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Memorie repubblicane e risorgimentali in un libro sul monumentale di Bonaria

     Scrivo questa nota nel giorno in cui è venuto a mancare il carissimo professore Tito Orrù. Onore alla sua umanità e alla sua cultura! Onore al suo spirito democratico e autonomista, al suo mondo ideale in cui Mazzini e Garibaldi ispiravano, con Giorgio Asproni e Tuveri, coordinate sempre nuove ed attuali del viver civile. Professore di storia della Sardegna (ma pro tempore le sue cattedre sono state molteplici) presso la facoltà di Scienze Politiche di Cagliari, eminentemente a lui, al suo collega Carlino Sole e al nostro indimenticabile amico Bruno Josto Anedda, cui molti altri si sono via via aggiunti e fra essi in primo luogo Maria Corona Corrias, si deve il gran merito del faticoso lavoro di ricostruzione biografica e censimento degli scritti e dei discorsi del “canonico ribelle” e leader della opposizione parlamentare ai governi della destra storica che tanto illustrò la Sardegna nell’Italia che volgeva a farsi unita ed unita infine fu pur ancora con suggello monarchico: Giorgio Asproni.
     Se l’asse centrale dei suoi studi pluridecennali era costituito dalla democrazia risorgimentale sarda, non vanno peraltro dimenticati i campi contermini delle sue ricerche giovanili e anche delle sue ricerche compiute in età matura: i suoi “amori” comunque radicati nella storia politica sarda ed illuminati, sia pure variamente anche per il diverso contesto temporale che toccò loro di vivere, dalla luce di un liberalismo separatista (nonostante i valori di coscienza cattolici) ed aperto alla democrazia: Giovanni Siotto Pintor (che costituì l’oggetto della sua tesi di laurea, successivamente pubblicata con speciali integrazioni e approfondimenti) e Francesco Cocco Ortu, verso cui la storiografia politica contemporanea sta orientando utili riflettori.
     Ad essi – al Siotto Pintor e al Cocco Ortu – egli aggiungeva altre personalità, che molto ci impegnarono insieme negli ultimi mesi, anche in rapporto al 150° della unità d’Italia che tanti nuovi studi non soltanto celebrativi aveva suscitato: Francesco Salaris parlamentare (l’avversario elettorale di Cocco Ortu, ma con referente il Depretis e poi anche, pur non direttamente, il Crispi, e non certo Zanardelli che costituiva invece il faro del cocchismo) e, in tutt’altro campo, Antioco Sitzia.
     A lui, a Tito Orrù, dedico questo articolo e trovo sorprendente e anche dolorosa la coincidenza fra la notizia della sua morte, giuntami improvvisa poco fa, e l’argomento di questa mia modesta trattazione.


     «Monarchica, bigotta, festaiola / In cerimonia larga e in cortesie…» aveva descritto Cagliari il sassarese (ma con mille relazioni cagliaritane) Enrico Costa alla fine dell’Ottocento, ed aveva in buona misura ragione. Sassari era un’altra cosa, anche se il mito repubblicano del capoluogo turritano è, se non abusivo, certo spinto o amplificato da una vulgata autocelebrativa accettabile perché non fa male e perché comunque effettivamente ancorata a personalità notevoli e ad istituzioni politiche e anche civili (non ultima certamente La Nuova Sardegna delle origini) che la loro l’hanno detta per davvero a favore della repubblica, come testimonianza nel vivere cittadino, sul declinare del secolo XIX all’inizio del Novecento: da Gavino Soro Pirino ai giovani che, ribellatisi a lui nella tattica amministrativa, pur lo veneravano per il carisma etico e patriottico, come Enrico Berlinguer sr. e Giuseppe Ponzi, Giuseppe Castiglia e Pietro Moro e gli altri ancora (destinati più in là a dare delusioni) come Pietro Satta Branca e soprattutto Filippo Garavetti… Sassari era stata poi la città del primo congresso regionale repubblicano e del quindicinale L’Edera, e la città anche di Renzo Mossa e di quell’apostolo indefesso che è stato Michele Saba e con lui Stefano e gli altri ancora di quella generazione generosa. Ma Cagliari?
