malvestito (come Tobia buonanima!) che pare uscito dall’arcobaleno e, contro le pretese dei clienti, non vende nulla e neppure conosce il significato del verbo vendere, e, di più, da un pacchetto vuoto di sigarette riesce a costruire un topo che sembra vivo di vita naturale… –, zio Ame, Kyrielle di Orthule, Alba e Maria Sette Caffè, i Giorgio e i Graziaddio, Concorde e il vecchio Daniele, Marianzela Romana e molti altri…
     Il romanzo è tutto una storia di incontri, incontri nella ricerca del tesoro, incontri nei racconti scambiati: a ragionare sul mondo e insieme per raggiungere la meta nascosta infine scoperta e presidiata con delirio d’onnipotenza: «Erano delle grosse sculture prismatiche, una dopo l’altra, appena definibili sotto uno spesso strato di polvere… Apparve allora un metallo intensamente giallo e lucente… E accadde che le due casse sfavillarono di luce propria e tutta la caverna fu abbagliata come per il sorgere improvviso del sole…». Casse pesanti, ma con una minaccia dentro, mischiata all’oro: una mosca nemica del mondo, la Moscamakè «quella che uccide tutti gli esseri viventi», e viva, ancora viva e vociante: «Sembra il rombo di un fiume in piena!». Una mosca in tutto simile alla innocua – o tale ritenuta – Moscamè, anch’essa presente nelle casse. Che fare? E’ l’ultima riflessione, ma risolutiva per quei cercatori, che concludono rovesciando il segno di quelle minime creature, assegnando un ruolo di virtù alla viziosa, e di vizio alla virtuosa, contro ogni apparenza: «Ma la Moscamè è buona, anzi buonissima… se è vero che fa crescere l’erba e ci dispensa da ogni lavoro… Pensiamoci bene! Che significa abbondanza di ogni cosa? E niente lavoro? Per gli uomini o per gli animali? E l’erba alta? E la totale mancanza di bisogni? Che succederebbe?... Senza bisogni da soddisfare, l’erba alta non servirà a nessuno, le vacche non avranno fame, i vitelli non si affaticheranno mettendosi in ginocchio per spremere il latte dalle mammelle delle madri; forse non nasceranno neppure, perché sarebbe un lavoro. Così per i cavalli e i puledrini, così per gli agnelli, per i bambini, per le foglie degli alberi, i fiori, le acque che corrono». Ancora: «la Moscamè può produrre solo una felicità immobile, cioè la stasi permanente, che non sarebbe felicità. Essa è il principio contrario al divenire dinamico del mondo, e dunque fermerebbe ogni mutamento, le montagne non franerebbero più verso le valli e non sarebbe possibile morire né nascere e morire ancora per rinascere, come accade nel ripetersi delle brevi stagioni sulla terra e nelle più ampie stagioni delle stelle, costellazioni e galassie». Dall’altra parte, invece, «la terribilità eversiva della Moscamakè determina un moto più accelerato verso l’evoluzione e il progresso del mondo. Distrugge, è vero, ma non preclude la rigenerazione della vita in un moto alterno e perenne»…
     Pensieri impegnativi ed estremi che investono il sacrario familiare, quello del dna e quello degli affetti di natura: «Quando il tempo avrà inghiottito anche l’alto San Basilio d’Ololà, misterioso e indistruttibile nella mente di mia madre, pensava Zigàr, nulla resterà di noi, né paura, né amore, né parole, e gli avi antichi e i lontani pronipoti da venire si aggireranno felici in un grembo luminoso e quieto… Marco intanto inseguiva un non-tempo e un impensabile non-spazio che si divorano e si annullano, si espandono, rinascono come spazio e tempo infiniti. E imperano. Ivi abita il Sole di Dio… Continuando sul filo di un pensiero interrotto, Zigàr riprese a interrogarlo: Vorrei almeno sapere chi ha inventato e imprigionato le mosche, perché e quando. Chi ha nascosto le casse? E perché d’oro e non di ferro? – Anche tu, Zigàr, appartieni alla schiera degli uomini che non si saziano mai di conoscere – gli rispose Marco. E più sanno e più si sentono oppressi da ignoranza: perché la scienza conquista nuovi spazi che appaiono immensi e alimentano l’orgoglio e la speranza degli uomini. Ma si tratta di particelle infinitesime; essi non conosceranno mai il Grande Sapere… E’ il tutto, cioè l’infinito stesso… Sì, non può essere che Dio. I sapienti lo chiamarono così quando seppero che era circondato da una barriera invalicabile e ne accettarono l’inconoscibilità. Altri uomini, invece, e giganti senza paura ma pazzi di superbia, in tutti i campi si proposero inutilmente di violare quella barriera scalando montagne verso il Cielo, costruendo torri, adattandogli ali d’aquila alle spalle. Anche quando non ricaddero nella polvere, furono comunque umiliati, perché fallirono l’intento. I sapienti no: scelsero la via di una rassegnazione dolce e sincera».
     Alle ultime battute. Dice Zigàr: «Non avrei mai pensato di trovare un tesoro e di doverlo abbandonare sottoterra per colpa di una mosca; ma un’indovina mi aveva avvisato. Le sono debitore di un capretto per Natale. Ora non voglio tesori né altri misteri. Sto bene così, e ho fretta di andarmene prima che qualche mosca infuriata faccia un buco nella cassa. Uscivano da una tempesta di immagini allucinanti e andavano recuperando le illusioni quotidiane, ossia la realtà paesana di contadini sani e al sicuro dalle sconvolgenti ansie dell’infinito e dell’eterno… Ripercorsero il pendìo fino all’abisso delle acque scroscianti, raggiunsero la galleria tormentata da pietre e da buche e sentirono il soffio vivificante del mondo esterno. Zigàr , che era entrato ultimo, si cacciò per primo fra i due labbri dell’entrata, graffiando ruggendo sfiatando, e uscì all’aperto. – Affrettatevi, ragazzi, questo buco sta diventando più stretto… Poi si ritrovarono insieme, seduti sui calcagni e con le palme aperte verso la fiamma che illuminava i visi tirati e assorti…».

