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Per Roberto Dessì, come una pagina di diario

     La recente scomparsa di Roberto Dessì mi ha indotto, inevitabilmente, a un ritorno ai ricordi di gioventù, nel seno della Federazione Giovanile Repubblicana (anni, diciamo, 1971-1975 circa, per me) ed a riflessioni sull’attualità politica (ed elettorale) che convoca, ancora una volta, al dovere della coerenza ideale.
      Certo, può essere strano – o lo è per me – questo sovrapporre i due livelli della reazione a quella notizia, amara e avvertita come di ingiustizia per la prematurità dell’evento, giuntami improvvisa dalla confidenza di Roberto Pianta. Si tratta infatti, all’interno di una dimensione assolutamente personale e privata, di specchiare quelle certe esperienze tanto significative e forse cruciali della mia giovinezza, nel nome, nel volto, nella voce dell’amico evocato nella compagnia dell’età, in quel parlare e fare insieme con altri dieci o più, inoltrati verso stagioni di maggior maturità di studi e professione; dall’altra si tratta di confrontare la semina civile (di cui siamo stati campo allora felice) dei grandi maestri del pensiero e dell’azione democratica – Ugo La Malfa in primo luogo – con quel che siamo oggi, a trent’anni di distanza.
     Voglio affacciare soltanto pochi pensieri, rinviando, anche per Roberto coetaneo, ad altro momento il de profundis umano, qui anticipato dal vivissimo, ardentissimo auspicio che egli goda oggi il ristoro dalle sofferenze – quante! così mi si è riferito circa la salute gravemente tormentata – patite nella sua incompiuta giornata.
     Credo buono introdurre questa pagina con un articolo che Roberto pubblicò sulla “pagina dei giovani” dell’Unione Sarda, cui io stesso collaboravo, datata 20 gennaio 1972. Tema: il voto ai diciottenni, su cui non ancora era stato, in quell’anno, legiferato. Titolo dell’articolo: “In discussione un concetto ormai superato / Il ‘mammismo’ non salva le tradizioni di famiglia”. Eccone il testo:

     "A più riprese si è parlato in questi anni del problema riguardante l’abbassamento della maggiore età e il diritto di voto a 18 anni.
     Se il problema non ha trovato un terreno molto fertile presso certe forze politiche preoccupate per le molte incertezze, di varia natura, che con esso si verrebbero a creare, ed alle quali non è esclusa quella elettoralistica (a chi andrebbero i voti dei diciottenni?), mi sembra doveroso riportare in auge questo discorso proprio nel momento in cui il paese si sta avviando, per la prima volta nei venticinque anni di repubblica democratica, ad una consultazione popolare di fondamentale importanza per i valori civili della nostra società, qual è il referendum anti-divorzio.
     E’ noto a tutti che, con l’obbligo scolastico a 14 anni, vi siano oggi in Italia alcuni milioni di giovani tra i 15 e i 21 anni che, col loro lavoro o col loro studio, contribuiscono al progresso ed all’arricchimento sociale del Paese; questi giovani hanno dimostrato, attraverso le recenti lotte studentesche ed operaie, di aver raggiunto un notevole grado di maturazione politica, eppure nonostante tutto ciò, o forse proprio a causa di questa incomoda maturità, sono ancora sottoposti alla tutela, direi meglio al dominio assoluto della famiglia, senza che sia loro concesso di scegliere per quale tipo di società profondere le loro energie.
     Dopo l’abbassamento del limite di età dai 21 ai 18 anni in Inghilterra, il nostro rimane uno dei pochi paesi industrialmente avanzati a conservare la maggiore età a 21 anni; ma su questo punto occorre sviluppare un discorso che tenga conto di come in quei paesi l’abbassamento della maggiore età non debba, a mio avviso, essere considerato il frutto di una genuina esigenza di maggiore democraticità, ma costituisce invece la necessaria risposta all’impressionante spinta consumistica delle nuove generazioni che, con un simile provvedimento, viene potenziata e liberata dalle inevitabili restrizioni poste dalla famiglia.