     Ho iniziato una modesta ricerca su quanto precedette, in città, la costituzione della prima sezione repubblicana, anzi della Fratellanza Vincenzo Brusco Onnis (così si chiamarono, all’esordio associativo del 1896, i militanti che si riunivano in un semplice locale al pian terreno di piazza dei Martiri civico 6). E qualcosa c’era di effettivo, sì di estrema minoranza ma anche con una propria dignità, e un certo dinamismo civico e culturale attivato dall’entusiasmo di giovani, negli anni ’80 e primi ’90 del XIX secolo: potrei citare il Circolo Democratico, che vantava una certa parentela con altri di sensibilità meno rigorosa, ortodossa e tranchant, diciamo di area radicale o cavallottiana: quelli dei circoli letterari o drammaturghi o musicali Boito e Hugo, o dei circoli politici Cairoli ed Anticlericale (primo di una lunga serie nella categoria); c’era poi il Circolo Tuveri, nato a Villanova e portatosi poi con la sua biblioteca e la sala di discussione (e anche di festa giovanile) a Castello, e anche nel Circolo Universitario le tematiche democratiche e repubblicane non raramente si affacciavano in quegli anni e decenni. Né basta: c’erano le società ginnastiche e di pedale, quelle che avevano anticipato nientemeno che l’Amsicora e l’Eleonora: la società Mazzini, poi la società Garibaldi, poi ancora la società unificata, bene o male, Mazzini-Garibaldi (o Garibaldi fagocitante la Mazzini).
     Ancora? C’era un pugno di irredenti, dell’area Trento-Trieste – il pastore evangelico (e mazziniano ) Pietro Arbanasich, il professor Domenico Lovisato (mineralogista e fondatore del locale Club alpino), ecc. –, da cui veniva anche lo spunto, ben raccolto dai giovani dei sodalizi studenteschi, per onorare la grande e giovane memoria di Guglielmo Oberdank, ogni 20 dicembre dopo quello che nel 1882 l’aveva visto impiccato ventiquattrenne. Giovane come giovane era stato – ventunenne nella data del suo martirio – Goffredo Mameli, o trentenne Efisio Tola, fucilato a Chambery per la gloria della Giovine Italia. Tola, celebrato a Cagliari non meno che nella sua Sassari, ancora nel primo Novecento, con l’intitolazione del Fascio giovanile antenato della FGR …
     E ancora c’erano, in un ambito magari di maggiore transigenza ma senza mai dimenticare l’insegnamento dell’Apostolo, le società mutualistiche – quella Operaia fondata dal mazziniano genovese (ma cagliaritano d’elezione) Stefano Rocca, fra i leader anche del Capitolo Rosa+Croce della Massoneria scozzese, e quella di Mutuo Soccorso e Istruzione, a guida massonica in parentela stretta anche con la democrazia radical-repubblicana – ad alimentare il culto delle grandi memorie mai disgiunte da una analisi critica verso il presente segnato ora dall’imbarazzante trasformismo depretisiano ora dall’autoritarismo crispino …
     Né erano soltanto giovani studenti o giovani operai… In certi settori della borghesia professionale e imprenditoriale che non aveva dimenticato le pagine di storia vissuta con attività e rischio personale, restava un sentimento che ancora e sempre traeva ispirazione dal bisogno di partecipare alla edificazione della terza Italia ma nella declinazione, s’intende, della terza Roma. Nel novero erano non pochi dei massoni cittadini, primo fra tutti quell’Enrico Serpieri già deputato della Repubblica Romana, fattosi sardo (con patenti minerarie del re Savoia) e benemerito promotore di istituzioni e sodalizi (dalla Camera di Commercio al Ricovero di Mendicità, passando per il Banco di Cagliari ecc.).
     Già dagli anni ’70 un pugno di mazziniani non mancava mai agli appuntamenti del calendario democratico: nello stesso drammatico 1872 era stato commemorato in discorsi e sulla stampa cittadina (certamente sotto il controllo dell’occhio diffidente e nemico della polizia) quel triste exit in casa Rosselli. E in Consiglio comunale – assemblea di monarchici fedeli al loro re e di guelfi non meno obbedienti ai placet e non placet di papa Pio –, si era approvata una delibera di accettazione di una lapide commemorativa realizzata dagli studenti universitari per l’affissione ad una parete del municipio dirimpetto alla cattedrale… anche se poi di fatto non si era dato seguito alla cosa, e Mazzini avrebbe aspettato ancora anni per potersi affacciare in una sala di quel palazzo comunale. Perché infine, comunque, quella lapide di grandi dimensioni ci sarebbe stata e sarebbe stata vista e letta, e speriamo meditata, di fianco a quell’altra realizzata poi per Garibaldi e dopo ancora, nel 1900, per celebrare il trentennale di Porta Pia.
