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Perché diciamo no a questo Partito democratico

     Povero Paolo Fresu, si è lasciato sedurre dalle lusinghe di Walter Veltroni, restando così imbrigliato nel perverso tritacarne della politica e dei partiti. Meno male, però, che le sue prime dichiarazioni ci rassicurano: apprendiamo, infatti, che intende proseguire nella sua attività artistica, molto meglio un musicista di talento che un politico improvvisato.
     Nel tourbillon conseguente alla nascita del Partito Democratico, l’imperativo categorico è quello di far partecipare massicciamente la cosiddetta “società civile”, ma è solo un problema di facciata. Nei fatti il PD sta fondando le proprie radici su un accordo di vertice tra i Democratici di Sinistra e la Margherita.
     Contrariamente alle aspettative, il nuovo soggetto politico finora vagheggiato, sarebbe dovuto nascere dalla contaminazione tra le culture politiche di diversa estrazione: laica, cattolica, socialista e riformatrice. Ma soprattutto, doveva formarsi attraverso un processo di aggregazione dal basso, col pieno coinvolgimento di tutti gli aderenti.
     In realtà, almeno nella prima fase della formazione del nuovo partito, non c’è spazio per le culture altre. Attraverso queste modalità operative, difficilmente si potrà realizzare un autentico pluralismo, al contrario si sta concretizzando un’operazione di puro verticismo.
     Di fatto si sta riesumando, in forme ovviamente più moderne e raffinate, “… una nuova Democrazia Cristiana fatta di correnti …” come ha sostenuto la segretaria del MRE Luciana Sbarbati. Come dire che, così come avveniva in passato, potevano stare insieme, dentro la “Balena Bianca” la sinistra di Carlo Donat Cattim e l’anima conservatrice-confessionale di Giulio Andreotti, così come oggi, nel Pd sarà resa possibile la convivenza tra Massimo D’Alema e la teo-dem Paola Binetti, con uno spostamento dell’asse politico verso il centro. In questo senso appaiono illuminanti le recente dichiarazioni del navigato democristiano Ciriaco De Mita e del ministro Fioroni.
     E’significativo, che nella fase di avvio delle primarie, uno dei co-fondatori dell’Ulivo, il Movimento dei Repubblicani Europei, abbia deciso di non partecipare alla fase costituente di “questo” Partito Democratico. La decisione, approvata a larghissima maggioranza dal Consiglio Nazionale, non è stata presa per capriccio, ma, per motivate e consapevoli ragioni di sostanza. Prima di tutto per la constatazione che il nuovo soggetto politico sta nascendo senza un preciso riferimento ai contenuti.
     In questa ottica il Movimento Repubblicani Europei, chiedendo di essere trattato come soggetto politico, un interlocutore serio con una propria identità e credibilità, piccolo nei numeri ma con una grande storia democratica alle spalle, ha avanzato, attraverso un documento sottoposto all’attenzione di Veltroni, alcuni spunti programmatici, ignorati e snobbati sull’altare dell’accordo a due. Niente intrusioni, dunque.
     L’importante era studiare e accordarsi su un meccanismo elettorale che favorisse i fondatori (DS e Margherita) e automaticamente escludesse tutti gli altri, società civile compresa. Le regole stabilite dall’assemblea dei 45 (la rappresentante del Movimento Repubblicani Europei non ha votato) sono state predisposte ad arte, al fine di far sopravvivere i potenti apparati di partito dei DS e Margherita.
     Alla vigilia delle primarie occorre amaramente costatare che DS e DL hanno contrattato, in maniera spiccia e cinica, da soli, il modo di essere di un Partito Democratico, popolato di singole personalità, talvolta di eccellente pregio, ma senza un comune filo conduttore e senza contenuti.
     A partire da Ugo La Malfa fino a Giovanni Spadolini, i Repubblicani, hanno sempre sostenuto che la lacuna politica nel nostro Paese è la conseguenza della mancanza di un Partito democratico maggioritario, in grado di guidare la società italiana verso un modello che accolga e allo stesso tempo governi la modernità. Per la sinistra democratica, e quindi per il Pd, il problema di fondo è quello di reinquadrare questi nuovi fenomeni in una sicura concezione della democrazia di questo paese ed utilizzare l’economia di mercato, competitiva, ai fini d’interesse generale, riequilibrando i suoi effetti in termini di equità sociale, di crescita economica, di standard più elevati e di riequilibrio territoriale.
     I Repubblicani Europei ritengono, inoltre, utile che venga stabilita una norma di spoil-system, dove siano chiari i limiti dell’intervento politico ovunque e a tutti i livelli applicabili. Un paese moderno non si governa solo con le norme, ma con l’esemplarità della classe politica dirigente, con etica pubblica, col senso del dovere e della virtù civica.
     Una legge elettorale che consolidi il bipolarismo secondo il sistema francese, e che tenga conto del “diritto di tribuna” per quelle posizioni politiche e culturali che abbiano rilevanza nel paese. Un rapporto, non autoritario, con la ricerca scientifica alla quale occorre garantire piena libertà, controllandone l’applicazione dei suoi esiti. Necessità di uno Stato che regoli e accolga le diversità culturali, etniche per intraprese diverse, superando le particolari convinzioni etiche e religiose di parte e tenga fermamente distinta la politica dagli affari. Infine una guida politica che rifugga da comportamenti contingenti e di piccola convenienza ed assuma responsabilità di un progetto per cui si possa percepire la profonda differenza col centrodestra.
     In queste condizioni, giacché i temi da noi proposti, e prima succintamente illustrati, non hanno avuto risposta, ed essendo mancato il rispetto di una forza politica, i Repubblicani Europei hanno deciso, senza la garanzia di una sufficiente considerazione del loro apporto culturale, di non consegnare alla nuova formazione, la loro storia e le loro tradizioni di sinistra laica e democratica.

     Pubblicato sulla "Nuova Sardegna"
Annico Pau (Consigliere Nazionale del Movimento Repubblicani Europei) - 20/08/2007


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