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Sui piccolo-lamalfiani, i repubblicani europei
e l’universo mondo degli ideali e delle schiene dritte


     Conferma stati malinconici, in questi giorni, la lettura dei giornali con le tabelle dei risultati delle amministrative di fine maggio 2006. Avviene in chi si era applicato alla cosa per molti anni, frugando ogni volta nelle elencazioni sempre troppo lunghe delle formazioni in gara al fine scovare la propria e conoscerne, trepidante, gli esiti dell’urna. Egli vede ora ridotte quasi al nulla le forze numeriche raccolte dalle due ali del vecchio onorato partito che era stato di Ugo La Malfa, Visentini e Spadolini, ed alla pena della nuova contabilità aggiunge – più forte ancora, e più nobile – quella per la privazione, al mondo delle idee e degli interessi generali della repubblica, di un irriducibile contributo culturale e politico.
     E’ mia opinione che il bipolarismo non poteva non determinare distinzioni e divisioni fra chi, pur militando in uno stesso partito, era di fatto portatore di sensibilità e visioni d’interesse intimamente (per radice) diverse; era cioè nell’ordine naturale delle cose che il rischio di divisioni potesse trasformarsi in realtà di fatto. Ciò però poteva intendersi limitato al campo dialettico del confronto congressuale o di mille assemblee locali, non essendo neppure ipotizzabile la deroga ereticale a principi storici e ideali in sé irrinunciabili perché costitutivi di una identità.
     E invece la volontà di partecipare ancora alla competizione elettorale da protagonista (mignon), pur quando le condizioni mancavano, ha portato alla rottura, alla deriva della parte che ha conservato la titolarità del simbolo verso alleanze sciagurate per la patria – quelle che hanno anticipato la morte di Spadolini nel 1994, con la vergogna della sua mancata conferma presidenziale al Senato –, ed alla inconsistenza di personalità specifica nell’altra parte oggi sul mercato col nome di repubblicani europei. Così in Italia come pure in quella parte d’Italia che è la nostra regione.
     Vorrei osservare. La terza opzione che fu prospettata da La Malfa jr. al congresso nazionale di cinque anni fa (mi pare) – quella della astensione dalla competizione elettorale, non ravvisando le condizioni elementari per una scelta utile dello schieramento – poteva essere la più lungimirante. Tale, in fondo, la ravvisai allora, anche se per mancanza di tribuna mi lasciai dentro la preferenza. D’altra parte, va detto che essa era la più esigente, e fu infatti scartata dai destri e dai sinistri. Perché avrebbe significato scommettere sulla propria fede nei valori e sulla propria capacità di argomento (dubbia la prima, altrettanto dubbia la seconda): cioè di poter fare politica anche fuori dalle maggiori istituzioni. Come ad esempio i radicali in numerose occasioni avevano fatto.
     La bocciatura di questa opzione ha portato alla divaricazione. Si sa dell’ottusità mostrata dal centro-sinistra di Amato (nel 2000) nel non accogliere nel suo governo un rappresentante del pri del livello di Guglielmo Negri, che era stato sottosegretario alla presidenza con Dini e che esprimeva, nel campo della scienza costituzionale come in quello del servizio allo Stato, il nostro meglio. Fu per la stizza di una tale umiliazione (sintomatica, quest’ultima, di una più generale sufficienza verso l’esperienza e gli uomini del pri da parte della dirigenza ulivista), e per i convergenti e venali interessi elettorali di baronetti-senza-memoria della bassa nomenclatura del partito in direzione del centro-destra, che si è giunti, nell’ultimo lustro, a schierare gli eredi della Giovane Italia e dell’azionismo antifascista e resistente con il peggio della politica nazionale.
     Dall’altra parte, l’adesione parlamentare di molti dirigenti della parte avanzata del partito ai ds o alla margherita si è progressivamente trasformata in comoda militanza e nella gratificata assunzione negli organi di dirigenza di forze che comunque restavano “altre” rispetto alle idealità del pri, residuando al movimento poi costituitosi dei repubblicani europei energie mal spendibili nelle riaggregazioni suggerite dal maggioritario.
     Insomma. Mentre quella certa parte di organici (dirigenza e militanza) che aveva rifiutato la mesta confluenza lamalfiana a destra era poi, a sua volta, confluita in formazioni ideologicamente non compatibili con la democrazia repubblicana di matrice mazziniana e azionista, restavano in campo gli “autonomisti” del movimento dei repubblicani europei. I quali, per aver scelto di partecipare ancora e sempre alla parte giusta – quella del centro-sinistra –, per difetto generalizzato di statura, fra colonnelli e caporali, non sono stati però capaci di difendere mai il santo orgoglio di una storia che nello stesso maggioritario modernista poteva essere, evangelicamente, sale della terra e luce sul moggio. Così si è vista scorrere, come una pellicola risibile per i più disincantati e dolente per i ferventi, una penosa ancillazione dei cosiddetti repubblicani europei a Roma verso Prodi come a Cagliari verso Soru.
     All’opinione pubblica essi non hanno saputo dire neppure il minimo e l’essenziale – a Roma come a Cagliari – per spiegare lo specifico della loro permanente presenza nella scena politica, e in un dove onorato: quello che riuniva l’ampio schieramento delle formazioni tutte nascenti dal patto costituzionale (e, in Sardegna, autonomistico nella logica dello statuto speciale): comunisti di vari approdi, socialisti delle varie obbedienze, liberali riformisti e cattolici popolari. I riformatori – questo il nome che compete all’area democratica di origine repubblicana – soltanto in un tale contesto potevano trovare interlocuzione; ma non necessariamente dovevano farsene assorbire e meno ancora dovevano farsene servitori e camerieri (per essere quindi licenziati senza neppure preavviso).
     Bisognerebbe ripensare al significato che la locuzione di “classe dirigente” incorpora in sé. Se non ha memoria del passato e non sa antivedere il futuro – diceva Ugo La Malfa – quella non è classe dirigente. La sentenza vale anche per le cose di parte o di partito.
     Le occasioni per valorizzare una specificità culturale in un quadro che non era fatto per valorizzare politicamente la militanza repubblicana non mancavano, ma bisognava avere lucidità e intelligenza per coglierle.
     La remissione gregaria di molti, anche in Sardegna, si è, invero, saldata alla ingrata memoria delle ultime esperienze politico-legislative-amministrative (assessoriali) degli uomini del pri. E la circostanza, in fondo, ha preparato – togliendo soverchie illusioni – chi imposta tutta la sua riflessione, e la sua opera, su schemi altri, per difendere e sviluppare tesi ormai neglette nella stessa casa dei militanti, o scadute al puro rango di stanche formulette di catechismo.
     L’associazione Cesare Pintus doveva essere questo: radicata in una area politico-culturale di sinistra riformatrice, a larga matrice repubblicana-sardista-liberale gobettiana, doveva rappresentare il luogo d’incontro di personalità libere e indipendenti ma con richiamo a idealità alte e mutuamente compatibili e integrabili (quelle dell’ “altra” Italia di La Malfa sr. e Spadolini, e di Valiani e Galante Garrone, e d Visentini e Bauer, e di quant’altri abbiamo perso). Idealità che, se pur si sono rivelate vincenti nella partita della storia (la politica), non si sono certamente tradotte – affidate alla messa in amministrazione da un personale politico non all’altezza – nella qualità richiesta dalle urgenze dei tempi.
     Non doveva essere, l’associazione, soltanto un luogo di discussione storica, ovviamente; la consapevolezza della storia, però, poteva e doveva tracciare come l’orizzonte politicamente coerente per lo sguardo volto alle tematiche nuove del nostro tempo: e sul piano del disegno costituzionale/istituzionale, e su quello dell’europeismo in rapporto alla geopolitica degli anni duemila, e su quello più specificamente economico nella definizione dei patti di concertazione fra forze sociali e potere pubblico, ecc..
     Come i giapponesi post-1945, inconsapevoli di sé e dell’universo mondo, in troppi non ci si è saputi arrendere all’evidenza che il vecchio gioco era finito, e si è voluto insistere in pratiche senza ormai domani. Non si è compreso che il nuovo tempo esigeva qualità di pensiero e schiene dritte non meno di quanto avevano imposto i calamitosi tempi passati, nell’antedemocrazia liberal-monarchica, nella cattività del regime, nella stagione della ricostruzione morale e materiale della nazione.