     La situazione nel nostro paese si presenta invece in modo totalmente differente: in primo luogo la capacità di consumo in Italia della nostra generazione, pur essendo molto elevata, non raggiunge i livelli che detiene invece nei paesi industrialmente più avanzati. In secondo luogo le rivendicazioni portate avanti dai giovani in questi ultimi tempi, anche se non raggiungono forme tanto vistose come in Francia o Germania, affondano le loro radici in problemi di estrema gravità.
     A questo punto il discorso si allarga e trascende da contenuti puramente elettoralistici per coinvolgere la funzione delle famiglie nei confronti delle attività politiche giovanili; non a torto il movimento studentesco medio, composto nella quasi totalità da minorenni, ha individuato nella famiglia tradizionale lo strumento repressivo per eccellenza: il minore deve totale obbedienza al detentore la patria potestà e, qualora questi non sia in grado di far valere la propria autorità che ovviamente si estende anche al campo politico, può ricorrere al tribunale dei minori che provvederà a spedire il piccolo ribelle in un istituto di rieducazione da dove, dopo un opportuno lavaggio del cervello, uscirà un automa asservito al sistema oppure un delinquente incallito.
     Naturalmente è abbastanza raro che si giunga a questi eccessi, ma l’autorità familiare, forte dei propri poteri di piccola monarchia assoluta, non manca mai di esercitare il proprio influsso e quindi di perpetuare i rapporti di forza interni al sistema.
     Così se ai minori è concesso il diritto di farsi sfruttare nelle fabbriche o di essere mandati al macello in caso di guerra, non è però riconosciuta loro la capacità di condurre una vita autonoma e vengono tenuti sotto lo stretto controllo delle famiglie. Perché avviene tutto ciò? Oltre alle succitate cause di ordine economico e politico ve ne è un’altra, a mio avviso, di non minore importanza e che occorre far risalire al più vasto problema della crisi dell’istituto familiare.
     La famiglia sta indiscutibilmente attraversando in questi ultimi tempi una grave crisi dovuta principalmente alla rapida trasformazione del sistema capitalistico che, per le sue imprescindibili esigenze, sia di allargamento della base produttiva sia di esasperazione di consumo individuale, non riconosce più la cellula familiare come componente fondamentale della propria struttura. In questo caso le esigenze economiche vengono dunque a scontrarsi con il fondamento morale della nostra società che, specialmente in Italia, è pervasa in misura impressionante da una sorta di “mammismo” e di moralismo codino.
     Si può quindi comprendere facilmente perché un provvedimento come quello di abbassare la maggiore età, che certamente indebolirebbe ulteriormente l’istituto familiare, trovi in Italia una tanto accanita resistenza.
     Ma la tattica dello struzzo, tanto cara a certe forze politiche, come al solito non fa che aggravare i problemi ritardandone la risoluzione: parecchie decine di migliaia di minorenni di sottraggono ogni anno al potere della famiglia, e, come sempre avviene in questi casi, spesso la loro ribellione si conclude tragicamente."


     Non mancò allora una ripresa critica dei suoi argomenti, nella stessa pagina. Ma qui non importa dire della condivisione o meno di quelle opinioni; importa invece fissare un momento della sua maturazione e convergere affettivamente verso la memoria anche di quella.
