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Il castello di carte

     Il castello di carte, pazientemente costruito dall’impresa Berlusconi & C. in questi due ultimi due anni, sta rischiando di crollare. Averne estratto di colpo la parte realizzata da Fini ed i suoi colonnelli, ha rappresentato forse un trauma decisivo. Vedremo come andrà a finire. Ma già siamo in grado di analizzare alcuni aspetti della vicenda che sta creando le condizioni per l’ennesima interruzione anticipata della legislatura nazionale.
      Nel 1994 gli strateghi occulti che avevano fin a quel momento appoggiato l’ascesa inarrestabile di Bettino Craxi, e poi assistito improvvisamente alla sua inesorabile e definitiva caduta (1992/93), dovettero inventarsi un nuovo partito (Forza italia, nato nel novembre del 1993) ed inediti sistemi di aggregazione per organizzare una maggioranza eterogenea vincente. Nelle elezioni del marzo 1994 per superare l’incompatibilità ideologica tra la Lega nord di Bossi (nata nel dicembre del 1989) e Alleanza nazionale di Fini (nata per l’occasione proprio nel gennaio del 1994), avanzarono nel nord del paese la candidatura del Polo delle libertà (Forza Italia + Lega), e nel sud il Polo del buon governo (Forza Italia + Alleanza nazionale), insieme a partiti di centro nell’una e nell’altra coalizione, quali il Centro cristiano democratico, l’Unione di centro, ecc.. E vinsero!
     Il processo di avvicinamento fra Bossi e Fini, con il cavalier Berlusconi nelle vesti di mediatore, si concluse in fretta e furia, dopo il discorso del predellino nel 18 novembre del 2007, con la creazione del Popolo della libertà, quale fusione di Fi e An nel 27 febbraio 2008, (la Lega venne tenuta fuori perché forza politica localistica), giusto in tempo per partecipare alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008: vinte alla grande. Ma, a quanto pare, la mancata integrazione fra Bossi e Fini non solo non è riuscita, ma sta mettendo in crisi la XVIa Legislatura, ancora neanche a metà strada.
     Ci ha pensato Berlusconi, fedele al suo ultimo motto del “ghe pense mì”, a buttare fuori dal partito Gianfranco Fini e i suoi fidati collaboratori, appena è stato sicuro di poter godere ancora di una maggioranza parlamentare. Una campagna acquisti al rovescio, senza scandali: qualche deputato dell’opposizione sarà aggredito da un forte mal di pancia nell’immediatezza delle votazioni assembleari, tanto per abbassare il quorum, e consentire all’uomo più ricco d’Italia di continuare a farsi gli affari suoi. Il Cavaliere ed i suoi strateghi sono sempre stati bravi a capovolgere a proprio favore le situazioni difficili. In questo caso hanno inoltre distratto l'attenzione pubblica dalla vicenda P3, dalla manovra economica, che svuoterà ulteriormente le tasche degli italiani (checché ne dica Tremonti!), e dalla brutta figura per la mancata approvazione della legge bavaglio.
     Fini sa che sta rischiando grosso: da presunto delfino di Berlusconi si è tramutato, tra le grasse risate dei leghisti, in capro espiatorio per tutto quello che questo governo non ha saputo fare. Ma Fini non poteva non rendersi conto di essere un politico e non un affarista, e che non si sarebbe mai potuto trovare a suo agio in quella rete dai poteri fortissimi che continua imperterrita a gestire affari come se niente fosse, tra corruzioni e protezioni.
     I numeri comunque incominciano ad essere giusti giusti, sia alla Camera che al Senato: vedremo come andrà a Fini … re!
     Casini ci sta piacendo: ha lanciato la sua idea di Governo di responsabilità nazionale in tempi non sospetti, e non recede dalla sua posizione di opposizione all'attuale Governo nazionale. Quelli che invece farebbero bene ad andare a scuola di politica sono gli strateghini del Pd, addirittura disposti a fare comunella con Fini in un governo dalle larghe intese. Ma è possibile che i Democratici non sappiano colpire con fendenti politici veri un governo messosi alle strette da solo? Questo Bersani con le sue colonne d’Ercole fa solo pena, mentre i vertici del Pd cercano di emulare sul terreno dell’affarismo, senza esserne peraltro capaci, proprio gli ideatori del malaffare in Italia. Col rischio altissimo per loro che, in caso di elezioni, come candidato del centrosinistra Bersani debba soccombere a Vendola.
     Vogliamo provare a fare i maghi indovini? Ed allora, tenuto conto che nessun parlamentare è disponibile con facilità a rinunciare allo stipendio fino alla fine della legislatura (ma attenzione: nel 2008 Prodi cadde dopo neanche due anni), si può affermare che per un po’ di tempo, diciamo fino alla prossima primavera, è verosimile attendersi solo scosse di assestamento, ma non crolli decisivi. In questo periodo Berlusconi manterrà aperta la “Cassa integrazione guadagni”, a condizione di non subire ricatti e che sia sempre lui il leader politico del paese. Intanto i suoi strateghi occulti avranno modo di trovare un’altra soluzione per sostituire nella maggioranza i parlamentari Finiani: ci riusciranno? Crediamo di no. Ed allora a Berlusconi non resteranno che le elezioni anticipate, probabilmente nel 2011, sicuramente prima che l’opposizione riesca a riorganizzarsi.
     Il vero grande irrisolvibile problema, oggi, è che a Berlusconi non c’è alternativa. D’Alema, Veltroni, Bertinotti, Soru & C. hanno lasciato il vuoto assoluto dopo di loro: e qualcosa è pur sempre meglio del niente.
     Ma il marcio ormai trasuda da tutti pori. O si torna alla politica vera, ed ai partiti veri, lasciando da parte trame occulte ed affarismo, o per azzerare la situazione in Italia non resterà che fare la guerra civile, tra nord e sud.
     E, purtroppo, non stiamo scherzando!
Giovanni Corrao - 31/07/2010

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