     Nel 1879 – sette anni dopo la morte dell’Apostolo – la Società operaia di Cagliari, che aveva Garibaldi fra i propri soci onorari e Asproni fra coloro che erano stati chiamati a rappresentarla ai congressi nazionali del mutualismo – aveva nominato tale Giuseppe Gambarino, membro del direttivo del circolo genovese Mazzini, a rappresentarla alla commemorazione di Staglieno.
     E fra il 1883 e l’anno successivo, fra la morte e l’arrivo in città della salma per la tumulazione nella tomba di famiglia, anche del mazzinianesimo di Giovanni De Candia, di Mario il maggior cantante lirico europeo di tutto l’Ottocento, si era dovuto parlare per porsi anche la domanda di come un giovane figlio di aristocratico ed alto ufficiale potesse essersi innamorato dell’idea repubblicana incarnata da Giuseppe Mazzini tanto da farsene sostenitore e protettore …
     E ancora nel 1886 s’erano levate nuove voci e pressioni, una volta di più riconducibili a studenti, sulla municipalità perché una strada gli fosse intitolata, all’Apostolo e Profeta dell’unità. Anzi, in quell’anno, la commemorazione mazziniana fu tenuta, in una sala della società dei lavoranti, dagli universitari che colsero l’occasione per protestare contro un monumento a Napoleone III (l'assassino di Mameli, nel 1849) che si voleva erigere a Milano e per invocare l’assoluzione degli scioperanti del Mantovano! Per dire come la memoria storica non era mai disgiunta dal giudizio sull’attualità e viceversa.
     In quello stesso anno (e in quel 10 marzo coincidente con il mercoledì delle ceneri, dunque con l’eccellenza religiosa del “memento”) anche il maggiore giornale quotidiano della città – quell’Avvenire di Sardegna del già garibaldino Giovanni De Francesco e battitore libero del partito di Francesco Cocco Ortu e Pietro Ghiani Mameli – aggiunse la sua voce: «Ricordatevi che oggi a Staglieno, presso alla tomba di un grande, è tornata a piangere, memore delle passate sventure, l’Italia… Qualunque sia il giudizio che recare si possa sull’opera del grande agitatore genovese, certo è ch’egli ha potentemente contribuito a scuotere l’Italia dal suo sonno e innalzarla a dignità di nazione, e che tutta la sua vita egli informò ad un austero ideale di cittadino e pensatore. E’doveroso dunque il rammentarlo, è doveroso ricordare nel suo nome le necessità di quell’accordo tra l’atto e il pensiero che a Mazzini illuminò le vie dell’esilio nella profetica visione della risurrezione della patria».
     Sì, senz’altro «Monarchica, bigotta, festaiola / In cerimonia larga e in cortesie…» la Cagliari del secondo Ottocento e anche di dopo, ma con queste presenze – con giovani ora studenti e pubblicisti, ora già professionisti in campo come Giuseppe Fara Musio, che era entrato in relazione addirittura col Manzoni! o come lo sfortunato Emanuele Canepa, primo di una serie di precoci e fertilissimi, generosi intellettuali a doppio banco, fra università e redazione – a bagnare di repubblica l’asciutto lealismo dei moderati …
     Nel 1888 era venuta anche Quartu, che aveva intitolato a Giuseppe Mazzini la sua nuova società operaia, e da Sinnai ecco affacciarsi il poeta-avvocato Ranieri Ugo (colui che aveva accompagnato il ventenne Gabriele d’Annunzio con Scarfoglio e Pascarella nel famoso tour isolano), un altro mazziniano fedele nell’ideale anche se nella tattica del presente teneva per Cocco Ortu, in quanto il più democratico dei liberali e anche il più mazziniano (per l’indimenticata passione giovanile) dei monarchici! E nel Campidano piano piano si affacciava una nuova generazione di generosi: Villacidro aveva il suo Alfonso Dessì come Guspini avrebbe presto avuto il suo Luigi Murgia, Arbus i fratelli Frongia, San Gavino Monreale Raffaello Meloni (futuro sindaco come già Murgia) e Sanluri Giuseppe Lampis (prossimo giudice della Corte Costituzionale finalmente in repubblica!)… per non dire di Collinas e anche di Iglesias …
     Se ne potrebbe aggiungere ancora e bisognerà proprio ritornarci, con i particolari. Perché i protagonisti degli anni ’90 e del primo decennio del nuovo secolo si formano a contatto con i fratelli maggiori, quelli appunto degli anni ’70 e ’80, originando un’altra leva di mazziniani o mazziniano-garibaldini… Con qualche focus speciale su uomini e sulla carta, la tanta carta testimoniale, numeri unici d’occasione e numeri di serie, un’edicola fertile e degna – per tenacia e fede se non per risultato – di Ravenna e Forli… Sì, con qualche focus speciale ancora per risarcire la testimonianza repubblicana traendola chirurgicamente dalla città monarchica-clericale. Magari iniziando dai lutti del 1887 e 1888: perché dai lutti, dal loro attraversamento o, come si dice, dalla loro elaborazione, partono sempre anche le ricostruzioni biografiche, e si mettono a punto i nessi ideali, i rapporti di militanza, le solidarietà anche di pedagogia civile delle maggiori personalità perdute con l’ambiente, tanto più con l’ambiente giovanile.