      Qualche settimana dopo, ed esattamente nel numero del 27 aprile, il giornale riportò una sua dichiarazione sulle preferenze elettorali giovanili ai comizi politici convocati in quel drammatico 1972 (“Come voteranno i giovani alle elezioni del 7 maggio? La bilancia dei voti nuovi per pesare i vecchi partiti”, di Lucio Lecis – amico gobettiano anch’egli indimenticabile). Eccole di seguito:

… Il rappresentante dei giovani repubblicani, Roberto Dessì, preferisce non affrontare il problema dei voti dei giovani e insiste invece sulle cause dell’attuale crisi politica. Addossata ai socialisti democratici la responsabilità della crisi per via della scissione dai socialisti del PSI, Dessì prosegue: «Non si tratta ora di cercare di recuperare la protesta di destra, ma di isolarla politicamente, salvaguardando oggi le possibilità future di attuare una coerente e rigorosa politica di riforme». I repubblicani chiedono anche ai giovani i voti necessari per poter essere «la forza garante e motrice contro ogni tentativo di congelare lo status quo o di dare un moderato, reazionario, antistorico sbocco alla crisi».

     Quando questi scritti e queste dichiarazioni s’affacciavano dalle tribune del giornale, con Roberto ci si frequentava giusto da un anno. Ripenso all’incontro tutto nel segno della cordialità e dell’interesse l’uno ai “retroterra” e “aspettative” dell’altro: essendo marcatamente diversi e gli uni e le altre. Meriterà raccontare, un giorno, la cronaca anche morale di quella bella stagione (per me e, credo, per molti amici della FGR che mi sono rimasti nel cuore) …
     Era il tempo, l’anno 1971, in cui confluivano nel nostro PRI ancora di forte impronta mazziniana e pari tensione post-azionista nel suo nucleo fondante (il centro-sinistra, la politica di programmazione e dei redditi, l’articolazione regionale dello stato e il rapporto fra autonomie territoriali e politica di piano, il rigore selettivo e dimensionale nella spesa pubblica, l’atlantismo e lo spirito europeista, la distinzione fra stato e chiesa, l’istituto del divorzio e la riforma del diritto di famiglia come quella della scuola secondaria superiore e universitaria, le politiche di promozione dell’ambiente e dei beni culturali – più tardi organizzate nel ministero spadoliniano –, ecc.), gli amici di militanza sardista con i quali da tre anni era stato stipulato un patto d’unità d’azione con traduzioni elettorali sia alle politiche del 1968, che alle regionali del 1969, che ancora alle amministrative (provinciali e comunali) del 1970.

Saldare la questione sarda a quella meridionale
     Con i miei amici della FGR – di cui Roberto era il capo indiscusso, appena diciottenne nel 1971, il più pensoso e capace di relazione con la dirigenza (anche nazionale) – assistemmo a quell’operazione politica che avrebbe potuto essere ben più di quanto fu in realtà. Perché purtroppo ci venne dato di registrare che la dote “clientelare-numerica” (in termini e di tessere e di voti) recata al partito dagli amici professionisti e/o amministratori (per questa condizione appunto capaci di larghe relazioni di stima e d’adesione) non fu educata politicamente, ma lasciata allo stato grezzo. La dirigenza ebbe corta visione e consumò il meglio delle sue energie in un tatticismo che non apriva al domani. E, ancora, si faticò (e di fatto non si riuscì) a dimostrare quel che nell’associazione fra l’anima storica repubblicana e quella sardista in ripulsa di nazionalitarismo o separatismo (categorie variamente ma ancora cautamente declinate in quel tempo, ma suscettibili di sconcertanti derive populiste negli anni avvenire, con la sola “controtendenza” di Mario Melis) poteva e doveva ravvisarsi: come un’offerta all’Italia, proprio attraverso la politica dell’autonomismo repubblicano/sardista di matrice asproniana e tuveriana, della originalità a tutto corpo della Sardegna, in un’ansia però di integrazione patriottica da sempre presente del dna della democrazia isolana ed ora affermata in termini di modernità. Così in materia di attuazione della legge di rinascita come, più in generale, nel riassetto del sistema produttivo, con l’affermazione di nuovi equilibri fra industria – ancora troppo bloccata attorno agli interessi dei poli di (falso) sviluppo –, comparto agricolo/pastorale (riformato con leggi forse inappropriate) e terziario (il nuovo terziario dei servizi soprattutto turistici, e quello burocratico incapace di emanciparsi dal modello statale).
