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L'importanza del nome

     Il percorso sul quale si snoderà l’attività politica del nuovo Pd è stato tracciato da tempo, ed è quello della democrazia. E’ su quel terreno che si sono sempre articolate dichiaratamente sia le scuole di pensiero cattolica e repubblicana, che l’azione pluralistica che i grandi leaders hanno esercitato sulle grandi masse di provenienza comunista e socialista.
     Nel nome del riformismo siamo finalmente giunti alla creazione di una grande area nell’ambito della sinistra democratica del paese. Una collocazione politica certamente di centrosinistra nella quale si sono tenacemente insediati nel passato non pochi illuminati pensatori politici, abitata storicamente da forze politiche di minoranza, ed animata da principi laici per quanto riguarda l’aspetto costituzionale e civile della nazione, ma a volte anche da principi religiosi in riferimento alla sfera familiare o personale, e quasi sempre al confine con la tradizione socialista. Qualcuno ricorderà a proposito la polemica sul trattino che consentiva la creazione di un’area politica immaginaria, quella laico-socialista, riunendo due termini che erano ritenuti inconciliabili tra loro.
     Il colmo oggi è che proprio coloro che facevano parte della sinistra diessina, per nulla convinti dal miraggio del Partito democratico, legittimamente organizzatisi all’indomani dei recenti Congressi nazionali dei Ds e di Dl in un nuovo movimento, si siano impropriamente appropriati di una terminologia che ha sempre storicamente rappresentato una componente sicuramente di centrosinistra, ma certamente non socialista. Chiamarsi "Sinistra democratica" non è affatto il termine appropriato per chi si voglia identificare nei valori del socialismo europeo. Chi ha scelto il nome ha sicuramente ben fatto dal punto di vista del “già sentito”, ha invece dimostrato scarsa padronanza riguardo alla storia politica del paese di questi ultimi cinquant’anni. E costringerà noi, da oggi in poi, o a distinguere nell’usare la stessa fraseologia o a ricorrere a nuove formule per identificare quel filone storico.
     La politica non è un gioco e non si improvvisa. Ha le sue leggi, le sue tradizioni, i suoi riti, il suo lessico. Ma soprattutto ricordiamoci che è un’arte, l’arte di amministrare la cosa pubblica. E per farlo ci vuole competenza, padronanza della materia, fermo rigore morale. Dobbiamo convincerci che a fare politica dobbiamo mandare i politici, non gli improvvisati, o i giovani solo perché lo sono anagraficamente.
     Per le prossime elezioni sforziamoci per una volta di scegliere fra persone politicamente valide, e sicuramente oneste. E democratiche, … purché di centrosinistra.

     parte dell'articolo pubblicato su www.pdsardegna.it
Giovanni Corrao - 25/05/2007


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