     Nel dicembre 1887 morì a Collinas Giovanni Battista Tuveri, e due mesi dopo, nel febbraio 1888, morì a Milano Vincenzo Brusco Onnis. Filosofo il primo e parlamentare, giornalista militante dalla parte sempre di Mazzini (e se necessario… contro Garibaldi) e volontario nella prima guerra d’indipendenza e in quel ch’era seguito l’altro (non senza altre conseguenze, galera politica compresa, ancora nel 1873).
     Tuveri e Brusco Onnis, sì loro Cagliari li ha onorati nel tempo con l’intitolazione di una strada: Tuveri nel rione antico di ”su baroni”, divenuto col tempo crocevia della città moderna fra il quartiere di San Benedetto e quello di Monte Urpinu, Brusco – bellamente intersecante la sua via con quella che s’intitola a Giorgio Asproni – giusto dov’era un tempo il rìone “industriale” di San Pietro, in quella parte di Stampace basso che guarda un po’ a Palabanda e un po’ a Sant’Avendrace …
     Erano stati onorati entrambi, all’indomani della loro morte, Tuveri sardo rimasto in Sardegna, Brusco cagliaritano fattosi tutto italiano per predicare, secondo le più intime necessità della Nazione appena ricompostasi unitariamente, la dottrina etico-politica di Mazzini.
     Nel dicembre 1887 gli studenti dell’ateneo di Cagliari si erano convocati in adunanza nell’atrio dell’università ed avevano costituito un comitato per studiare il modo migliore di onorare «il padre della Democrazia sarda Giovanni Battista Tuveri». In dieci avevano dato l’adesione e raccolto il consenso di tutti: Giovanni Poma, Ettore Azara, Giovanni Ferraris, Domenico Rubbiani, Pietro Majali, Emanuele Canepa, Ignazio Macis, Antonio Randaccio, Gracco Tronci, Roberto Binaghi. Nomi tutti o quasi destinati a restare, per un verso o per l’altro, nella storia cittadina, professionale o accademica o amministrativa, di qualche decennio. E la prima idea era stata di lanciare una sottoscrizione al fine di ordinare una lapide e una corona … In cento si erano subito associati per versare un obolo modesto forse, ma prova di convinta partecipazione. Due mesi e la loro missione poteva dirsi conclusa.
      (E’ noto che sette anni dopo, un’altra sottoscrizione si sarebbe aperta per un medaglione marmoreo in Collinas: e anche allora, e di più ancora, si erano raccolti i contributi in chiave perfino ecumenica, non rinunciando ad esserci neppure monsignor arcivescovo Serci-Serra, mentre l’on. Cocco Ortu non aveva voluto mancare allo scoprimento, nella piccola capitale di Forru. Il prof. Serafino Soro aveva dettato l’epigrafe: «Giambattista Tuveri / Forte carattere probità antica / Educato alla scuola / Del pensiero moderno / In concetti altamente politici / Ardimentoso / Di fronte al potere del giorno / Indipendente sempre / Illustrò sé il paese natio / La Sardegna tutta / Con scritture sapienti liberali»).