P.S. Aggiungo una considerazione a latere e di speciale pena, che indirizzo all’AMI cagliaritana. Il nostro amico Giovanni Bovio è prigioniero di quelli di forza italia (minuscolo minuscolo), in area quartese ormai da dieci anni. Arrivando a scriverne in un articolo per l’Unione Sarda, ora è già un anno, e dopo averne parlato, con passione e pressione, con almeno dieci amici che ben più di me avrebbero potuto impegnarsi nella cosa, avevo sperato che ci si sarebbe applicati a liberare il detenuto. Che invece marcisce, fra l’indifferenza (ignavia) di tutti. E come si potrebbe allora pensare a ruoli non ancillari dei repubblicani veri, verso Prodi o Soru, se non ci si sa neppure industriare a liberare un amico, un maestro, in catene?
     Forse non andrebbe dimenticato che in Sardegna – ed a Cagliari con numeri ancora più spudorati – le forze della destra monarchica (e clericale e qualunquista) vinsero al referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Forse si dovrebbero onorare – liberando dai ceppi il santo Bovio – quei militanti, pochi, che spesero con maggior generosità le loro energie civili e politiche, nella nostra terra, per la causa repubblicana. Memori che la Sardegna era, è la terra di Efisio Tola, dei frumentari sassaresi, di Giorgio Asproni e Giovanni Battista Tuveri, di Pietro Paolo Siotto Elias e dei pubblicisti d’infima minoranza apostolica che fra Ottocento e Novecento hanno seminato testimonianza, dei soci delle associazioni e delle sezioni dell’edera di tutto il secolo scorso, pronti sempre alle devozioni pubbliche secondo dettato di calendario democratico (dal 9 febbraio al 6 e al 10 marzo, fino al 20 dicembre, passando per il 2 e 22 giugno, il 4 luglio, il 20 settembre… per onorare Mazzini e Garibaldi, Cavallotti e Oberdan, la repubblica romana e la breccia di porta pia…), degli antifascisti immolati per i valori di giustizia-e-libertà come Pintus e Silvio Mastio ...

Gianfranco Murtas - 02/06/2006


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