Tracce per una biografia pubblica
     Ripensavo, accosto a Michele Columbu nella camera ardente del palazzo comunale, all’impasto elegante, colto, e però spontaneo, immediato e gentile nelle sue espressioni formali, che egli ha saputo compiere fra letteratura e politica, fra militanza e libertà osservativa, fra affabulazione – l’arte magica di chi sa coinvolgere chi t’ascolta dentro la trama del racconto che è sempre verità anche quando è invenzione – e studio su libri antichi e moderni, fra lingua e limba, fra territorialità e universalismo, l’universalismo ideale e dei sentimenti. Una preghiera laica, si può dire, davanti alla salma di Michele Columbu, ispirata da un umanesimo che non nega e anzi risale le scale di una meditazione esistenziale volta alle fonti della vita e agli approdi oltre il tempo, e ai meriti e ai compensi delle fatiche concessi negli stadi sì proprio del non tempo e della comunialità accogliente che chiamano paradiso: in cui è il riassunto o meglio la ricomposizione, per nessi e ragioni, della vita degli uomini come esseri relazionali e costruttori, muratori e architetti insieme. Sicché in quella preghiera laica che incrociava l’altro umanesimo dei significati e della grazia di santa religione entravano anche altre prefigurazioni di scenari consolatori e necessari: di riscatto delle opere incompiute o degli sforzi rimasti senza risultato, di assimilazione del molto che non si è saputo – per limite di natura – cogliere… Tutto vero, se il destino dell’umano è, come credo, la pienezza. Ripensavo a questo accesso alla pienezza, muovendo da una storia umile, come umile è la storia di ciascuno di noi. Perché dentro quella storia di Michele Columbu, appunto come anche in quella di chiunque altro che ti è associato in umanità – ciascuna con un suo timbro particolare –, rintracci i segni, originali eppure similari, del tuo stesso percorso e del tuo ambiente di famiglia e di formazione, di lavoro e fatica sociale…
     La Barbagia e il 1914: quel luogo in quell’anno. Ripensavo alle emozioni civiche, alle provocazioni e alle risposte dello spirito pubblico di Ollolai nei mesi che, là come in qualsiasi altro paese o città di una Sardegna di appena 600mila residenti, precedettero la chiamata al macello. Che non fu però soltanto macello. La bandiera sardista listata di nero e poggiata a protezione e onore di Michele Columbu rimandava alle piccole storie entrate nella grande storia. La guerra è sempre una tragedia. I nazionalisti gonfiavano le vele del loro interventismo di motivi imperialistici. I democratici – anche Lussu – avvertivano in quella partecipazione un compimento che non era soltanto retoricamente patriottico, ma civile: di liberazione civile dei fratelli di Guglielmo Oberdan ventiquattrenne impiccato dall’autocrazia, dei fratelli di Cesare Battisti venuto in Sardegna proprio in quel 1914 per dire della causa degli irredenti e far lega con repubblicani e socialisti e massoni, con i democratici prima di passare anche lui per il cappio di Cecco Bebbe. I sardisti, che sogliono mostrare maggiore consapevolezza di altri circa i diritti dei popoli alla propria soggettività culturale e storica, non possono, non potrebbero non comprendere il dramma vissuto tanto più da quelle giovani generazioni affacciatesi alla vita nella seconda metà del XIX secolo, dopo la stagione delle costituzioni liberali e l’avvio del moto risorgimentale: generazioni illuminate dalle speranze accese nella loro infanzia dalle azioni dei volontari garibaldini… quando Venezia divenne italiana, ma non Trento e neppure Trieste. Ricordo bene – per averlo pubblicato in un libro con tutti i suoi discorsi parlamentari nella prima come nella quarta legislatura repubblicana, Con cuore di sardo e di italiano… – l’intervento, sostenuto da un toccante humus morale, dell’on. Giovanni Battista Melis alla Camera dei deputati, nel settembre 1966, a riguardo del pacchetto per l’Alto Adige, dopo o forse ancora nel mezzo degli attentati sanguinari che si susseguivano per rivendicazioni massimaliste e ingiustificate.
     Si partiva per il fronte da tutti i paesi e le città della Sardegna, per combattere una guerra di trincea, nel 1915. Molti non tornarono, negli elenchi anche i barbaricini. Partirono da Ollolai e non tornarono Francesco Antonio Ghisu contadino, inquadrato nel 39° fanteria e perduto a Caporetto, morto in un campo di prigionia tedesco all’età di 34 anni, onorato con la medaglia della Vittoria. Così Antonio Bussu contadino anche lui, inquadrato nel 125° fanteria e morto 26enne per peritonite nella prigionia di Rethel, nelle Ardenne ancora ad occupazione tedesca. Così il coetaneo Costantino Daga, in forza al 226° fanteria, pastore, ucciso da una pleurite nel campo triste di Sigmundsherberg. C’è anche un Columbu nella lista, è Francesco classe 1891, contadino: un contadino morto a 25 anni in un campo della Macedonia… Non avevo i nomi, ma conoscevo le storie, tragiche forse come quelle dei perdenti nei campi russi di vent’anni dopo, risuscitati dalla penna di Cicito Masala per dare gli onori ai morti e gli ammonimenti ai vivi. Ho ripensato che quel telo del lutto sardista steso per coprire, anzi per proteggere, Michele Columbu nella sua bara ben poteva espandersi e raggiungere, per gli onori e le protezioni, quelle memorie che il tempo non dovrebbe rinsecchire, solo se le famiglie, e le parrocchie e le scuole di paese coltivassero la gratitudine. Giungevano frequenti ad Ollolai, come in qualsiasi altro centro dell’Isola, le notizie dei ferimenti e quelle delle morti. Rientravano in paese, come in qualsiasi altro centro dell’Isola, allora, i mutilati cui la sorte aveva imposto un nuovo corso di vita. Michele Columbu forse registrava anche lui, in casa, nel vicinato, raccogliendo dai discorsi dei grandi, l’eco della tragedia mondiale e anche sarda. Ripensavo anche a questo, poggiando lo sguardo sul volto ossuto e tutto profilo del professore e sul telo dei Quattro Mori listato a lutto. Perché, perché…
     Perché la prima volta che incontrai questa persona distinta e d’ascolto educato, sorridente per vocazione ed istinto di pacificazione per un avanzamento collettivo, fu quando sentii, prima che lui intervenisse al microfono per sostenere le sue tesi politiche, Giovanni Battista Melis. Un Giovanni Battista Melis già colpito dalla malattia, ma sempre portatore e testimone – autentico Cireneo – del messaggio sardista: riparlò delle trincee, del sardismo nato nelle trincee della prima guerra mondiale. Le declinò tutte, quelle trincee del sacrificio. Era la sua visione politica, la visione del suo sardismo drammaticamente romantico ma non sentimentale, sciroppato o libresco: lui era già adolescente quando nell’Isola, e in Barbagia e Baronia e Ogliastra, e a Cagliari dove studiava, quelle notizie tragiche giungevano dai bollettini dello stato maggiore. Le declinava un’altra volta ancora quelle trincee, e sosteneva, Giovanni Battista Melis, che il sardismo era nato lì e allora. Per l’unità della patria, per un obiettivo che consegnava un merito storico alla Sardegna e un diritto: il diritto alla giustizia sociale, il diritto alla terra e cioè alla proprietà agricola, il diritto alla autonomia della responsabilità democratica, che altri come Bellieni e Fancello scrittori della rivista Volontà e fautori di un partito italiano d’azione avrebbero poi teorizzato come fattore di riforma costituzionale e istituzionale, in repubblica… E invece venne il fascismo e la metà quasi della militanza e del ceto dirigente cedette alla insana promessa del miliardo e della autonomia. Non a caso era frequente, nella chiusa delle perorazioni parlamentari di Giovanni Battista Melis, negli anni ’40-50 e poi anche ’60, il rimando morale, o patriottico, o chiamalo meglio civile: «per l’unità vera della patria» vogliamo giustizia! Gridava dall’emiciclo, la sua voce doveva interpretare il comune sentire di tutto il suo partito rinato e resistente, e si caricava dell’orgoglio di un’intera storia che legittimava quella perorazione: «con cuore di sardo e di italiano…».
     Io l’ho pensato molte volte, quando – tanto più negli anni della faticosissima ricerca sul sardoAzionismo e sulla partecipazione sardista alla lotta contro il fascismo ed alla costruzione della repubblica – interloquivo spesso con Mario Melis e con Elena Melis e ricostruivo l’ecumene del partito di prima e di dopo la dittatura, e del durante ostile: l’ho pensato il Partito Sardo d’Azione, ove mai si potesse ricorrere alle categorie o alle scale delle quantità e delle misure, come il partito italiano per eccellenza, italiano più del partito repubblicano di Mazzini e Cattaneo, di Asproni e Tuveri, di Michele Saba e dei gemelli Mastio e Pintus, italiano più di quello socialista di Turati e Treves, di Nenni e Saragat e Pertini, o magari di Mura e Corsi, di Catte e Dessanay, italiano più delle falangi del popolarismo cattolico e della galassia liberale coccortiana della nuova così come della vecchia generazione. Italiano perché alimentato dalla fede di quei grandi della democrazia risorgimentale italiana richiamati non a caso su ogni numero de La Voce dei combattenti e de Il Solco e perché saggiato e plasmato dalle prove della storia, in quelle trincee, per realizzare l’unità vera della patria, con Trento e Trieste finalmente nella comunione nazionale: di una Italia da sentire come comunità delle comunità, senza appiattimenti o svalorizzazioni omologanti, ma nella ricchezza musiva che guarda a più ampi orizzonti politici, come quelli prefigurati dalla mazziniana Giovine Europa. L’Europa dei popoli richiamata nei documenti fondativi del PSd’A, ma che è anche l’Europa degli Stati, perché è la democrazia a legittimare oggi quel che nel 1834, e anche nel 1920 e 1921, mancava.