     La mattina del 5 febbraio, un corteo era partito da palazzo Belgrano, purtroppo senza la bandiera dell’accademia negata dal rettore Luigi Zanda. Attraverso la via Università e la via degli Argentari (presto destinata a chiamarsi Mazzini! e poi anche ad ospitare l’erma di Giordano Bruno), la piazza Porta Villanova con il suo monumento ai caduti sardi nelle guerre d’indipendenza (fresco di pochi mesi), su Stradoni e il viale Bonaria, esso aveva raggiunto il cimitero. Studenti e professori, la banda civica e quella della società sportiva e filodrammatica Gialeto, le rappresentanze di vari sodalizi, qualche amministratore comunale e provinciale, i deputati Salaris e Palomba, naturalmente il prof. Lovisato e, mischiati qua e là, numerosi agenti della polizia… (ma come si trattasse di una manifestazione da vigilare per il suo potenziale rivoluzionario, non da proteggere per la sua carica democratica), erano forse duecento i presenti convenuti infine ad ascoltare il discorso di Felice Uda, professore e autore di teatro, giornalista e letterato prolifico, già attivo della pioniera loggia Vittoria. Dalla quale veniva, nonché il repubblicano Enrico Serpieri, anche Gavino Scano, giurista e già magnifico rettore, il quale pur di fede monarchica amava la democrazia e anche i repubblicani patrioti dell’unica patria, e rinchiuso a casa per malattia non aveva però voluto darsi assente all’appuntamento, intervenendo almeno con un messaggio di adesione alle giuste onoranze a «quell’uomo venerando, nel quale la modestia era pari alla dottrina profonda, il cuore all’intelletto grande».
     A celebrare Brusco Onnis avevano invece pensato, in un primo tempo, i giornali della sua città (che così potevano anche ricordare il giornalista che appunto a Cagliari aveva maturato, poco più che ventenne, le sue prime esperienze di redazione, in quello che era l’anno delle rivoluzioni costituzionali in tutta Europa): «E’ doveroso che Cagliari, memore di lui che fece sempre, in vita sua, atti d’uomo, mandi un fiore alla sua fossa, e manifesti, nella sincerità del dolore, la stima che professava all’intemerato suo concittadino». La stampa repubblicana isolana lo avrebbe via via celebrato nel tempo associandolo a un’idea originale di repubblica in termini essenzialmente di «solidarietà sociale». Sarebbe poi venuto il momento di intitolargli, nel capoluogo, nientemeno che la sezione politica.
     Giovanni Battista Tuveri prima, quindi Vincenzo Brusco Onnis. Ma i loro nomi eccoli riaffacciarsi insieme in una recente raffinata descrizione dei siti monumentali e museali che nel cimitero di Bonaria raccontano, con la memoria collettiva d’una città e d’una regione, anche la creatività dell’arte e la perizia tecnica dei marmorari. S’intitola “Memoriae” e porta come sottotitolo “Il museo monumentale di Bonaria a Cagliari” il libro doppio (in cofanetto, di formato orizzontale, su carta patinata e magnifica impaginazione) che Mauro Dadea autore dei testi e Mario Lastretti fotografo di straordinaria abilità hanno offerto al pubblico largo e variegato che ama tutto quello che sta dentro il concetto di città: storia sociale e vene culturali, fatiche produttive e spiritualità, dovere civico e servizio mutualistico, arte e famiglia, amministrazione e ricreazione… Due volumi articolati in molti capitoli: con la “storia del cimitero”, la sua “descrizione”, la sua “arte” nel primo tomo, l’“epigrafia”, la sequenza delle “iscrizioni in lingue straniere” e di quelle “ideologiche” (massoniche o cattolico-oltranziste), quell’altra riflettente “la grande storia” e “la politica”, e l’elenco degli “studiosi e artisti” e gli “epitaffi poetici” fino all’“orientamento bibliografico” nel secondo corposo tomo.
     Nel quarto capitolo di quest’ultimo, alle pagg. 65 e 66 e 67 gli autori ci presentano i tesori di memoria democratica che incrociano in un passaggio coperto della parte del cimitero che, dal settore di San Bardilio (dov’è oggi l’accesso dalla strada), conduce ai quattro campi in cui si esauriva il cimitero antico, o la parte più antica di un compendio che nel corso di un secolo e mezzo ha visto espandersi il suo territorio – tenendo le spalle alla oggi trafficata arteria in cui s’apriva l’originario solenne ingresso colonnato – a destra, dove appunto sono i prati (per minori e per adulti) ed i colombari di San Bardilio, il viale “degli eroi” incluso; a sinistra, dov’è il doppio Orto delle palme; e soprattutto davanti, in salita sui gradoni cosiddetti del Cima, fino al viale apicale del colle di Monreale, che è quello che finisce nell’altro e alto ingresso spalle alla basilica.
