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Tesi repubblicane

     Il recente Congresso Pri, il Congresso della riunificazione, ha ancora una volta dimostrato con i fatti che ai repubblicani lo spirito di critica non manca. E neanche l’orgoglio.
     Questa impressione trova conferma soprattutto scorrendo l’utile volumetto repubblicano distribuito nell’occasione, ricco di dati e proposte, e con un titolo significativo “Le tesi per le riforme e lo sviluppo”, in grado con i suoi contenuti di rappresentare compiutamente la proposta repubblicana per i prossimi anni di legislatura.
     Da una attenta lettura dei testi, delle relazioni, e dei dati contenuti nell’opuscolo, si deduce lo sforzo espresso dai repubblicani del Pri per supportare un Governo nazionale in ritardo nel risolvere i gravi problemi infrastrutturali, economici ed amministrativi.
     Il linguaggio scritto, che fa da contraltare all’applauso tributato a Silvio Berlusconi dalla platea congressuale, è quello dei vecchi tempi, quello dei severi avvertimenti dell’indimenticato Ugo La Malfa, quello che ha reso famoso il rigore morale ed intellettuale dei repubblicani ed il loro amore per la patria.
il volumetto sulle Tesi repubblicane      Nella prefazione Francesco Nucara, a cui vanno i nostri auguri per la rielezione a segretario nazionale del Pri, ci tiene a precisare che “L’unica cosa che rimane immutabile sono i problemi di un’Italia lacerata: politicamente, socialmente, civilmente, economicamente e territorialmente”. E mentre invita tutti a esprimere pareri sulle “tesi” illustrate nel volumetto, ricorda che La Malfa padre “aderì nel 1976 all’aggregazione dei Partiti Liberali e Democratici” per poter giungere ad impegnare il suo Pri nella “costruzione del Polo liberaldemocratico”, obiettivo strategico che richiede una collocazione nell’ambito del centrodestra. Nucara, al proposito, garantisce che “i repubblicani sono riformatori e liberaldemocratici”, in quanto “c’è una bella differenza tra quest’ultima accezione ed il concetto di liberale”. È semplice la sintetica ricetta di Nucara per risollevare la nazione: “1) liberalizzazioni; 2) infrastrutturazioni; 3) contenimento della spesa pubblica; 4) riforme”.
     Al suo interno è tra l'altro contenuta un’ampia relazione curata da Riccardo Gallo, Le fondamenta di una moderna democrazia liberale, che vogliamo qui riprendere per punti. Le argomentazioni, articolate, abbracciano molti degli argomenti che necessitano di essere analizzati, studiati, e “riformati”, dando infine spunti interessanti e meritevoli, frutto di meditati approfondimenti e disinvolta conoscenza dei vari settori. L’impianto generale di trattazione per tesi appare apprezzabile nella sua complessità, e su molte delle soluzioni prospettate non si può non concordare. Ci sia consentito un pubblico apprezzamento per il lavoro svolto da Gallo.
     Non mancano le critiche, neppure tanto velate, all’attuale Governo a trazione berlusconiana. Notiamo fra queste:
- pag. 5 – “L’Esecutivo e la politica devono riappropriarsi delle scelte e della gestione delle relazioni internazionali, debbono evitare che queste siano delegate di fatto, e in misura rilevante, a sia pur importanti aziende i cui specifici e legittimi interessi rischiano di prevalere su quelli più generali del paese”. … Le perdite di ruolo e di peso dell’Italia sul piano internazionale “non possono essere confuse con i rapporti personali magari anche di amicizia con questo o quel leader di paesi esteri”.
- pag. 6 – “… non ha avuto successo nemmeno il tentativo di Giulio Tremonti di contenere una spesa – che è riuscito solo a stabilizzare – per ricavare gli spazi necessari per ridurre la pressione fiscale”.
- pag. 7 – “Il senso della Nazione non si difende solo nella giusta polemica nei confronti di Bossi, ma anche dimostrando al Mondo la capacità di essere autonomi e realmente indipendenti”.
- pag. 7 – “Il ministro Tremonti è sembrato voler ridurre più l’eccessivo costo della presenza dello Stato che la sua eccessiva presenza, con un’attenzione rivolta all’impatto economico e non a quello politico. È sembrato cioè favorevole a mantenere intatto il perimetro della presenza dello Stato e a ridurne il costo unitario dei singoli fattori. … Così come il ministro Brunetta ha cercato di aumentare la produttività del lavoro nello Stato, ferma restando la relativa presenza”.
- pag. 7 – “È evidente che una politica di smantellamento dell’ingerenza dello Stato avrebbe costi sociali e soprattutto elettorali che i maggiori partiti non sarebbero in grado di fronteggiare”.
- pag. 8 – “Rispetto a questo cambiamento epocale, nell’ultimo decennio la risposta del nostro sistema è stata accompagnata da un generale e costante deterioramento dei dati macroeconomici, di bilancio e di finanza pubblica”.
- pag. 8 – “C’è per il nostro Paese una forte difficoltà a dare corso ad un serio impegno per sostenere gli investimenti; la causa non secondaria va riportata alla forte espansione della spesa pubblica corrente”.
- pag. 9 – “Il maggior peso della pressione fiscale in rapporto al pil è un altro degli elementi penalizzanti per il sistema Italia rispetto ai più importanti Paesi dell’area Euro. Su questo i Repubblicani, eredi di Bruno Visentini, sono assolutamente in linea con il punto del manifesto sui valori liberali che denuncia il peso insopportabile raggiunto dalla pressione tributaria in Italia”.
- pag. 11 – “I repubblicani preferiscono il modello del cancellierato” e postulano “una modifica dell’attuale legge elettorale”, in quanto “ bisogna consentire al libero confronto tra le diverse forze politiche di incidere sul processo legislativo”.
     Come avevamo preannunciato, la polemica traspare in vari punti del documento repubblicano. Una persona di buon senso non avrà difficoltà a riconoscere un fondo di verità nelle parole di Gallo.