     Quella fu la stagione eletta che ci fu dato di vivere allorché, ventenni, incrociammo la nostra strada nella sezione di via Sonnino, all’ombra del busto centenario di Giovanni Bovio e sotto lo sguardo dei dieci o quindici padri della democrazia repubblicana italiana che il compianto Bruno Josto Anedda (al quale Roberto era specialmente legato) aveva fissato su tavolette e disseminato per le molte stanze della grande sede in cui convivevano gli uffici regionali, quelli della consociazione provinciale, quelli della sezione e, anche, quelli nostri.
     Entravamo nell’età adulta anche con la scuola della politica, acculturati dalla esperienza dei dibattiti – e fosse anche soltanto ascolto – e dell’organizzazione, dell’incontro (anche in corteo protestatario) con altri coetanei dei diversi movimenti politici sulla piazza, della stampa al ciclostile di documenti che volevano essere concettosi …
     Sono memorie, queste, che persistono e richiamano oggi, inevitabilmente, e come per obbligo di coscienza, alla serietà della coerenza.
     L’imminenza del turno elettorale politico impone a tutti, io credo, un dovere di testimonianza, che non può non essere nel senso della democrazia liberale progressista, alla quale ci hanno educato – dopo i grandi padri della storia risorgimentale e post-risorgimentale – i maestri del nostro tempo, letti cento volte sulla Voce od ascoltati anche in occasione delle loro visite in città: da Ugo La Malfa a Bruno Visentini, da Michele Cifarelli a Giovanni Spadolini, ma anche i Compagna e i Galasso, e con loro i Valiani, i Galante Garrone e tante altre limpide coscienze dell’antifascismo e della cultura laica che nel PRI individuavano l’organizzazione politica che meglio interpretava valori e progetti di società giusta ed evoluta e per essi – valori e progetti – interloquiva criticamente e positivamente, senza complessi di inferiorità, con una sinistra ideologizzata e potente.
     Ho pensato tante volte alla paradossale “fortuna” che, come cittadino e come studioso, mi è stata data dal crollo della cosiddetta prima repubblica e dal passaggio alla seconda, che sono poi formule soltanto allusive, e direi infelicemente sostitutive (per abuso) del solo conosciuto titolo repubblicano che il popolo italiano ha voluto darsi al referendum del 1946. Mi riferisco alla conoscenza, per diretta e pur malvagia esperienza, delle “tecniche” di opportunismo che portarono molti credenti democratici (o falsi, o illusi credenti democratici) al fascismo nei primissimi anni ’20. E, per contro, alle modalità di organizzazione della resistenza, intellettuale e civile, al malgoverno populista, e poi dittatoriale, in via d’affermarsi.
     Qui, in replica del 1922-25, abbiamo visto molti, troppi, passare – dimentichi di tutto – alle convenienze della plastica, al nulla ideale, alla demagogia come prassi. Anche molti cosiddetti repubblicani che, inconsapevoli del portato ideale che avrebbero dovuto onorare, hanno cambiato casacca ed offerto complicità, ritenendo che ogni militanza potesse essere compatibile, per virtù di furbizia e sgangheratezza dialettica, con il credo e la vita di Mazzini e Cattaneo, di Ghisleri e Conti, del Pacciardi antifranchista come dell’Ugo La Malfa imprigionato a 25 anni e resistente in clandestinità, costruttore infine delle strutture anche costituzionali dell’Italia nuova.