     Mi capita più o meno spesso – di recente anche con alcuni autori ed attori teatrali che preparavano un testo da portare in scena – di offrirmi come guida al nostro caro camposanto, rivissuto appunto come luogo della memoria condivisa di una comunità complessa, quella cagliaritana, che ha attraversato stagioni tanto diverse, fra sviluppo e crisi non soltanto nell’economia ma anche nello spirito pubblico, lungo tutto l’Ottocento e larga parte del Novecento. E fra le tappe cui mi piace condurre i miei accompagnati sono i sepolcri, o i mausolei o anche soltanto le lapidi evocative di vicende ed imprese di uomini e donne che oltre la figura si vorrebbe recuperare nella propria verace umanità e anche nel riverbero delle relazioni con l’ambiente sociale frequentato. Proprio come a voler dar spessore, ma per induzione dello spirito e non per vacue repliche di sottordine letterario, il nostro Spoon river cagliaritano… E i repubblicani ed i massoni, perché minoranza gli uni e minoranza gli altri, sono i miei preferiti.
     Ci sono Giovanni Battista Tuveri e Vincenzo Brusco Onnis insieme, sotto quell’arco di passaggio, l’una di fronte all’altra la grande stella e la lapide. Le richiama entrambe, Dadea, con i loro testi incisi sul marmo scuro evocanti qualità morali, intellettuali e civiche, esempio per tutti: «Libertà – Di vita umana – Eguaglianza – Probità – Lavoro», così nei cinque raggi della stella, sul fianco destro della galleria, in alto. E nel mezzo, l‘epigrafe o il cartiglio dettato da Giovanni Bovio: «MDCCCLXXXVII / A Giambattista Tuveri / Che sdegnoso del presente / Su cui si adagia / Il dotto e il ricco vulgo / Presentì tempi di giustizia / E fu filosofo / Nel pensiero e nella vita / Gli studenti dell’Università di Cagliari / P.». (Un ritratto a olio sarebbe poi stato presto realizzato da Domenico Bruschi, nel quadro degli abbellimenti artistici del palazzo Viceregio divenuto sede della Provincia: Tuveri con l’Arquer o il Cima, il Porcile e il Sulis e il DeGioannis, grande fra i grandi...).
     Giusto due settimane dopo quella cerimonia era deceduto, nel capoluogo lombardo, Brusco Onnis. Ed ora, trascorsi otto anni, ecco i repubblicani della sua Cagliari associarsi ai deputati Taroni e Zavattari, venuti apposta da Milano, a dicembre, per onorare quest’altra nobilissima memoria. E con loro partecipare a questa nuova cerimonia, nello stesso sito del monumentale nel cui lato sinistro una piastra marmorea era affissa ad altezza degli occhi: «Dio e Popolo / A Vincenzo Brusco Onnis / Con Saffi Quadrio Campanella / Uno dei quattro / Che più propalarono il pensiero di Mazzini / Non gi ruppe mai fede / Proclamandolo più che dottrina politica / Religione civile / Del rinnovamento umano / I repubblicani / P. / MDCCCXCVI». Parole di Giovanni Bovio, ancora lui.
     Sì, in quell’anno la sezione repubblicana costituitasi in primavera in un locale al civico 12 della via Corte d’Appello si era data nome Fratellanza Vincenzo Brusco Onnis e aveva trovato più adeguata sede per le sue assemblee degli iscritti e per le conferenze di propaganda aperte alla cittadinanza nel centro del centro della città, in quella piazza dei Martiri civico 6 che combinava fra loro tutti e quattro i quartieri.
     Sepolti l’uno nella sua Collinas l’altro al Femedio milanese, non era l’assenza delle spoglie a diminuire l’intensità del sentimento con cui i repubblicani visitavano, sia nelle date del calendario democratico sia quando a Bonaria si andava per la comune commemorazione dei defunti, a novembre, i ricordi marmorei.
     Nella lunga stagione postrisorgimentale non era, in verità, soltanto il monumentale, nella estrema periferia meridionale della città, ad indicare i luoghi del memento democratico. A Cagliari c’era anche, a funzionare da tabernacolo laico, quella lapide affissa a palazzo Onnis, nella parte inferiore della via Manno (con il fianco destro sulle scalette che risalivano e risalgono per la via Spano). Da un balcone di quell’edificio s’era affacciato nel 1891 Felice Cavallotti, in onore del quale, ucciso in duello nel 1898, era stata appunto collocato quel lastrone, che dal fatidico anno era diventato un sacrario esso pure, in cui repubblicani e radicali, ogni 6 ed ogni 10 di marzo deponevano le loro corone di fiori puntualmente e stoltamente rimosse dalla forza di polizia (con conseguenti inevitabili messaggi di protesta inoltrati ai deputati dell’estrema a Montecitorio, primo fra tutti sempre Bovio).