     Come incipit o passaggio di una ben più vasta e articolata e argomentata rassegna delle necessità socio-economiche della Sardegna – delle zone minerarie del Sulcis-Iglesiente o pastorali delle Barbagie storicamente volte a sud, delle zone costiere votate, dopo che alla pesca, al business turistico e quelle industriali sviluppate in una filiera (purtroppo illusoria) delle lavorazioni secondarie e manifatturiere di derivazione dai poli di Porto Torres od Assemini, delle infrastrutture stradali, portuali, scolastiche e sanitarie ecc., dell’ordine pubblico nella miglior versione di un ordine sociale che la Benemerita potrebbe assicurare meglio di chiunque altro proprio per la socialità del suo storico insediamento –, il discorso sulle trincee era una bella consuetudine nella bocca del direttore del partito, ma quella volta che io lo udii personalmente fu alla sala congressi della Fiera di Cagliari, nel febbraio 1974, diciassettesima assise ordinaria a partire dl 1921. Michele Columbu era parlamentare da poco più d’un anno, eletto alla Camera come indipendente (meglio: sardista) nelle liste del PCI, e doveva subentrare al vecchio leader. La successione se la disputavano lui, il professore, e Mario Melis: portatori di due sensibilità diverse, anche per diversità di formazione, ma parimenti interne e pertinenti ad una stessa fede.
     Ad affermarsi fu la linea più radicale del primo (che avrebbe avuto, a bilanciare, Bruno Fadda come vice alla segreteria), ma la conclusione congressuale fu unitaria, o ovviamente unitaria dato che si era alla vigilia del rinnovo del Consiglio regionale, che avrebbe ridotto ad uno solo i seggi per il PSd’A. Un amico mio come Fernando Pilia confezionò, per la sezione di Cagliari centro intitolata ad Alma Sanna Delogu, un altro numero, della decina o poco meno, del periodico Il Risveglio autonomista, ennesima testata della rapsodica pubblicistica sardista. Ed esso vale ancora, come fondo di emeroteca, degna raccolta degli atti.
     Il suo intervento Michele Columbu lo sviluppò attorno ad alcune tesi e ad alcune ipotesi, come dichiarò lui stesso anticipandone le linee e da subito lanciando una parola d’ordine: “separatismo”. Senza oltranzismi barricadieri però: «La nostra disgrazia, il nostro errore, secondo me, è quello di voler perseguire con ostinazione uno sviluppo di tipo europeo. Noi inseguiamo, stiamo inseguendo, a piedi, e ormai senza fiato, la macchina che porta avanti la società opulenta; ne siamo sempre più distanziati, non abbiamo nessuna probabilità di raggiungerla. Se vogliamo salvarci e salvare la Sardegna dobbiamo scegliere un altro modulo, veramente nuovo, di sviluppo e di vita… Sebbene idee separatiste nel Partito siano serpeggiate sempre e da sempre, solo che ora assumono maggior vigore al confronto di tutte le delusioni che l’Autonomia, che pure avevamo voluto e difeso, ci ha imposto, bene, dicevo, non è opportuno oggi impegnare il Partito in una svolta così impegnativa e, per un certo verso, così drammatica. Lasciamo che i tempi maturino e prepariamoci alle elezioni con la totale mobilitazione delle nostre forze». Tobia aveva seminato nell’animo di Nicola, Nicola portava il giudizio e la provocazione di Tobia «studente fallito» morto di tisi neppure ventenne…

Con Titino il magnanimo
     Solo rieletto in Consiglio regionale, Giovanni Battista Melis morì nell’estate del 1976. Il 9 luglio Columbu, da lui distante politicamente ma devotamente amico nel superiore sacramento sardista, lo onorò con un articolo sulla prima pagina de L’Unione Sarda. L’ho riportato nel mio Titino Melis, il PSd’A mazziniano, Fancello, Siglienti, i gielle, che ho poi donato in duecento e passa copie al Comune di Oliena (nella paradossale indifferenza di quell’Amministrazione così come della segreteria provinciale sardista di Giovanni Colli) perché fosse consegnato ai giovani delle scuole da appassionare alle cause belle della giustizia e della libertà, e dell’autonomia chiave di responsabilità nel servizio alla democrazia italiana.
     Riprendo quella pagina: «Pieno di energia viva un giovane democratico gli tolgono gli occhiali e lo spingono in cella. Lì non si vede niente. A Milano per studiare non per ammazzare il re suo padre è nell’arma fedele ma lui come mai è repubblicano. A quei tempi ci stava una congiura a Milano contro il re e vennero e saperlo in questura e per maggior sicurezza come avrebbe fatto Erode allora arrestarono tutti. Tutti i repubblicani e sospetti antifascisti e per forza anche un sardista… Lo sai che sei bravo a parlare e incanteresti i legionari gridando di Cesare Augusto e i sette colli fatali e i consoli e l’aratro con la spada e i confini imperiali del mare nostrum. Ma avevi quella matrice sarda, “de linna tosta secada in bona luna”, scegliesti di non mollare come il gruppo di Firenze e se no la resistenza se tutto il mondo è marcio non si fa. Oggi non è facile capire che cosa veramente fu la tua prima avvocatura per i poverelli. Certo non eri solo in quella forte Nuoro di Mastino e Oggiano che erano amici tuoi con Mannironi Pinna Giacobbe e con Filippo ma c’erano pure le spie tanti fez e aquile di latta un console della milizia un federale e un podestà… Nell’anno quarantatre capitai a Oristano con stivali e speroni e subito in via Parpaglia comando battaglione ecco l’antifascista in grigioverde non colonnello né maggiore ma già tenente Melis a quarant’anni così ti diedi del tu per via del grado. Nell’anno quarantatre dimmi quanto parlare facevamo ma attenti alle spie che però lo sapevano e ci tenevano d’occhio. Dimmi quante volte andammo al cimitero tu in piedi presso una tomba che ti graffiava il petto e io un po’ discosto io non sapevo di tuo figlio. A volte c’era Maria nella casa di Pieri se non ricordo male ci vedevamo con Cossu Aru e Cao anche per ascoltare radio Londra nella speranza chissà di sentire la voce sarda di Lussu o Giacobbe. Fu anche l’anno dell’assistenza a quattro carcerati in Oristano per alto tradimento assistenza pericolosa ti aiutava un frate per i fratelli Mannironi Ennio Delogu di Bitti e il pastore Mereu noto tziu Carraca. Avevi difeso anche i prigionieri greci al tribunale militare… Ti prelevarono in piazza gli agenti segreti del generale Basso interrogatorio due notti e io tagliavo gli ormeggi non parliamo di questo ti adirasti molto potevano fucilarti ma dopo tre giorni ti rilasciarono perché o fucilare o niente in Africa gli alleati stringevano da due parti. E doveva pur venire il venticinque luglio mio caro Titino e poi l’otto settembre. Ricostruire il partito facevamo propaganda persino agli americani… L’ho detto non sono un politico e nemmeno uno storico sono soltanto un amico e un compagno di lotta abbiamo sofferto insieme specie negli ultimi anni e consumando la vita dentro la febbre del sardismo e lui però amava e soffriva percorrendo tutti i lunghi fronti della Sardegna minatori pastori contadini operai e s’indignava incoraggiava organizzava».