     Tuttavia sul capitolo dedicato alla “Riforma delle professioni” c’è il rischio di restare perplessi, sia per l’impostazione data alla trattazione, che per i toni ed i contenuti. Ci sembra corretto però far presente che il diverso modo di interpretare l'argomento potrebbe essere dovuto al fatto che chi scrive questo articolo è un tecnico libero professionista, e sta provando sulla propria pelle gli effetti delle recente riscoperta della concorrenza allo stato limite.
     Intanto leggere che nell’ambito professionale “sopravvivono privilegi corporativi molto gravi”, o addirittura assistere alle lodi del segretario del Pd quando si sostiene che “Il principio generale introdotto dal decreto Bersani dovrebbe essere rafforzato ponendo un divieto generalizzato di prevedere, raccomandare o suggerire onorari professionali” ci lascia completamente allibiti!
1) Le tariffe professionali, che fino a poco tempo fa hanno regolato i rapporti tra domanda e offerta professionale, sono Leggi dello Stato, non tabelle stilate dai professionisti stessi. Sono Leggi promulgate da uno Stato che sicuramente non può privilegiare nessun cittadino. Si tratta dello stesso Stato, tanto per intenderci, che utilizza uguale metro per retribuire manager della sanità, o dirigenti della Pubblica amministrazione, o altri dipendenti.
2) Il principio di concorrenza è attuabile quando si applica nell’ambito della completa parità delle situazioni di partenza nelle quali operano gli operatori. Tanto per fare un esempio, un professionista che opera nell’ambito della Padania ha sicuramente delle opportunità maggiori di un analogo lavoratore della Terronia. Disporre di tariffe uguali per tutti favorisce il livellamento territoriale, contro le disparità di trattamento. O ancora: un professore universitario o un pubblico dirigente, solitamente appartenenti a categorie protette ben pagate, che svolgano anche la libera professione, partono avvantaggiati rispetto a chi non ha alcun altro sostentamento che la libera professione e paga tutto di tasca propria.
3) Se accettassimo poi il ragionamento della concorrenzialità a tutti i costi, con un minimo di coerenza dovremmo mettere in concorrenza anche i professori universitari, tanto per citare una categoria, gli onorevoli, o tutti i dipendenti delle pubbliche amministrazioni, e così via. Un usciere, che a malapena riesce a sopravvivere con i suoi 1.200 euro mensili, ove fosse messo in concorrenza libera con altri, difficilmente vedrebbe migliorare la sua condizione di vita. Anzi: pensiamo davvero che non ci sia un tunisino (lo citiamo solo per contestualizzare il discorso) disponibile ad eseguire lo stesso lavoro per 800 euro al mese … o un libico che lo faccia per 500, e così via? Questa strada porta alla distruzione dei diritti dei lavoratori: come in effetti sta succedendo nell’ambito delle professioni tecniche. Ingegneri, architetti, geometri, geologi, e via dicendo, sono passati in pochi anni da una posizione di sopravvivenza, alla categoria dei morti viventi.
4) Non quadra per nulla poi il ragionamento frequentemente fatto nel supporre che i maggiori contribuenti, imprenditori e professionisti, fossero evasori fiscali! Come? Chi più pagava sarebbe stato un evasore? In Italia siamo abituati a tutto, ma ci deve pur essere un limite alle vergognose menzogne!
5) Viene ovvia la domanda: ma a chi giova rovinare proprio le categorie di lavoratori che più di altri, da sempre, hanno rifornito lo Stato con le loro tasse? … solo agli invidiosi! Perché i professionisti, i liberi professionisti, hanno sempre diviso i proventi con i collaboratori dello studio, e con i fornitori di materiale e software. Inutile dire che con il decadimento della libera professione sono state tante le categorie che di riflesso si sono trovate in difficoltà.
     Le tariffe professionali sono una garanzia per tutti: sia chiaro! Invece si assiste oggi anche a ribassi di oltre il 70% sugli importi tariffari, costretti come si è a procacciarsi quel poco di lavoro che ancora c’è in giro. Siamo alla morte della professionalità! Abbiamo già assistito ad un fenomeno analogo: quando le gare degli appalti erano eseguite al massimo ribasso. Per non rovinare il tessuto imprenditoriale, si è passati alle gare con la media, che hanno mitigato il malessere delle imprese. Prima l’imprenditore ed il professionista erano sinonimi di esperienza e capacità, oltre che di benessere economico: oggi sono diventati il simbolo del fallimento italiano, e devono scappare all'estero.
     Prima o poi lo Stato, dopo aver distrutto le attività produttive e dunque eliminato le galline dalle uova d'oro, si troverà a non disporre più dei soldi necessari per pagare i suoi non concorrenziali dipendenti. A quel punto qualcuno rifletterà sul danno che è stato fatto al paese, solo per essersi lasciato trascinare dalla moda del momento, e pronuncerà (in silenzio) il mea culpa.
     Ma forse sarà già troppo tardi: e la Grecia, a quel punto, sarà ancora più vicina!

Giovanni Corrao - 11/04/2011


Riccardo Gallo: Le fondamenta di una moderna democrazia liberale



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