     E dal 1905 alle stazioni civiche si era aggiunto il busto marmoreo proprio di Bovio, nello square delle Reali, spalle a Verdi e volto alla stazione ferroviaria. Un’altra cappella laica, all’ombra dei ficus o degli araucaria, nella intimità contenuta dalle alte cancellate… (Un suo doppione, in gesso pesante e dimensioni una volta e mezzo il naturale, apparteneva alla loggia Sigismondo Arquer, fino al sequestro ad opera dei questurini fascisti, nel 1925: esso, recuperato da Luciano Marrazzi e Bruno Josto Anedda forse nel 1970 e dotazione della sede repubblicana per quasi due decenni, è tornato qualche anno fa, opportunamente restaurato, alla Fratellanza massonica).
     C’era quell’erma boviana ma c’era ormai anche la lapide mazziniana nel municipio di Castello, davanti alla quale il pastore Arbanasich celebrava le sue (autorizzate) funzioni repubblicane, rispettate e partecipate anche da chi mazziniano in senso stretto non era.
     Naturalmente la sede pubblica era sempre complementare a quella associativa, della sezione cioè, dopo piazza dei Martiri (fra il 1896 e il 1903) trasferitasi nella via Spano (fino al 1905), quindi a palazzo Valdes (fino al 1907), e poi ancora in via Sant’Eulalia (triennio 1907-1909), e in piazza Yenne prima della grande guerra… Per celebrare il mito della Repubblica Romana il 9 febbraio e il martirio di Guglielmo Oberdank il 20 dicembre, mettendo nel mezzo tutto quanto di più nobile poteva esserci non soltanto e sufficientemente di patriottico, ma di politicamente emancipativo.
     Per onorare Garibaldi – più ecumenico di Mazzini (ma in qualche momento temuto, con la sua avventura, non meno del Maestro) – c’era invece la lapide che gli studenti universitari avevano affisso in una parete del monumentale, e dove essi – tanto più negli anni ’80 e ’90 si davano convegno per scatenarsi con comizi antigovernativi prontamente zittiti dalla pubblica sicurezza. A dimostrazione ennesima di quanto la monarchia, nonostante lo Statuto (o forse in virtù di esso), fosse intimamente reazionaria.
     Le altre devozioni – sia quelle fissate nel calendario delle vittorie nelle patrie battaglie, sia quelle proprie del 20 settembre – miscelavano democrazia e patriottismo, o diluivano nel patriottismo la democrazia e la fede repubblicana, sicché le sedi d’incontro cittadino si diversificavano ulteriormente: in pieno centro era la stele ai soldati sardi caduti nelle guerre d’indipendenza, al monumentale l’emiciclo della società dei Reduci …
     Ripassando in velocità queste tappe insieme logistiche e temporali, rivado alla mia “Edera sui bastioni”, e rivedo anche tutto l’intreccio ideale-ideologico e il rispetto bacareddiano per la minoranza repubblicana che negli anni ’10 e fino quasi alla grande guerra ebbe espressione consiliare e in giunta con uomini come Angelo Garau, Enrico Nonnoi e Raffaello Meloni, ed avrebbe continuato dopo la fine del conflitto con personalità quali Pietro Spano, e anche Agostino Castelli e ancora Nonnoi e Meloni, in riserva Mario Lay, primo dei non eletti alle elezioni dell’ottobre 1920 … La stagione che era già quella di Silvio Mastio e Cesare Pintus, dialettici rispetto agli amici e compagni dell’Edera e della Vanga di più matura età e diversa formazione. E forse era proprio la nuova generazione che, nonché in maggior sintonia con i tempi nuovi, era meglio (e profeticamente) avvertita dei pericoli insiti nell’affaccio fascista …
     Storia di minoranze. E l’ottimo Mauro Dadea – che è uno studioso forse lontano dalle idealità democratiche repubblicane ma conosce benissimo la storia di Cagliari, non soltanto quella antica della quale è uno specialista (per molti anni, come archeologo, è stato il più accreditato consigliere dell’arcivescovo Alberti per l’area storica della diocesi di Cagliari) – fa opera santa a indugiare, dando insieme completezza e pregio al suo lavoro, davanti ai sacelli od ai monumenti sepolcrali di varia fattura ed arte degli uomini del nostro risorgimento, in parte coincidente anche con la democrazia e il sogno repubblicano. Così fa con le quattro tombe dei Serpieri, nel ricordo speciale di Enrico (suo è il mausoleo forse più bello e artisticamente pregevole dell’intero camposanto), di quell’Enrico riminese cavaliere dell’ideale – «Deputato nel 1849 in Roma / Primo ai pericoli / Ultimo a cedere protestando / Allo straniero invasore /[che] / Oppose la forza del diritto / Inespugnabile» – e così, a dire ancora della Repubblica Romana, con il sepolcro di Carlo Pellegrni, nell’emiciclo dei Reduci dalle patrie battaglie (del cui sodalizio fu presidente dopo il Ghiani Mameli e prima del Salaris).