     La conosco abbastanza la storia politica di Michele Columbu come si è sviluppata dal 1943-44, da quando è stato fatto sindaco di concentrazione antifascista ad Ollolai ed ha partecipato, come delegato della sua sezione, al VI congresso del Partito Sardo risorto, in quel di Macomer. Era la fine di luglio. Intervenne anche lui, brevemente, nella seduta pomeridiana della prima giornata, dopo che nella mattinata avevano parlato Pietro Mastino, presidente dell’assemblea, e Stefano Siglienti – ministro delle finanze nel primo governo di CLN presieduto da Bonomi, sì fatto ministro tre mesi dopo la scampata deportazione alle Fosse Ardeatine e dopo anche la fuga propiziatagli dalla moglie Ines Berlinguer da un campo di prigionia nazista a vigilanza austriaca, nei pressi di Roma. Aveva riaperto i lavori, nella sessione pomeridiana, il direttore regionale provvisorio, Luigi Battista Puggioni. Dopo il suo intervento aveva parlato uno dei leader più amati, Luigi Oggiano – il santo del sardismo e già repubblicano mazziniano nella sua adolescenza, l’avvocato dei poveri – , ma fra l’uno e l’altro – entrambi propensi ad accettare la proposta di Lussu di un patto federativo con il Partito d’Azione (la stessa causa sostenuta da Siglienti e l’indomani da Francesco Fancello) – si erano susseguiti alla tribuna tre o quattro altri oratori, tutti contrari all’intesa con gli azionisti gielle e piuttosto favorevoli ad un indirizzo autonomo e separato, anzi separatista, del partito. Columbu fra quelli. 1944. Nella ricostruzione anche degli umori e delle atmosfere della grande festosa assise, così Pietro Melis fotografa anche quel giovane protagonista, non ancora di primo piano, della kermesse: «Lo zaino di riserva era ancora intatto e fra tutti disponevano ancora di qualche grammo di trinciato indigeno: andremo benissimo, diceva salutandoci Michele Columbu, capo del drappello, combattente, decorato e professore, sardo e sardista della migliore razza». A piedi, da Macomer a Ollolai!
     Nel 1946 s’era candidato alle comunali anche di Nuoro, oltreché di Ollolai (dove avevano vinto i social-comunisti: 10 seggi contro i cinque dei sardisti), ed era stato eletto con altri otto compagni guidati da Luigi Oggiano e Dino Giacobbe, da poco tempo rientrato in quella città nella quale tanto aveva sofferto negli anni del regime.
     Salvatore Cubeddu ha diffusamente e dettagliatamente riportato modalità e risultati congressuali e anche elettorali, appuntamento dopo appuntamento, provinciale o regionale (o dillo nazionale!) del Partito Sardo, nei due preziosi volumi Sardisti. Viaggio nel Partito Sardo d’Azione tra cronaca e storia. Opportune ed efficaci sono, in entrambi tomi, anche le testimonianze di diversi protagonisti, e Columbu fra essi. Non c’è qui da ripetere nulla. Mi limito a ricordare qualcuno dei suoi contributi offerti alla pubblicistica del partito. E sarebbe bello che il suo partito, e la dirigenza – che per onorare il professore davvero dovrebbe in primo luogo migliorare se stessa nel servizio istituzionale e pentirsi con lacrime amare dello scriteriato ed assurdo appoggio ad una giunta regionale scadentissima e della partecipazione ad una maggioranza la più impresentabile che sia dato di immaginare, contraddittoria rispetto ad ogni postulato ideale del sardismo storico – potessero raccogliere in volume tutti gli scritti politici dell’antico segretario e presidente nell’era post-Melis. O per lo meno gli scritti consegnati alla stampa di partito. A cominciare da Il Solco, che nel 1945, diretto da Luigi Battista Puggioni e con Bartolomeo Sotgiu Pesce come redattore capo, riprese le sue pubblicazioni a Sassari. Due gli articoli firmati Michele Columbu in quell’annata apertasi press’a poco in concomitanza con il VII congresso regionale convocato a Oristano e conclusosi con la messa in minoranza dell’indirizzo dichiaratamente socialista di Emilio Lussu. “Linea Nuoro-Sorgono-Ortueri” sul n. 24 e “L’Associazione dei combattenti e la critica di un comunista” sul n. 41.
     Così sarebbe continuato. Nel 1946 soprattutto con interventi sulla questione pastorale: sul n. 37 con il resoconto di un convegno svoltosi a Nuoro con i lavoratori, sul n. 41 con l’articolo “Promesse vane?”…, e nel 1947 e nel 1948 e 1949…

I pastori, la questione cattolica e i comunisti
     Del 1946 è il numero unico Il sardo sbendato, uscito a Nuoro con Columbu responsabile. Missione del giornale è affiancare la lista sardista alla Costituente e sostenere, al referendum istituzionale, la scelta repubblicana. La pubblicazione esprime una forte connotazione difensiva della natura rispettosa della religione cattolica del Partito Sardo, tanto più nel Nuorese dove più che altrove s’è fatta aggressiva la linea di democristiani e più ancora del clero tendente ad addebitare ai Quattro Mori il presunto giacobinismo lussiano, e tutte le scelte dottrinarie del leader che ha combattuto e sofferto, lungo tormentatissimi vent’anni, per la libertà anche di quelli che ora lo avversano credendoci davvero o meno. Lussu l’anticlericale, il coniuge non consacrato, il babbo che non ha battezzato la sua creatura, il politico divorzista, il ministro contrario alla messa di ringraziamento per la fine della guerra e contrario anche alla recezione dei patti lateranensi nel testo della costituzione ancora tutta da scrivere…
     Proprio per evitare altre strumentalizzazioni di democristiani in cerca di voti , con preti e suore a supporto, si sono omesse le firme. Siglano i pezzi, invece, “il Sardo sbendato” – da ritenersi lo stesso direttore del numero unico – e “Un cattolico sardista”, “Il cantastorie”, “Il cronista”, “Gorroppu”, “Catone”… Certamente anche sotto quest’ultimo pseudonimo si cela Michele Columbu, che dopo lo sberleffo al re e alla corte tutta intera, conclude: «La Sardegna sarà ancora l’ultima delle regioni italiane? Che tristezza! Ma la responsabilità è di chi conduce i Sardi al Referendum mantenendoli nell’ignoranza, anzi coglionandoli». La sua denuncia inchioda i democristiani isolani che «fanno una sottile ed efficacissima propaganda per Umberto II. Uno dei sistemi più onesti è quello di chiedere alle donnette se preferiscano il Re o il Divorzio. “Il Re!” rispondono quelle in mala fede e senza interpellare i loro mariti per il semplice motivo che non hanno e non avranno mai un marito».
     Allo stesso Columbu, data anche la scrittura lieve e ironica, potrebbe attribuirsi una nota anonima che s’intitola “Coerenza” chiudendosi, con il dito puntato verso Salvatore Mannironi il nuorese dimentico, con il grido “Forza Sardos!”: «Nel secolo scorso, quando i migliori italiani andavano negli ergastoli, in esilio, sulle forche di tutta la penisola, o si facevano massacrare sui campi di battaglia per liberare l’Italia dallo straniero, la Chiesa era nemica di queste strane novità. Mazzini era un empio, Garibaldi un furfante, Vittorio Emanuele, II, il primo Re d’Italia, era uno scomunicato. Ma gli italiani riuscirono a fare l’Italia.
