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Per Alberto Tasca

     L'impatto primo che segna l'emozione e apre il pensiero (è un pensiero che viaggia nel ricordo di molte scene per fermarsi alle soglie di un inconoscibile nuovo oggi) si materializza nel luogo triste che accoglie i morti prima della tumulazione: è nel volto all'apparenza sereno e autenticamente cordiale di Paola e Mario (uguale, fratello minore più che figlio); è nella sfigurazione di chi è stato provato e sconfitto. E' cessata la pena della malattia che, per forza di cose, doveva essere condivisa. C'è chi cade, ed è per sempre, finalmente liberato dalla morsa; c'è chi resta in piedi, a casa stessa, addolcito, e lavora attorno a nuove stagioni di vita, in questa Cagliari bella come l’anticamera del paradiso, che resta teatro e motore per noi che i nostri conti ancora non li abbiamo chiusi.
Alberto Tasca alla destra di Lello Puddu      Alberto Tasca, col quale pure negli ultimi anni i rapporti si erano rarefatti, per il vuoto intervenuto nell'interesse comune che per molti anni aveva avuto espressione nel Pri di Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini e nell'associazione Cesare Pintus di Salvatore Ghirra, e anche a causa di una certa incomprensione (educatamente soltanto accennata, come per lasciare ognuno convinto di quanto gli elementi a disposizione facevano credere in buona fede) sulle modalità pratiche di una permanenza sulla scena pubblica dalla parte degli inalterati ideali di sempre, l'ho conosciuto trenta e più anni fa.
     Comuni cose arburesi, schermidore con mia sorella ai tempi del cus castellano, collega bancario del fronte esattoriale, interessato (più come promotore o regista che come attore sulla scena) negli scavi e nelle offerte di reperti a chi aveva amore alla nostra trascorsa storia comunitaria e civica, queste dimensioni e queste esperienze avevano riempito un rapporto intenso e non breve.
     La classe, il 1952, era stata la prima cosa condivisa, e non era piccola cosa, non era e non è accidente di calendario soltanto, per chi abbia intelligenza e sensibilità verso quanto c'è "oltre" la cosa più banale che ci si può presentare davanti. Perché la classe anagrafica suggerisce sempre lo sguardo verso i percorsi paralleli, verso le somiglianze e verso gli stacchi esperienziali, nei luoghi, negli studi, negli affetti, nel lavoro, negli approdi sempre provvisori ..., rafforzando come uno spirito di corpo che supera ogni distinzione e lontananza artificiosa, ed è e si rivela "comunque", quali che siano le divaricazioni, giusta fraternità.
     Bisogna sempre avere la mente libera e riconoscere i talenti di coloro che, senza montare in cattedra, te ne fanno partecipe. E quelli di Alberto, senza perciò fare di lui uno sgradevole santino, erano i talenti di chi ha quelle intuizioni del nuovo che altri non hanno; erano i talenti dello sperimentatore; erano i talenti dell'organizzatore; erano i talenti di chi punta alla qualità nella resa di un servizio alla collettività, non ad un segmento soltanto della collettività. Perché ogni matura individualità è tesa a restituire alla società quanto da questa essa ha ricevuto negli anni della formazione e sempre, in termini di opportunità. Nella politica e nell'amministrazione come nella promozione culturale, e tanto più in una promozione culturale che si fa lavoro qualificato e "specifico di vita" per giovani preparati ed al loro esordio professionale, e ad un tempo, però, si fa insieme di produzioni che entrano nella disponibilità comune di una società. Questa è stata la sua creatura migliore in logica cooperativistica, che superava le trascorse maturazioni sindacali, questo è stato ciò che è venuto dopo, tra le tecnologie nuove del nostro tempo. Come a voler saldare il più antico proveniente dagli archivi finalmente riordinati, fra medioevo ed epoche più prossime, a quanto è più moderno nella strumentazione massmediale che pare anticipare, nel presente, il futuro che preme. L'amico segue l'evento luttuoso secondo una doppia ottica: quella della più intima, e personale, partecipazione a un accadimento riconosciuto sì naturale, ma non di meno, evidentemente, ingiusto e doloroso: per i patimenti che l'hanno preparato, nella mente e nella carne, e per la inesorabilità dell'exit che ti conferma, un'altra volta ancora, che non sei niente davanti alla potenza della natura (o della provvidenza). L'altro crinale è quello che fotografa ed aggiorna la sequenza dei protagonisti del tuo stesso mondo, della tua stessa esperienza di vita e d'ideale, che non trovi più, non troverai più nell'interlocuzione umana.
     Questo nostro luogo ideale che viene da Mazzini e dai generosi Goffredo Mameli e Guglielmo Oberdan, passa per i protagonisti della stagione democratica, sempre di militanza minoritaria, in Sardegna – da Asproni a Tuveri, ai giovani delle sezioni nell’attraversamento di quei secoli, a Michele Saba a Cesare Pintus a Silvio Mastio agli altri ancora che si sono spesi nella missione antifascista e repubblicana perché la nostra generazione e quelle che verranno vivessero in una più alta civiltà politica – sembra indebolirsi sempre più. Noi stessi che siamo rimasti siamo disorientati se non anche dispersi, tirati ognuno da personali urgenze, da propensioni nell'ordinario che non hanno forse più nulla in comune e mortificano i trascorsi sogni di reciprocità, sicché finisce che ci sentiamo, in qualche modo, anche noi, già morti al nostro mondo.
     Chissà se la grazia di provvidenza ci aiuterà, nel non tempo che tutti ci attende, a metter su una specie di grande circolo di scambio morale, cagliaritano e sardo, italiano e universale, con Mazzini e Mastio, Asproni e Saba e gli altri, nessuno escluso, fino agli ultimi generosi, per rigodere, insieme, delle leggerezze dell'animo idealista come le abbiamo avvertite negli anni nostri della adolescenza, della giovinezza, della prima maturità. Sì, in stagioni non pacifiche, talvolta perfino torbide, ma con potenziali evidenti di avanzamenti partecipativi, critici, santamente rivoluzionari, mossi dagli uomini dell’esempio, della sapienza democratica. Stagioni tutte inesorabilmente finite, mentre ora tutto s'imbarbarisce, e mentre noi stessi ci perdiamo dietro l'incapacità mortificante di ricominciare, di lottare contro il nuovo fascismo imbellettato che, nascosto nell'oltraggio insensatamente divertito all'inno nazionale ed alla bandiera, nel fascino stolido del populismo demagogico e della menzogna innalzata al rango di virtù di stato, integra la miglior arte per schiavizzare questo povera patria nostra.
     E’ mesta riflessione questa, ma è onore speciale reso ad Alberto Tasca, ultimo protagonista di una catena di lutti repubblicani che, al di là del modo in cui li sappiamo o vogliamo esprimere, ci hanno cambiato, e speriamo migliorato.
Gianfranco Murtas - 07/06/2007


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