     Ci sono, nell’esposizione documentaristica e fotografica di Dadea e Lastretti, molti dei sardi e cagliaritani (e taluno non sardo di nascita ma di elezione) superstiti di quegli scontri armati contro l’Austria e tornati alle loro famiglie associandosi nel sodalizio mutualistico: così appunto i reduci dalle tre guerre d’indipendenza ma anche delle altre campagne di guerra – come quella di Crimea che pur tanto sangue sardo sparse (ma tante porte aprì al governo torinese, nel concerto europeo, per i futuri sviluppi unitari) – o della spedizione dei Mille, ché numerosi sono stati anche i garibaldini ricordati uno per uno, da Luigi Caldanzano (il futuro titolare della Scala di Ferro) a Stefano Efisio Gramignano, da Ferdinando Zago ad Andrea Lo Cicero, da Efisio Melis Tedeschi a Cimbro ed Attilio Serpieri (due dei tre figli di Enrico accolti nella terra prossimi al loro genitore: di questo secondo merita rilevare anche il medaglione a colori sulla sommità della sua guglia), da Evangelista Antinori a Vincenzo Carboni Cabras, ad altri ancora come Rafaele Ciuffo e Pietro Ramponi ecc..
      “Memoriae”, memorie partecipate. Memorie dei martiri di Mentana, ricordati da una croce metallica che si trova oggi a metà del viale ”degli eroi”, giusto dirimpetto alla sequenza delle lapidi (non alle spoglie) di molti dei caduti nella prima guerra mondiale, ed un tempo si trovava accanto all’ingresso principale. Memorie anche dei caduti nella storica presa di Roma: Dadea riporta le dediche su marmo relative a Stefano Schivo ed a Adolfo Mazzinghi, né di loro soltanto si tratta, a scorrere le lapidi del famedio sociale dei Reduci. Perché inquadrati nei contingenti delle campagne del 1870 potrebbero allora citarsi anche Giuseppe Melis Valle e Fedele Cao Martini, Battista Sequi Tola, ecc. di cui modestamente ho richiamato le circostanze di vita in un volumetto dato alle stampe (in economia) per poter dire di aver onorato anch’io il 150° della unità della patria (“La Massoneria cagliaritana fra i Reduci dalle patrie battaglie ed il monumento ai caduti per l’Italia”, con una sezione icono-fotografica volta a celebrare ora il “Risorgimento amato” con Efisio Tola e Goffredo Mameli, Giovanni Battista Tuveri e Giorgio Asproni, ora il “Risorgimento massonico” con i discorsi pubblici sulle Nazionalità e sulla Patria, e appunto Andrea Leoni – cui si sarebbe intitolata, dopo Porta Pia, la loggia di Tempio Pausania –, ed Antioco Sitzia, il comandante marittimo sodale di Garibaldi e già prima di Carlo Pisacane in quel di Sapri, ora il “Risorgimento rivissuto” nei documenti della società mutualistica ora quello “rappresentato” appunto nel monumentale e “commemorato” in piazza dei Martiri d’Italia). Presente dunque, è bene ripeterlo, anche quell’Andrea Leoni, tempiese, il cui nome è scolpito nella grande piramide di piazza dei Martiri …
     Davvero si potrebbe tentare – se mai i repubblicani fossero ancora una comunità diversa da quella che i tempi barbari hanno disperso al vento degli opportunismi o delle rinunce – un giro laicamente devoto fra i nomi e le memorie del nostro risorgimento e, nel suo seno, della nostra democrazia.

Gianfranco Murtas - 01/01/2012



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