     «Quando Vittorio Emanuele III tradì lo Statuto e gettò la nazione nelle braccia di un folle, criminale, sovvertitore di ogni principio morale, assassino di ogni libertà, noi soldati – alla fine della messa – dalle labbra del sacerdote ascoltammo, rigidamente sull’attenti, la preghiera con che si invocava da Dio protezione e benedizione sul Re e sul Duce. Il sacerdote cristiano cattolico pregava Dio per la salute del Re traditore e del Duce, il sifilitico amico dei nazisti massacratori infami di ebrei, di vecchi inermi, di bambini, di donne. I sacerdoti benedicevano i labari, i gagliardetti, i cannoni, gli aeroplani, le bombe… ’avv. Mannironi, non si vergognava di recarsi alle urne fasciste, né di iscriversi al sindacato fascista degli avvocati , esortando gli amici – altra tempra di uomini, altra onestà, altro coraggio, altra dignità – a fare altrettanto. Oggi il Mannironi non trascura nessuna insidia, nessuna forma di diffamazione contro quegli amici antifascisti.
     «Ora Lussu, Mastino, Melis, Puggioni, Oggiano, Giacobbe e le migliaia di Sardi che adorano questa Sacra Terra, son esecrabile gente, peggiore di Mussolini, di Hitler, di Vittorio Emanuele III, dei fascisti, dei nazisti.
     «I Vescovi di Sardegna si riuniscono per “riprovare” il partito che vuole conquistare la Sardegna per i Sardi e per unirla finalmente all’Italia, dopo secoli d’isolamento. I Vescovi portano la discordia nelle famiglie dei sardi, la tristezza, il pianto. I Vescovi non amano la Sardegna. Ma i Sardi redimeranno quest’Isola e conserveranno la fede in Dio».
     Membro del direttorio regionale eletto al congresso di Cagliari del 1947, Columbu sottoscrive la mozione Mastino-Oggiano-Soggiu-Contu-Sale-Casu-Sotgiu-Puligheddu-Spandedda-Bua-Solinas-Cao-Usai-Corroca-Pietro Melis (denominata sardista) che va al voto del congresso del 3 e 4 luglio 1948, conclusosi con la uscita della corrente socialista lussiana dal partito. Con Lussu anche Dino Giacobbe, suocero rispettato ed amato di Columbu, il quale ultimo viene rieletto nel direttorio provinciale di Nuoro.
     E’ soltanto di qualche settimana prima la campagna elettorale per il primo Parlamento repubblicano, quello famoso uscito dalle urne il 18 aprile. Il Solco ha dato conto dei comizi che i vari dirigenti hanno tenuto un po’ in tutte le piazze dell’Isola. E con Il Solco anche Battaglia Sardista, foglio nuorese d’occasione che nel suo numero dell’8 aprile ospita un articolo di Michele Columbu in polemica con il leader comunista Renzo Laconi, fattosi polemico verso lui stesso (definito «sciocco») e il Partito Sardo in un certo discorso pronunciato a Dorgali. Replica il giovane professore (che mai avrebbe immaginato di doversi un giorno candidature, sia pure da ospite, nella lista del PCI!), e gli argomenti sono infiniti e tutti facili: «Non v’è dubbio. Dalla Cina, dalle tundre siberiane a tutte le Russie, fino alla Polonia sempre sfortunata, alla Romania, all’Ungheria, alla Jugoslavia feroce, fino all’infelice Cecoslovacchia vi sono comunisti, e vi sono proseliti in Italia e altrove, e in Sardegna e forse anche a Dorgali dove non mancano, come dovunque, gli ingenui che si fanno adescare dalle trappole d’oro… Il Partito Comunista certo è un partitone. Il nostro invece è un piccolo partito: in Mongolia, il Partito Sardo non conta nulla, fra i Chirghisi e i Calmucchi è, credo, completamente sconosciuto (anche l’on. Laconi in questi paesi è poco popolare); ma è assai noto in Sardegna, dove gli stessi dirigenti comunisti lo hanno tenuto e lo tengono in tanta considerazione che, dopo averlo furiosamente combattuto senza riuscire a sopprimerlo (intenderebbero forse farlo in un secondo e più agevole momento) hanno fatto di tutto, ma invano, per trascinarlo nel loro Fronte Popolare, offrendogli l’onore del contrassegno (i quattro mori), un certo numero di deputati…»
     Conclusione in stile e, rivolto a Laconi, fra parentesi personale: «E basta! Ma fai un esame di coscienza e confessalo almeno a te stesso, non è una grande seccatura codesta libertà di stampa? Posto che io avessi osato scrivere le medesime cose in quel regime comunista che tu sogni di instaurare, per il bene… del popolo, come sarei andato a finire? Con tutte le attenuanti e con tutta la tua benevolenza, almeno almeno mi avresti fatto cambiare isola… Ciao!».

L’emeroteca di uno scrittore, prima e dopo quella marcia politica
     Nei primi anni ’50 le uscite della stampa sardista sono molto saltuarie, date le annose difficoltà finanziarie del partito che pur può contare su una dirigenza complessivamente benestante, e su un gruppo consiliare alla Regione relativamente numeroso. Sono gli anni degli esecutivi Crespellani, quelli di esordio della autonomia speciale, con Anselmo Contu presidente dell’assemblea ed esponenti del partito (e/o tecnici di area) – da Piero Soggiu ad Alberto Mario Stangoni, da Mario Azzena a Mario Carta – nelle compagini di governo. Escono nove numeri de Il Solco nel 1951, nessuno nel 1952, nel 1953 e nel 1954; soltanto in parte surrogano tre uscite di numeri unici – settembre, ottobre, dicembre 1952 – di Sardegna, voce della Gioventù sardista. E intanto passano, nel 1952 e nel 1953, i primi rinnovi amministrativi e poi anche quelli sia del Parlamento nazionale (quando il mancato risultato della legge maggioritaria impedisce il rientro di Giovanni Battista Melis alla Camera) che del Consiglio regionale (in cui si riduce da 7 a 5 il numero degli eletti sardisti). Nuovamente ecco Il Solco nel 1955, con nove numeri unici a cadenza pressoché mensile e a direzione responsabile di Giovanni Battista Melis. Occorre affrontare le nuove battaglie, in un contesto nel quale sia alla Regione che al Comune di Cagliari (dove i sardisti sono stati per una consigliatura senza neppure un rappresentante!) i democristiani governano – leader Giuseppe Brozzu e Mario Palomba – con l’appoggio più o meno scoperto di monarchici e missini. Troppo breve, alla Regione, fra 1954 e 1955 – l’esperienza assessoriale di Pietro Melis e Gian Giorgio Casu, per poter raccogliere il meritato consenso dell’elettorato; e ancora prosegue la “lunga notte” del sardismo che, povero di rappresentanze istituzionali e costitutivamente incerto sulle proiezioni (e dunque sulle alleanze) nazionali, limita a qualche manifestazione di bandiere e passione la sua presenza sulla scena pubblica.
     Soltanto quattro numeri – ancora con Giovanni Battista Melis direttore responsabile – nel 1956, ed uno nel 1957: più che altro a supporto informativo (e di legittima propaganda) delle attività congressuali interne, provinciali o regionali, e/o dei cimenti elettorali: nel 1956 alle comunali e provinciali, nel 1957 alle regionali (che vedono ulteriormente sforbiciata la raccolta di voti e confermata la compagine degli eletti). Sono anni, questi, in cui Columbu vive la sua vita familiare e professionale a Milano. A sua firma compare forse un solo articolo, su Il Solco del 15-22 dicembre 1955. Titolo: “Gli statali che mascalzoni”.