      Taluni intransigenti della democrazia repubblicana diventarono, anche in Sardegna, all’inizio del Novecento, in sequenza ineluttabile, transigenti radicali, e poi lealisti, e poi fascisti. Così, sempre qui, oggi, abbiamo registrato capitomboli e disinvolte conversioni allo schieramento di una destra variamente articolata nel peggio (fra Alleanza Nazionale che ancora conserva il simbolo della fiamma missina, Forza Italia in perenne vocazione populista e UDC così largamente compromessa in mezza Italia con la malavita organizzata). Abbiamo assistito a prove di impudico trasformismo che molto ci hanno fatto soffrire, anche se molto ci hanno insegnato sulla umana natura.
     E anche nel campo della fratellanza sardista, per matrice teorica nostra vicina nonostante tutto, abbiamo dovuto adesso malinconicamente registrare (non con sorpresa però) il grande salto opportunistico nelle liste della Lega bossiana. Tornano le memorie e gli ammonimenti della storia: quando si perdono le luci d’orientamento che soltanto i valori universali (democrazia, libertà, uguaglianza, tolleranza, sinistra) interpretano, e ci si crogiola in un asfittico e incongruo pragmatismo fatto di slogan e nella inconcludenza confusionaria di obiettivi quale è il nazionalitarismo indipendentista, le conseguenze non possono essere che queste. Nel 1923, per le promesse di lavori pubblici del neoduce, molti sardisti non si preoccuparono che il fascismo nel quale confluivano fosse violento e illiberale, prossimo al regime di dittatura. E quel Fancello che con Bellieni aveva partecipato ed animato l'iniziativa di un partito italiano d’azione, come federazione di partiti autonomisti, marcò in progresso il suo antifascismo, fino diventare leader di Giustizia e Libertà nella clandestinità romana e toscana e suo testimone, per tredici lunghi anni, nelle celle dei reclusori e nelle isole del confino. Altro che autonomismo di Lega Nord!
     Lo stesso PRI e il variegato (e pur organizzativamente debole) movimento repubblicano in Sardegna si è, come sulla scena nazionale, diviso senza saper portare, né dall’una parte né dall’altra, il quid della sua identità ideale e programmatica, e piuttosto ancellando, senza fierezza di storia, i nuovi potenti di una parte (a Roma) e dell’altra (alla Regione). Sono nate carriere, dalla parte destra dello schieramento di potere, ma si sono perse i santi orgogli anche verso il fronte nominalmente progressista.
     Ne è stata prova malinconica la adesione di diversi amici ai DS, quando ormai era chiaro che il partito ex-pci ex pds era ancora lungi da quel modello di partito democratico del quale va adesso parlandosi, e che potrebbe replicare molte delle impostazioni programmatiche del PRI lamalfiano degli anni ’60 e ’70.
     Se la scelta moderata e di destra di chi ha conservato i diritti sul simbolo evocatore della Giovine Europa mazziniana è quella che meno può essere condivisa da coloro che hanno ancora nelle loro vene sangue di democrazia e senso della dignità civile della propria militanza in politica, la scelta di campo, pur netta, precisa e mai dubbiosa, in favore dell’area riformatrice (non riformista) presente nell’Ulivo, non può non considerare l’inadeguatezza di tanta parte della dirigenza del movimento dei repubblicani europei. L’incapacità di mobilitare attorno alla esperienza politica del movimento espressioni alte dell’intellettualità e della società professionale, l’incapacità di motivare l’originalità dell’apporto repubblicano alla politica dell’Ulivo, l’indugiare nelle formulazioni generiche di catechismo comiziante, mi pare abbiano impedito di marcare l’importanza di una presenza che, per il fatto di essere minoritaria, non è detto debba essere avvertita come eccedentaria e non significativa.
     Questo conferma che, a sinistra come a destra, il problema della qualità delle classi dirigenti è drammatico. E se la constatazione valeva quando le forze del repubblicanesimo democratico partecipavano all’opposizione al malgoverno populista della destra, ciò varrà quando esse saranno chiamate a far la propria parte, con le altre del centro-sinistra, nella maggioranza parlamentare e nel governo.

Gianfranco Murtas - 07/04/2006


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