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Sul repubblicanesimo nazionale e regionale
all’indomani della presidenza Ciampi e del referendum istituzionale


     La pedagogia civile che Carlo Azeglio Ciampi ha introdotto e valorizzato, nel settennato giunto recentemente a termine, come carattere peculiare della sua presidenza repubblicana, ha dato evidente ragione, sia agli italiani in generale – che forse neppure ne sono stati consapevoli – sia al sistema dei partiti costituzionali della cultura intimamente democratica-e-patrottica del mazzinianesimo, storicamente espressosi nella nostra nazione mediante le formulazioni e le attività dell’organizzazione repubblicana (e del pri) Così come, specificamente negli anni della lotta antifascista e della ricostruzione postbellica, attraverso l’azionismo di composita matrice (democratico-riformatrice, liberal-socialista, socialista non marxista).
     La sua dichiarata prossimità alla tradizione mazziniana (egli è anche socio d’onore dell’AMI di Livorno), e la giovanile militanza nel Partito d’Azione, cui pervenne attraverso il discepolato del leader liberal-socialista Guido Calogero si sono manifestate in una infinità di pubbliche occasioni, ma soprattutto nel filo rosso di uno stile e di un linguaggio che hanno trovato così larga e immediata corrispondenza nella popolazione di tutte le regioni.
     Si pensi ai cardini valoriali e simbolici della sua presidenza: l’esaltazione (e giustificazione storica) dell’unità nazionale e la visita alle cento province d’Italia – espressioni della pluralità delle sedimentazioni storico/insediative, culturali ed economiche del Paese –, il nesso sempre confermato fra risorgimento, resistenza e costituzione – di cui ha teso sovente a proporre ragioni e giustificazioni –, il richiamo all’inno nazionale e alla bandiera tricolore come luoghi unificanti degli italiani e rappresentazioni dell’incontro risorgimentale fra connazionali di diversa storia regionale –, la solennizzazione del 2 giugno in chiave popolare (con l’apertura del Quirinale alla cittadinanza), la ribadita e orgogliosamente difesa laicità dell’ordinamento (e ciò nonostante la sua coscienza di credente), quel certo linguaggio misurato e mirato che chiamava con il proprio nome i grandi filoni della storia ideale della patria italiana, intimamente associati nelle espressioni anche dell’arte e della letteratura: il cristianesimo e l’ “umanesimo” (laico, liberale o classista che sia).
     La grandezza della cultura democratica repubblicana risiede nella piena consapevolezza della complessità della nostra storia nazionale, ideale e istituzionale, popolare e sociale, e non soltanto nella sua offerta al popolo – come Mazzini lo intendeva – di motivi peculiari, ancorati all’idea di cittadinanza prima ancora che di appartenenza a classi economico-sociali. La presidenza Ciampi è stata la migliore fotografia del portato etico, e altamente politico, di quella tradizione.
     A questo penso – oggi che fra i temi di maturità si è scelto di proporne uno anche sul mazzinianesimo europeista e all’indomani del risultato referendario – per misurare il drammatico scostamento fra l’azione della dirigenza politica sia del pri che dei repubblicani europei e le possibilità che erano date di proporre all’Italia del Duemila – nel controluce della presidenza Ciampi, venuta dopo altre presidenze caratterizzate da originii ora democristiane ora socialiste o liberali, e prima di questa nuova segnata dalla esperienza del comunismo nazionale – la tavola dei valori e degli stili di chi dice di riferirsi alla scuola di Mazzini e Cattaneo, Bovio e Colajanni o Ghisleri, Conti e Ugo La Malfa.
      Nella occasione del sessantennio costituzionale e della tornata referendaria del 2 giugno 1946, cui si dava adesso una mesta replica all’insegna del pressappochismo giuridico e politico della destra populista/leghista/postfascista (estranea evidentemente alla stagione rivoluzionaria della seconda metà degli anni ’40), il repubblicanesimo di sorgente mazziniano-cattaneana ed azionista avrebbe potuto essere il protagonista massimo, storicamente profetico ed accreditato, del largo confronto politico-culturale cui nessuno poteva sottrarsi, né partiti, né società, né cultura.