     Una certa svolta – intrigante per vari aspetti e che interrompe provvisoriamente il rapporto preferenziale, ma mai entusiasta, con i repubblicani (per i quali al congresso del 1957 ha partecipato lo stesso Ugo La Malfa, interlocutore privilegiato di Giovanni Battista Melis e per la trascorsa comune colleganza parlamentare e per la spontanea solidarietà dettata dai trascorsi galeotti di entrambi giovanissimi, nel 1928) – si registra nel 1958. Il PSd’A si presenta alle elezioni nazionali con il Movimento di Comunità e il Partito dei contadini, concentrazione piemontese ma con riferimenti ideali, specialmente gli olivettiani, alle più avanzate correnti culturali personalistiche e comunitarie, e cui ha dato la sua adesione, da Napoli, anche Camillo Bellieni. Con i simboli aggregati sulla scheda elettorale e la dizione di “Comunità della cultura, degli operai e dei contadini”, il Partito Sardo – per il Senato invece alleato nell’Isola dei socialdemocratici – spende molte energie e altrettante speranze per affermare i suoi postulati e le sue proposte politiche sulla scena italiana. Certo, lo intriga il poter raccogliere attorno ai nomi dei propri candidati nei collegi continentali, il voto degli emigrati, ma conta molto anche la possibilità di cogliere tutte le chance offerte dalla legge elettorale circa il collegio nazionale dei resti (come accadrà nel 1963 con la più felice alleanza con l’Edera, e l’elezione proprio nel collegio nazionale – e dunque con i voti anche dei repubblicani storici di Romagna e Lazio e Sicilia ecc. – di Giovanni Battista Melis).
     Certamente anche con l’aiuto finanziario di Olivetti, escono sedici numeri (l’ultimo è doppio, 16-17) de Il Solco, sempre formato lenzuolo ma con una grafica più essenziale e moderna, e qui Michele Columbu – candidato per la lista Olivetti nel Collegio Milano-Pavia (nella stessa lista sono anche Gonario Deffenu, medico e docente universitario, il sociologo Franco Ferrarotti e l’editore Alberto Mondadori) – pubblica tre articoli: il primo, con il titolo “Nella Barbagia di Ollolai”, il 16 febbraio, gli altri due – come sviluppo del medesimo e i nuovi titoli “Il ritorno del combattente” e “O mia comare non siate triste” (con comune occhiello ancora “Nella Barbagia di Ollolai”) – rispettivamente il 23 febbraio e il 9 marzo successivi.
     Alla vigilia del voto esce anche il numero unico Sardegna Italiana, con sottotestata programmatica “Dedicato ai problemi della Sardegna” ed a sei pagine. Columbu ne è il direttore responsabile – forse in tale veste per lui si tratta dell’esordio – e in redazione Armando Businco, Gonario Deffenu, Raffaele Granata, Giovanni Battista Melis, Gilberto Rossa, Guido Scano, Domenico Tarizzo. In sesta è impaginato l’articolo “Fuga dei migliori” a firma appunto di un Columbu esperto di agricoltura e pastorizia. Con questo sommario preoccupato: «Nulla si è fatto nel settore dell’agricoltura. Una situazione anacronistica e mostruosa in cui contadini e pastori sono nemici come nel più classico dei western americani». Allo stesso Columbu dovrebbe potersi attribuire il fondo di prima pagina – “Votare per la Sardegna” – in cui è richiamata come autentica opportunità storica quella di riunire sotto la stessa capanna elettorale la comune ansia di giustizia dei sardi sparsi per l’Italia intera, o quell’Italia del nord in cui ormai da molti anni un numero ingente di corregionali sono emigrati alla ricerca di un pane per sé e la propria famiglia.
     Ancora a Columbu dovrebbe ascriversi un altro articolo – siglato M.C. – di Sardegna Italiana: “Prigionieri delle sigle” è il titolo ed il riferimento è all’ENPAS, l’ente nazionale di previdenza ed assistenza per i dipendenti statali. La nota polemica contro quell’ente di Stato e le sue inefficienze è sostenuta dal racconto di un caso personale, in punta di penna. Il fioretto può anche più della spada.
     Sarà un altro insuccesso: certamente per il Movimento di Comunità (se è vero che il solo eletto della lista – Adriano Olivetti – lascerà presto il seggio parlamentare a Ferrarotti), ma forse anche e soprattutto per il Partito Sardo che si trova di nuovo escluso dalla partecipazione alla vita politica nazionale. Quel partito che aveva avuto tre eletti nella lista dell’Elmetto del 1919, quattro nel 1921 (con il debutto lussiano a Montecitorio), due nel 1924 – nonostante la tagliola della legge Acerbo e la scissione ancora bruciante dei fasciomori –, due ancora alla Costituente ed uno all’esordio repubblicano del 1948, paga ormai dal 1953 una minorità ingiusta ed umiliante. Anche in Sardegna: dopo l’ultima giunta a presidenza di Alfredo Corrias, per tre anni – quelli del governo Brotzu stradiato a destra – esso è stato escluso dalla maggioranza e dalla possibilità concreta di incidere sulla politica sarda.
     La rimonta inizia nel 1960-61: con le amministrative e soprattutto le nuove elezioni regionali che, pur confermando i cinque seggi, segnalano un aumento di voti cospicuo: addirittura diecimila, di cui settemila in provincia di Cagliari, gli altri nel Nuorese. Politicamente prende forma la nuova intesa con i repubblicani di Ugo La Malfa, in un recupero di storia che può esprimersi per decenni e rimanda ai comuni padri Mazzini e Cattaneo: alleati al tempo del Movimento dei Combattenti, tanto più a Sassari (si pensi a Michele Saba apostolo democratico, nell’alterna posizione di Bellieni fra Mazzini e PRI); alleati nel 1921 con Agostino Senes nella lista Quattro Mori; alleati nel 1924, con quell’intervista di Cesare Pintus a Emilio Lussu pubblicata in prima pagina da La Voce Repubblicana, e soprattutto con le uscite di Sardegna, il quotidiano condiretto da Raffaele Angius e il giovanissimo Silvio Mastio; alleati nella clandestinità di Giustizia e Libertà, Saba come Puggioni, come Contu, e nella clandestinità spiata dall’OVRA in quel di Nuoro, con Gonario Pinna come Mastino od Oggiano o Melis e gli altri, ma soprattutto nella clandestinità finita galeotta con Fancello sardista e Pintus repubblicano associati nello stesso processo e nella stessa condanna; alleati in Spagna con Pacciardi, Angeloni e altri come Giacobbe e Zuddas; alleati nella ripresa democratica nella articolazione dell’eptarchia isolana, variante regionale del CLN nazionale; alleati alle elezioni dell’esordio autonomistico, con Parri senatore repubblicano oratore ai comizi sardisti; alleati al tempo del governo De Gasperi con La Malfa ministro del Commercio con l’estero; alleati alle regionali del 1957, ancora con Ugo La Malfa alla tribuna del PSd’A…
     Lo scenario nuovo è quello della legge di Rinascita nella prospettiva politica del centro-sinistra nazionale e regionale. Ugo La Malfa ministro del Bilancio e della programmazione economica in chiave di riequilibrio settoriale e territoriale, meridionalista per necessità e volontà, costituisce il referente certo per Giovanni Battista Melis e il suo partito. Da quella interlocuzione impegnata nel riconoscimento delle dotazioni finanziarie (aggiuntive e non sostitutive) e delle funzioni regionali prevalenti sulle competenze centraliste della Cassa del Mezzogiorno, origina l’intesa elettorale formale della primavera 1963, con Giovanni Battista Melis candidato sardista numero uno della lista Edera. Diminuiranno complessivamente i voti, ma l’obiettivo di riportare un sardista a Montecitorio e farlo protagonista – pur all’interno di un esiguo gruppo parlamentare – della attività legislativa nazionale è raggiunto.
