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Ugo La Malfa al “confino” - I giorni di Calamosca
Una lontana pagina cagliaritana mai dimenticata dal paladino dell’Italia repubblicana

     C'è una pagina cagliaritana nella vita di Ugo La Malfa, uno dei padri della Repubblica, del quale si è appena celebrato il centenario della nascita. Rimonta al 1926 quando, all’indomani della laurea in Scienze diplomatiche e consolari conseguita al Ca’ Foscari di Venezia e dell’iscrizione al corso allievi ufficiali dell’Esercito, da quest’ultimo egli fu espulso per indebito possesso di materiale antifascista. E spedito a Cagliari, alla caserma di San Bartolomeo, 16° reggimento di artiglieria: luogo di raccolta dei puniti in divisa. Ricorderà a lungo, della permanenza in città, Calamosca e il Poetto, quegli alberi alla cui ombra soleva mettersi per pensare in pace.
Ugo La Malfa      Figlio di una modesta famiglia palermitana (il padre era maresciallo della polizia), aveva compiuto le sue prime esperienze politiche nell’Unione goliardica per la libertà, avendo fra i suoi migliori amici Giorgio Amendola. E del padre di quest’ultimo - Giovanni, deputato e già ministro - divenne nel 1924 discepolo critico nelle fila dell’Unione democratica nazionale (cui aderirono anche Francesco Cocco Ortu sr. e Mario Berlinguer), distinguendosi per il contributo fornito in diversi articoli apparsi sul Mondo e con un brillante intervento all’ultimo congresso del partito, prima dell’assassinio del leader per mano dei fascisti.
     Nel 1928 - subito dopo la parentesi cagliaritana - scontò alcuni mesi di galera, a San Vittore, con l’accusa mai dimostrata di coinvolgimento nell’attentato al re presso la Fiera di Milano. Anche Titino Melis, di un anno più giovane, varcò i cancelli del carcere, e da allora data fra i due un’amicizia che troverà importanti sviluppi negli anni in cui entrambi saranno a Montecitorio.
     Dopo un iniziale impiego alla Camera di commercio di Roma ed un secondo all’Ufficio italiano cambi (da cui fu licenziato in seguito all’ammonizione ricevuta per l’episodio di Milano), fu assunto all’Enciclopedia Italiana e nel 1933 entrò alla Banca commerciale italiana, diventando in breve tempo vice direttore dell’Ufficio studi. La Comit di Mattioli era allora come un’enclave di cultura economica e civile nel grigiore marziale del regime, e i suoi funzionari, grazie ai rapporti continui con l’estero, coltivarono nel tempo progetti di una democrazia che pur si sarebbe dovuta affermare forse soltanto dopo gli sconquassi di una guerra ineluttabile.
     Nel 1942, in clandestinità, egli fu tra i fondatori del Partito d’Azione e nei due anni successivi, al ritorno da un breve forzoso espatrio in Svizzera, partecipò attivamente alla lotta di liberazione, insieme politica e militare, nella capitale (Ines Berlinguer Siglienti ha lasciato pagine bellissime, e non mitologiche, di memoria di quegli eventi cui ella stessa prese parte). S’iniziò per La Malfa una militanza democratica destinata ad assorbire ogni altra energia ed attività professionale.
     Nel Cln rappresentò, talvolta in abbinata con Lussu, gli azionisti. E del partito fu il vero leader fino a che non emersero in forma e misura non gestibili le divisioni ideologiche fra l’impianto riformatore originario e il dottrinarismo socialista portato dai giellisti. Da allora il Partito d’azione bruciò in una dialettica aperta, e comunque sempre di altissimo livello etico ed intellettuale, il suo futuro. La stessa base programmatica fu in gran parte oggetto di disputa fra le due correnti prevalenti. Armonia v’era soltanto sulla linea istituzionale, intransigentemente repubblicana e laica.
     Nel febbraio 1946 La Malfa con Parri lasciò il partito presentandosi alle elezioni per la Costituente in una lista di minoranza, ed eletto aderì al Partito repubblicano italiano (Pri) recando un contributo di modernità di cui il partito dei mazziniani aveva speciale bisogno. Legislatura dopo legislatura, il suo nome compare in tutte le scene della politica italiana di quasi quarant’anni. Sostenitore della linea centrista di De Gasperi (con cui aveva direttamente collaborato nei primi anni Cinquanta, promovendo la liberalizzazione degli scambi e una incisiva politica meridionalistica), alla morte di quest’ultimo, nel 1953, iniziò a lavorare per l’associazione dei socialisti di Nenni al governo del Paese. Era la svolta di centro-sinistra che avrebbe dovuto diffondere, fra regioni e settori produttivi, le virtù di un capitalismo governato da una politica con severa consapevolezza europea.
     L’incapacità delle coalizioni quadripartite di governare l’economia e soprattutto le dinamiche della spesa pubblica, unitamente alle pulsioni demagogiche dell’opposizione politica e sindacale, lo allarmarono indirizzandolo più volte alle dimissioni da incarichi di vertice: così fu nel 1965 dalla presidenza della commissione Bilancio della Camera, così nel 1974 da ministro del Tesoro di un governo Rumor. Nel 1975 Aldo Moro gli conferì (nel quadro di un rinnovato patto Dc-Pri sostenuto dai partiti socialisti) la vice presidenza del proprio ministero e la guida effettiva della politica economica. Si trattò - per il giudizio espresso anche dalla stampa estera - del miglior governo che l’Italia aveva conosciuto dalle stagioni degasperiane (in esso debuttò come ministro anche Giovanni Spadolini). Ma l’impazienza del segretario socialista De Martino (che ne avrebbe pagato il fio con la sconfitta elettorale e la sua sostituzione con Craxi) sacrificò quell’esecutivo e per anni fu un susseguirsi di nuovi governi Andreotti nell’ordine dell’unità nazionale.
     Le contraddizioni e insufficienze anche di questa fase politica, segnata dalle efferatezze del terrorismo non meno che da tassi d’inflazione a due cifre, portò a una drammatica crisi politica cui il presidente Pertini cercò di opporsi incaricando proprio La Malfa, leader del 3 per cento dell’elettorato, di formare un governo rigoroso per programma e con ampia base politica. Doveva trattarsi di un ministero impegnativo per tutte le maggiori forze parlamentari (Dc, Pci e Psi), il cui persistente tatticismo fece alla fine fallire quel generoso e illuminato tentativo. Ma Ugo La Malfa ormai aveva dato tutto alla sua patria. Un ictus lo colpì pochi giorni dopo quel gigantesco ed infausto sforzo di volontà.
     Ai funerali parlò Leo Valiani. Centinaia di bandiere rosse con la risorgimentale edera della Giovine Europa, provenienti da tutto il Paese, riempirono Roma. Alla Sardegna rimane, di lui, non soltanto un ricordo sentimentale, ma più di tutto la solidarietà offertale in uno dei momenti critici della sua vicenda recente, quando si trattò, nel 1962, di sostenere le posizioni del Partito sardo d’azione dei Melis e dei Contu per l’attribuzione alla Regione, invece che alla Cassa per il Mezzogiorno, delle competenze per l’attuazione della legge di Rinascita. Egli era allora ministro del Bilancio e dette quel sostegno. Purtroppo l’insufficienza delle forze politiche nostrane non consentì che lo strumento istituzionale fosse fecondo quanto poteva esserlo.

Gianfranco Murtas per l'Unione Sarda - 07/06/2003


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