     L’obnubilamento mentale di taluno (non si sa quanto ora pentito) e lo spirito miseramente gregario di altri hanno drammaticamente tolto dalla scena i repubblicani, ed oggi qualcuno piange la deprivazione alla politica nazionale di un contributo irriducibile, che torna invero nelle sedi istituzionali e di dottrina ma con attori che recano altre insegne (sovvengono qui i nomi e gli interventi dei Manzella, Passigli, ecc.). I nomi dei costituenti azionisti – i sette eletti nella lista della spada fiammeggiante e libro cui si associarono i Lussu ed i Mastino eletti a Montecitorio con il simbolo sardista e l’autonomista valdostano Bordon – e di quelli repubblicani – i 23 eletti tra cui i tre chiamati alla commissione dei 75: Perassi, Zuccarini e Conti – potevano bastare da soli, io credo, a indicare la qualità del contributo fornito dalla scuola democratica alla nuova stagione di vita della patria. E, di conseguenza, poteva e doveva rivendicarsi, nei fatti, il rispetto e la considerazione del pensiero e dell’opera anche degli eredi ideali.
     Dalla Sardegna sono venute, alle leadership nazionali di entrambi i filoni partitici/movimentisti, supporti ancillari umilianti, che hanno cioè negato il contributo critico alle aree di riferimento indirizzate entrambe verso l’umiliazione (non la grandezza) del suicidio. Domando a me stesso se siamo, in questo senso, arrivati veramente all’ultima spiaggia, e dunque a dover “prendere atto”, ritraendoci come cittadini, come militanti civili, magari nello studio della storia delle dottrine e dell’azione politica.
     Sto lavorando in questi giorni a pagine nuove della vicenda umana di Silvio Mastio, repubblicano mazziniano morto nel 1931 – trentenne, lui che era stato il “gemello” fin dalla scuola elementare di Cesare Pintus e che nel 1931 già marciva nei carceri del regime – in un’azione rivoluzionaria definita alla “Pisacane” in Venezuela. Quello che ritorna è l’intima simbiosi democratica fra repubblicanesimo e sardismo. Parlo degli anni soprattutto intorno al 1921-1925, ma con repliche di conferma in tempi successivi.      Mi domando: perché questo radicamento ideale viene considerato dalla maggioranza di noi soltanto nel suo valore testimoniale passato, e non viene accolto e valorizzato in una attualizzazione che pur sarebbe forse necessaria?
     Io ho amara consapevolezza che oggi non c’è più possibilità alcuna, dato anche il turn over generazionale, di compiere percorsi comuni, neppure ideali (e non soltanto politici o addirittura elettorali) con il sardismo del PSd’A. Ciò non di meno, e per quel tanto che dell’istanza autonomistica del sardismo del primo e del secondo dopoguerra era entrato nella cultura politica del pri, ritengo che un rilancio – sia pure soltanto ormai in sede di dibattito, comunque di base a una presenza (con la schiena dritta) nella politica del grande schieramento di centro-sinistra, nazionale e regionale – sarebbe utile. Una riscrittura della “tavola dei valori”, una rielaborazione della storia in chiave di futuro, potrebbe funzionare come un appello all’identità di chi non considera né Mazzini né La Malfa, né Melis come icone non più significative.
      La grande questione del sistema regionalistico che fu oggetto di grande e impegnata riflessione di Ugo La Malfa nel 1970 (“La repubblica probabile”) mi pare oggi, in tempi di discussioni sul federalismo interno e sovranità UE, di estrema attualità. Compresa la validità o meno della specialità autonomistica della Sardegna nel quadro costituzionale ineunte.       Sono pensieri in libertà questi. Ma se mi guardo attorno non vedo interesse effettivo a nulla, se non al bla bla dei tifosi e dei frustrati. Ancora non so perché si lasci, neghittosamente, prigioniero di forza italia il nostro amico e compagno Giovanni Bovio.
      Cinquant’anni fa di queste settimane moriva Giuseppe Lampis (l’ho ricordato sulla stampa), che fu il primo giudice costituzionale sardo. Era sanlurese, in gioventù fu militante repubblicano a Cagliari (fra Dettori e giurisprudenza). Scontò dieci mesi di prigione da innocente, fra il 1906 e il 1907, quando ventenne fu accusato di partecipazione sediziosa ai moti antibacareddianti, che pur videro la bandiera rossa con l’edera (e una pagnotta nell’asta) in capo alla protesta sociale.
      C’è una storia che se da una parte obbliga noi a restituirle una tribuna di onori civili, pure ci impegna a farcene intimamente continuatori. Sempre che la storia delle idealità non sia da considerarsi altro dalla vita.

Gianfranco Murtas - 30/06/2006


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