     Nel 1964 – altro anno di rinnovi amministrativi – Michele Columbu torna in Sardegna, e nel suo paese viene eletto sindaco. Della primavera successiva, che anticipa il rinnovo anche del Consiglio regionale, è la sua famosa marcia. Prende avvio il suo pieno reinserimento nelle attività, e nelle responsabilità, del partito. Può dirsi che, per molti motivi, inizia un nuovo corso politico per il PSd’A: per gli effetti anche emozionali di quella famosa marcia, per l’entrata in progress fra i quadri sardisti delle tesi di Antonio Simon Mossa, per i primi sommovimenti che a Cagliari la sconfitta elettorale (alle regionali del 1965) del direttore provinciale Armando Corona provoca e che funzionerà da motivo scatenante l’insoddisfazione di molti – soprattutto del Nuorese – verso la gestione, ritenuta centralistica, di Giovanni Battista Melis (e dei Melis tutti: Pietro, Pasquale, Mario) che produrrà, nel passaggio fra 1967 e 1968, la nuova scissione in direzione del PRI. Mentre il Partito Sardo, al congresso di febbraio di quello stesso 1968, introduce nei suoi deliberati la istanza di un riconoscimento di “statualità” alla Sardegna che marcherà, debitamente e strumentalmente enfatizzato, la rottura.
     Uno dei passaggi clou di questo nuovo corso, che vede Michele Columbu fra gli attori di maggior rango e visibilità, è dato dal congresso provinciale sassarese che si svolge, nel novembre 1965, ad Ozieri. Può essere utile stralciare alcuni brani della introduzione al lungo documento che porta la firma associativa di Sardegna Libera, che è anche la testata registrata, come numero unico del 10 marzo 1966, da un gruppo di militanti e dirigenti e che porta la responsabilità di Antonio Simon Mossa e nel comitato di redazione vede i nomi di Michele Columbu appunto, e di Giacomo Mameli, Giampiero Marras, Ferruccio Oggiano, Antonio Cambule, Franco Bussu, Dario Cappelli.
     Ecco dunque quell’incipit: «Il Congresso di Ozieri acquisterà un valore nella storia del Partito Sardo d’Azione con il passare del tempo. Esso si inserisce nel processo di risveglio sardista che ha avuto come “piccolo padre”, nell’aprile del 1965, Michele Columbu, sindaco di Ollolai. In quella occasione tutta la Sardegna era stata colpita da una folgore. Un uomo solo, che era anche un sindaco, cioè il capo di una comunità isolana di cittadini, di una comunità di montagna, di una zona povera, sottosviluppata, abbandonata, aveva voluto richiamare l’attenzione delle autorità regionali e d’oltremare, immemori e irriconoscenti verso chi, come le popolazioni dell’interno, sentiva più grave il peso della tragica situazione economica in cui si dibatteva tutta la Sardegna, con una marcia coraggiosa di quasi quattrocento chilometri: Cagliari-Ollolai-Sassari. Una marcia di protesta contro tutto e contro tutti, ma che rivelava la disperazione di un popolo oppresso di cui Michele Columbu, con coraggio civile e decisione ragionata, si faceva vessillifero.
     «Del resto le dichiarazioni rese da Michele Columbu a Cagliari, al momento della partenza, soprattutto le sue nette affermazioni di protesta contro quella autonomia che ci è stata elargita dall’alto come una elemosina e una pietosa concessione perché, come nei secoli passati, continuassimo a tacere e a soffrire, contro quella autonomia che non è autonomia, ma è velato centralismo con manifestazioni del tutto formali, che non consente al popolo sardo di governarsi da solo per darsi le istituzioni che alla sua vita sono più consone, che allontana sempre più le prospettive di un rinnovamento e di una rinascita sostanziale, sono da sole sufficienti a spiegare … il perché di questo Sardismo, di questo movimento d’opinione, di questo Partito di lotta…
     «Michele Columbu ha dimostrato ai tiepidi, ai pusillanimi, ai venduti, ai nemici della Sardegna, che il Sardismo è ben vivo e vitale e che la sua validità, proprio nella espressione politica che il Partito Sardo gli conferisce, si proietta luminosamente nel futuro. E più che mai vivo, il Sardismo, in questo momento, con la sua intransigenza, con la sua purezza, con la sua combattività… E’ l’ondata di entusiasmo che ha accompagnato la marcia di Michele Columbu sino al trionfo della piazza di Sassari ha dimostrato le inesauste energie di questo piccolo grande Partito, le possibilità offerte a tutti i sardi nel duro cammino della democrazia e della libertà dai suoi ideali…».
     E’ un incipit di cinque fitte pagine del volume che ha raccolto gli atti congressuali, e il nome del nuovo leader morale è ripetuto quattordici volte e serve per recuperare la lezione di Bellieni, o una parte della ben più complessa lezione bellieniana, piegata con qualche forzatura e perfino spregiudicatezza dalla dimensione della riflessione o anche della presa di coscienza identitaria e culturale a quella della politica corrente, in una rinuncia, forse definitiva, alla partecipazione allo “spirito” italiano e quasi in un suo rigetto per riorientare invece la bussola del sardismo, come accadrà, fra le nazioni senza stato e le comunità dalle lingue tagliate, originando nel tempo le alleanze con le minoranze etniche di mezza Europa, le battaglie sul bilinguismo, la zona franca e la demilitarizzazione, tutte viste come tessere del mosaico indipendentista. Il tutto facilitato dal passaggio generazionale della classe dirigente del partito, con poche eccezioni.
     In quella prima uscita di Sardegna Libera Columbu (sindaco in carica nel suo paese) firma, con lo pseudonimo di Ferrandu, l’articolo “Che cosa faranno gli Ollolaesi?”: un bell’affresco delle povertà locali, fra fognature e rete idrica, scuole e strade, cimitero ed edilizia, cooperazione agricola e sport, turismo e antichità. E’ abbastanza chiaro come il paese nativo del sindaco-articolista venga assunto anche come paradigma o il modello rappresentativo delle altre cento comunità sociali delle zone interne dell’Isola, che il sindaco-marciatore ha potuto conoscere attraversando tutte e tre le province. Così l’incipit: «A Ollolai, ridente comune montano (m. 1000 slm), di 2.370 abitanti, di cui ben 120 emigrati, con un territorio comunale di 2.700 ettari, di cui comunitari 150 circa, presenta oggi numerosi problemi che l’amministrazione comunale tenta faticosamente di risolvere. Infatti il primo di questi problemi è quello della disoccupazione, che conta ben quaranta unità. L’amministrazione chiede lavori pubblici, sia per assorbire i disoccupati, sia per risolvere problemi annosi…».
     Nel successivo numero di Sardegna Libera (quello del 20 aprile 1966), all’interno della cronaca del convegno sulla pastorizia isolana e barbaricina svoltosi domenica 20 marzo ad Ollolai, compare il testo integrale del discorso – un’autentica lezione (titolo: “L’urgenza e la concretezza”) – di Michele Columbu, promotore dell’incontro di esperti, amministratori (di ogni partito) e soprattutto operatori.
     Nello stesso anno va in edicola, con data 1° novembre, un numero de Il Solco nuova serie (mentre un altro ne uscirà datato 1° gennaio 1967), recante soprattutto notizie sulla attività parlamentare di Giovanni Battista Melis (ancora generosamente attivo nel gruppo repubblicano alla Camera dei deputati). In terza pagina è riportato l’intervento di Columbu (“L’impegno del PSd’A”) al recente convegno dei sindaci indetto dalla giunta regionale.
     Nel 1967, il periodico La Tribuna della Sardegna, fondato e diretto dal giovane pubblicista Bruno Josto Anedda (brillante scopritore del monumentale Diario asproniano, prossimo segretario regionale del PRI e fra i protagonisti della gestione della intesa in fieri fra i repubblicani e i sardisti frazionisti di Mastino-Puligheddu e Corona), pubblica in quattro puntate una inchiesta ed un forum, affidato a Michelangelo Pira, sul separatismo, la questione cioè che va ormai imponendosi nel dibattito pubblico regionale (spinta a livello istituzionale anche dalla politica rivendicativa verso il governo nazionale di alcune giunte, da quella Dettori a quelle Del Rio). Michele Columbu interviene nella seconda delle quattro puntate, nella veste di presidente dell’Associazione Regionale Pastori della Sardegna. Se ne possono riprendere, a titolo indicativo, le prime battute: «Quando i tempi erano altri tempi, i sardi non vendevano nulla, non compravano nulla, mangiavano poco e si vestivano in casa. Economia di sussistenza. La Chiesa e il feudatario imponevano decime e servizi. Poi venne lo Stato liberale e inventò le tasse, le guerre, la distruzione dei boschi: prima per potassio poi per carbone e poi per traversine. In compenso fece o riparò alcune strade affinché i prefetti, i carabinieri e gli esattori viaggiassero più agevolmente.
     «Quest’isola era come una riserva indiana, con tutti gli indiani dentro, analfabeti, affamati, malarici, tubercolotici, mentre i visi pallidi distruggevano i bisonti e facevano i loro commerci. I pochi sardi che avevano studiato diventavano visi pallidi per essere più belli e più comodi; diventavano esattori, caporali generali, servivano orgogliosamente la patria imparata nelle scuole. Però la patria non era la Sardegna; anzi la Sardegna era una vergogna, tutta cattivo gusto, con le sue montagne spoglie, i paesi senz’acqua e tanti odori di lavoro e di miseria.
     «Uomini giusti e gagliardi ce ne furono due o tre; ma gridavano nel deserto, oppure venivano impiccati. E l’asservita gente di odore diceva: Questi che hanno impiccato erano uomini imprudenti; quelli che predicano nel deserto quale barone o quale industria li paga? I baroni e i sottocoda dei baroni, al calduccio, dicevano: Che ingenui e che sciocchi! Se fossero stati dalla nostra parte avrebbero fatto carriera.
     «E così arriviamo ai tempi moderni. Negli anni 1915-1918, in lontane trincee di montagna, fra ghiacci e pidocchi, certi operai e contadini di un paese sconosciuto ammazzavano…». Il tempo di Trincea delle Frasche, dei Razzi ecc.
     Una storia semplificata, certo, ma evidentemente non senza verità di fondo che interpellano ancora politica ed istituzioni… Verità piegate alla contingenza rivendicativa – legittima – e di più, alla svolta ritenuta necessaria e quasi urgente agli indirizzi politico-programmatici del partito: il separatismo. Quello gentile, etico-economico, di Michele Columbu ha cominciato ad incrociare l’etnocentrismo che la predicazione, invero non meno gentile, di Antonio Simon Mossa va diffondendo come nuova categoria della politica sardista. In Parlamento nella legislatura 1972-76 in più occasioni, Columbu – iscritto al gruppo misto – riproporrà la sua rilettura della storia sarda e la sua perorazione indipendentista…
     La scissione sgarbata – da entrambe le parti – del 1968 porta alla sconfitta elettorale alle politiche dello stesso anno (quando mezzo PSd’A ha riempito la lista repubblicana sovrapponendo all’Edera mazzinana l’Isola simbolo del neo costituito Movimento Sardista Autonomista), ed alla sconfitta alle regionali del 1969, che riduce a tre unità la presenza sardista in Consiglio: con due Melis – Giovanni Battista e Mario, esordiente – e Bruno Fadda, e costringe il PSd’A a dare copertura ad esecutivi tutti democristiani non esenti da populismo.
     Nel 1972 viene dunque, per disperazione, l’alleanza innaturale, e non senza contrasti, con il Partito Comunista Italiano. Columbu viene eletto, secondo i patti, e gli è riconosciuta piena libertà nell’espletamento del suo mandato.
     Il bilinguismo prende intanto ad affacciarsi con sempre maggiore frequenza sulla stampa sardista, di corrente o di partito. Sardegna Libera è diventata Sardinna Libera, ed essa ormai si presenta come tribuna di “politica, ateras cosas politicas e politica puru”. Un numero unico esce, nel dicembre 1973, con titolazioni che rimandano a un radicalismo, per non dire estremismo, che negli anni della strategia della tensione, degli attentati, degli scontri di piazza che agitano l’Italia e anche la Sardegna, non aiuta forse a trovare soluzioni strutturali e convenienti. “Prima che sia tardi”, “Lottare col popolo”, “Un male incurabile” (sull’emigrazione), “Una nazione proibita” (firma Sergio Salvi), sono i titoli sparati da un giornale che ormai vuole rappresentare una opposizione più che una candidatura al governo.
     A Columbu non ancora direttore del partito (ma in via di esserlo: mancano quattro mesi soltanto all’avvicendamento di Giovanni Battista Melis, direttore del partito dal 1945!) sono forse attribuibili (dato anche lo stile della scrittura) tre articoli non firmati: l’editoriale “Prima che sia tardi”, “Partito Sardo e Sardismo” e “Separatismo e autonomia”.
     Sardinna Libera in formato magazine esce ancora, con un numero unico, nel marzo 1976, vigilia del rinnovo parlamentare, dopo l’improvvida caduta del governo Moro-La Malfa e il breve e scombinato monocolore Fanfani. Fra gli articoli, quello firmato dal direttore responsabile ed ora anche segretario politico Columbu che, ricandidato, non tornerà a Montecitorio, mentre Mario Melis raggiungerà lo scranno senatoriale di Palazzo Madama: “L’ultima occasione”, con un distico a mo’ di sommario: «Il giorno in cui l’attuale e diffuso sentimento di sardismo si tradurrà in un risoluto programma di lotta, la Sardegna cambierà profondamente».
     Per Michele Columbu il ritorno ad una assemblea rappresentativa, a parte il Consiglio comunale di Cagliari – quello che lo elegge per un giorno sindaco, alla faccia dei democristiani in lite permanente fra gruppi e correnti –, sarà nel 1984, e sarà nel Parlamento europeo, espresso da un’alleanza denominata Arcobaleno stipulata dai sardisti con l’Union Valdotaine ed altri partiti e movimenti etnicisti (walser, ladini, greci, albanesi, croati), all’insegna di “l’Europa dei popoli”. Nei primi numeri della nuova serie de Il Solco, nella primavera appunto del 1984, per due volte egli propone le sue riflessioni: il 1° aprile, nell’editoriale “Il lungo cammino”, ed il 1° giugno, con la spalla “I veri sardisti”.
     La conclusione della esperienza all’Europarlamento sviluppatasi in parallelo a quella della giunta Melis e anche alla presenza sardista certamente non avara neppure in Parlamento (due eletti, fra Camera e Senato nel 1983 e tre nel 1987), significherà per Michele Columbu il sostanziale esaurimento della leadership ormai condivisa, ciascuno con il suo ruolo, con uomini come Mario Melis (subentrato nell’Europarlamento nel 1989) e Carlo Sanna. Egli permarrà altri due anni alla presidenza del partito, senza ruoli operativi. Per il resto sarà, la sua, una fertile vecchiaia, la vecchiaia di un signore gentile e visionario. Pubblicherà un libro, un altro, bello, bellissimo.
     Ancora Il Solco, in un formato quaderno. Sul n. 2 del novembre 1990 in versione bilingue (“Cudda utopia incantera”, “L’incanto dell’utopia”) viene proposto un suo scritto: stralcio del suo intervento “in omaggio a Michelangelo Pira” pubblicato nel volume La ragione dell’utopia, edito da Giuffrè nel 1984.
     L’episodicità della stampa sardista – che non deriva più però dalla povertà del partito, ma forse da quella politica e progettuale del ceto dirigente e dei gruppi consiliari – non offre più a Michele Columbu tribune o spazi di racconto.

Gianfranco Murtas - 14/09/2012


visita il sito www.gianfrancomurtas.tk di Democrazia repubblicana e sardista



Edere repubblicane - Copyright © 2012 WebMaster: Giovanni Corrao